
«Ho seguito la strada parallela
Dietro il tulle delle tenebre
Fra le cosce dei miei antenati
Dardeggia la lingua ebraica
L’Arte comincia dove il desiderio finisce»
E’ il 1969 quando Joyce Mansour pubblica Fallo e mummie, opera trasgressiva com’ è nell’auspicio del surrealismo, tanto più che nelle strade di Parigi la contestazione giovanile ha appena ripescato dal mondo letterario di Breton uno dei suoi slogan più felici, «L’immagination au pouvoir», di cui un secondo slogan sembra già essere una concreta applicazione e il verso di una poesia: «Sous les pavés, la plage» (Sotto l’acciottolato, la spiaggia). Non c’è neppure bisogno di citare Marcuse o quello che fino al maggio ’68 sarebbe parso un aforisma, cioè «Siate realisti, chiedete l’impossibile». Spontaneamente come un mistero, come l’arte invocata da Joyce Mansour, la rivoluzione mancata di quell’anno sorge in uno dei momenti più fecondi ed economicamente produttivi del XX secolo: una sorpresa secondo lo storico di “Il secolo breve”, Hobsbawm. Una emergenza di cui forse solo André Breton, morto qualche anno prima, avrebbe potuto valutare la portata. Nel “maggio” vi erano convocati non solo i desideri rivoluzionari socialisti, la protesta femminile, la libertà sessuale, ma quello che il primo manifesto surrealista aveva chiarito esplicitamente:
«L’immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti. Se la profondità del nostro spirito celano strane forze capaci di dare incremento a quelle di superficie, o di lottare vittoriosamente contro di esse, abbiamo tutto l’interesse a captarle, a captarle per cominciare poi a sottometterle, se sarà il caso, al controllo della nostra ragione.»
A proposito di immaginazione
Se sarà il caso…dubita Breton…Poiché nel frattempo questo assunto scardina implicitamente il fondamento cartesiano di un io soggettivo e di un mondo oggettivo. Per questo lo stesso scrittore prosegue in quella pagina dicendo che «nessun mezzo è designato a priori per condurre quest’impresa, che fino a nuovo ordine essa può essere considerata tanto di pertinenza dei poeti, come degli scienziati».
Breton scriveva il Manifesto del Surrealismo esattamente cento anni fa, nel 1924. Alla svolta del secolo – indipendentemente da tutte le mostre e kermesse allestite quest’anno nelle capitali – si può ben dire che il surrealismo bretoniano ha stravinto sul tavolo da gioco dell’arte, ma in un contesto storico in cui l’immaginazione è divenuta anche uno strumento di profitto, dunque senza libertà come in quegli anni chiariva Marcuse. Del resto, già cento anni fa, prima ancora di essere vessato dal razionalismo marxista di partito, Breton chiudeva il Manifesto con il chiaroscuro delle ombre della storia recente: «L’uomo, che avrebbe torto a intimidirsi per certi mostruosi fallimenti storici, è ancora libero di credere alla propria libertà. E’ padrone di sé ad onta delle vecchie nubi che passano e delle forze cieche che si scontrano in lui. Non ha il senso della breve bellezza che gli è trafugata e dell’accessibile e lunga bellezza trafugabile?»

La dialettica sembra inscritta nel percorso. Proprio pochi giorni fa è morta a Parigi, Annie Le Brun, poetessa e scrittrice surrealista che fino, a uno dei suoi ultimi saggi (Si rien avait une forme, ce serait cela, 2010), ha messo a nudo la disastrosa vacuità del XXI secolo: «Per il momento il vuoto suona pieno. All’esterno macerie, all’interno macerie.» E più eloquentemente: «Un’acquiescenza generale allo stato delle cose s’impone come un marchio di questi tempi.»Il quotidiano fondato da Sartre, Libération, ha dedicato ad Annie Le Brun, una pagina in cui ricorda il temperamento e l’opera della scrittrice definita «inclassificabile e iconoclasta».Lei stessa del resto aveva scritto in una poesia : «Scrivo come chi forza una porta». Per André Breton nessun auspicio sarebbe migliore di questo.
Marco Conti