
La quiete spopolata della montagna, un posto abbandonato che ha preso il nome dalle pietre, Sassaia, e una trentenne che ha la fisionomia, i modi, di una adolescente. Emilia, la protagonista di Cuore nero, l’ultimo romanzo di Silvia Avallone, sceglie il suo confino, l’eremo, la solitudine del freddo. E’ il pegno della colpa, la scelta che scaturisce dalla consapevolezza di non appartenere. Decide di vivere ai margini, di stare davanti allo specchio della propria inadeguatezza. Emilia ha appena varcato la soglia del carcere minorile dopo quattordici anni di detenzione. Arriva a Sassaia, sulle Prealpi Biellesi, accompagnata dal padre e prende possesso della casa vuota di una zia dove bambina aveva trascorso alcune estati. E’ una specie di anabasi, un tentativo di ricominciare, seppure non creda fino in fondo al suo riscatto.
Silvia Avallone non racconta, se non alle ultime pagine, quale sia, la colpa da espiare della protagonista, accende il fuoco dell’emozione e lo lascia divampare. Il centro della narrazione è consegnato alla figura e alle parole del presente, all’incontro con Bruno, uomo ormai fatto ma ugualmente segnato dal passato. Sassaia è un rifugio. Anche Bruno, maestro elementare che ha abbandonato un dottorato universitario e forse una cattedra nel suo ateneo, non ha relazioni e non ne cerca. Ha perso i genitori in un incidente nato dall’incuria (la cabina di una funivia precipitata nel vuoto) e adesso, nelle sue ore libere, si scopre curioso della ragazza che ha occupato la casa esattamente davanti alla sua. Più sotto, marciando mezz’ora tra le rocce e la neve c’ il paese, gli occhi dei pochi residenti che osservano in silenzio la nuova venuta, che si danno di gomito quando Emilia compare insieme al maestro.
Le cose cambiano
Le cose cambiano? Attraverso le voci dei due protagonisti (di cui Bruno, risulterà il narratore) Silvia Avallone dice che le cose necessariamente cambiano sempre. Anche per le colpe inespiabili. Ma intanto la promessa di Emilia e Bruno di vivere insieme si spezza appena il maestro viene informato da una collega delle ragioni che hanno portato la donna nel carcere minorile. Che lei si sia riscattata, che abbia ottenuto dentro le mura di un vecchio convento riconvertito, una laurea in belle arti, conta poco. Emilia scappa dal borgo, cerca la disincantata compagna di carcere rimessa in libertà prima di lei.
Silvia Avallone (che ha insegnato scrittura in un istituto di pena per minori di Bologna) ha creato un proprio Raskol’nikov dostoevskijano (non a caso citato in queste pagine come modello esemplare del tarlo che accompagna la colpa). Il male resta ma la vita si rigenera e, forse, la fortuna è tutta ricomposta nella possibilità che questo accada. Vale la pena di osservare che l’impianto di questo romanzo, di schietta filigrana e tensione etica, non fa velo alla vivacità della narrazione. Silvia Avallone – esordita quattordici anni fa con Acciaio, romanzo dove i protagonisti erano due adolescenti appartenenti alla classe operaia – torna quindi a percorrere con Cuore nero un itinerario analogo, ugualmente convincente, nettamente al di sopra dei plot narrativi oggi più in auge. Probabilmente la struttura della narrazione si sarebbe avvantaggiata di una misura più breve, senza le insistenze, i continui repêchages messi in atto dal narratore per la figura della protagonista. Lungaggini che si fanno perdonare grazie anche a un corollario di personaggi, di profili autentici e petrosi come le strade di Sassaia.
Marco Conti
Silvia Avallone, Cuore nero, pp.368, Rizzoli, 2024; euro 20,00