Il medico Édouard Malempin è chino sul figlio febbricitante ammalato di difterite. Osserva i sintomi, pensa di ricorrere a uno specialista, conosce la gravità della situazione. Ogni giorno nell’atmosfera ovattata della camera gli si affacciano molti ricordi. La fattoria dove è nato da una famiglia modesta, gli odori del fienile, le visite ai parenti, un episodio oscuro. Anche per Édouard Malempin l’infanzia è un territorio inesauribile, un cespo da cui nasce ogni cosa. E di cui rimangono sensazioni, memorie sgradevoli, impressioni incerte. Lo sapevano Freud e Proust, lo sa Georges Simenon che segue l’infanzia del narratore come un filo interrotto da molte domande ma ugualmente eloquente.
Malempin è un romanzo in cui Simenon ricapitola un mondo attraverso le contingenze, riunendo tessere spaiate che alludono, circoscrivono, finiscono con consegnare una certezza. Dice bene il risvolto di copertina citando gli appunti di Gide a proposito di un suo saggio: il metodo Simenon è «far rivivere il passato nel, e attraverso il, presente». Così è per i suoi romanzi più importanti, così accade in questo, scritto nel 1939 in Alsazia.
La storia di Édouard

Su un quaderno del figlio, Édouard appunta i ricordi sapendo che «un dettaglio ne richiama un altro». «La mattina [delle domeniche] ci vestivamo tutti per la messa, ma subito dopo ci cambiavamo, perché in casa non si tenevano i vestiti buoni. Si sentivano le vacche muoversi nella stalla, proprio dietro il muro della cucina.»; domeniche in cui il ricordo è sempre velato di malumori e imbarazzi: « Ci spazientivamo tutti, mi chiedo ancora perché. Già. Perché litigavamo? Per uno zolfanello gettato sul pavimento da mio padre. Per niente. Per meno di niente. Intanto mia madre non riusciva ad allacciare il corsetto. C’era sempre qualcosa che cercavamo e non si trovava.»
Ma certe domeniche la famiglia di Édouard va in visita ai parenti ricchi, nella casa di Tesson e zia Élise. Lui è un ex avvocato, magro, col piede equino e incute soggezione. Fuma il sigaro seduto su una poltrona mentre i Malempin sono a tavola con la moglie. Élise, invece, al narratore sembra una donna passionale: «Era grassoccia, con un gran seno. Si vestiva in modo completamente diverso da mia madre, della quale non avrei mai potuto dire come fosse fatta».
Un mosaico di dubbi
Il quadro che così provvisoriamente si compone include un padre solitario, madre e zia nemiche fra loro, un dialetto familiare fatto di soprannomi e allusioni, i debiti dei genitori di Édouard e un’eredità. Così quando l’antipatico zio Tesson scompare dopo essersi allontanato con la sua bicicletta, in famiglia rimane una strana sensazione di disagio, un’incertezza, un buco nero che il medico al capezzale del figlio continua a circoscrivere, a indagare nella memoria ricordando l’empatia con la zia detestata da sua madre, la lontananza di quest’ultima che gli ha sempre preferito il fratello Guillaume, e la bieca faccenda del denaro dello zio, prestato al padre.
Senza la temperie del noir, senza l’evidenza drammatica di altri più famosi romanzi, Simenon scrive una delle sue opere migliori con un modo di procedere elegante che mette il lettore in costante attesa. Sembra di poter leggere qui, sotto il profilo formale non meno che sostanziale, un esito certo di quanto diceva Hemingway sulla scrittura narrativa più efficace: occorre procedere sulla pagina come se non si sapesse dove andare.
François Morane
Georges Simenon, Malempin, pp. 142, Adelphi 2024; euro 18,00
