L’anno salingeriano di Joanna

Il 1996 è l’anno salingeriano di Joanna, una ventitreenne rientrata da Londra al termine di un dottorato in Letteratura. La voce narrante appartiene alla scrittrice, Joanna Rakoff, che racconta in “Un anno con Salinger” la sua esperienza lavorativa all’Agenzia, come viene chiamata in tutto il romanzo, nella realtà la Harold Ober Associates. Il cliente più importante dell’agenzia letteraria, tra le più antiche e prestigiose di New York, è J.D. Salinger, ma al momento della sua assunzione Joanna non lo sa.

Questo romanzo di memorie è accessibile a chi, come Joanna all’inizio, non ha mai letto le opere dello scrittore americano scomparso nel 2010. Non è necessario conoscere il giovane Holden Caulfield per apprezzare la narrazione, anche se ad un certo punto potrebbe nascere il desiderio di leggere il famoso testo e seguire i passi del sedicenne in giro per New York.

Dobbiamo parlare di Jerry

«Allora» disse, sistemandosi a sua volta sulla propria sedia, dietro l’ampia distesa della scrivania. «Dobbiamo parlare di Jerry». Annuii, anche se non avevo idea di chi fosse Jerry.

Al rientro dalla prima pausa pranzo la direttrice (ovvero Phyllis Westberg, il cui vero nome non compare mai) convoca la protagonista nel suo ufficio e le spiega che mai, e poi mai, deve dare l’indirizzo o il numero di telefono di Jerry a qualcuno, per quanto convincente possa essere. Solo rientrando alla sua postazione Joanna comprende chi sia il misterioso Jerry osservando i libri su uno scaffale:

Io però non li avevo mai letti, all’inizio per pura casualità, poi per scelta consapevole. Erano libri talmente onnipresenti sugli scaffali della letteratura contemporanea che quasi non li notavo più: Il giovane Holden, Franny e Zooey, Nove racconti. Salinger. L’agenzia rappresentava J. D. Salinger. Ero ormai arrivata alla mia scrivania quando lo capii. Ah, pensai, ecco chi è Jerry.

Le indicazioni sul comportamento da adottare con il grande scrittore diventano man mano sempre più specifiche: «non lo devi mai chiamare»; «non gli devi scrivere mai»; «non trattenerlo al telefono».

Le lettere degli ammiratori

Joanna viene assunta come assistente della direttrice ma le sue mansioni sono quelle di segretaria, come le fa notare il padre durante una telefonata, perché inizialmente ha il compito di battere lettere e contratti con una vecchia macchina da scrivere, una Ibm Selectric. Negli uffici non ci sono computer e l’elemento più tecnologico è una fotocopiatrice per fare “le copie carbone”. Questo particolare stupisce e affascina Joanna, che scopre che nel mondo editoriale tutti sono incuriositi dall’atemporalità dell’agenzia.

Persino il New Yorker, appresi, con la sua patina di antichità, era ormai totalmente informatizzato e privo di dittafoni. Ma loro avevano sentito parecchie storie sulle stranezze dell’Agenzia – come molti, del resto, in certi circoli editoriali – e non vedevano l’ora di ascoltarne altre. Gli parlai quindi dei fan che scrivevano a Salinger…

 Da pochi mesi, infatti, Joanna ha un nuovo incarico: leggere le lettere indirizzate a Salinger e rispondere ad ognuna con un modello di risposta datato 3 marzo 1963.

Gentile signorina XXXX, molte grazie per la lettera che ha recentemente inviato a J. D. Salinger. Come forse saprà, il signor Salinger non desidera ricevere posta dai suoi lettori. Non possiamo inoltrargli il suo cortese messaggio. La ringraziamo comunque per l’interesse dimostrato verso i suoi libri. Cordiali saluti, 

L’Agenzia

Chi scrive a Salinger?

Le missive sono scritte a macchina, con stampanti laser, a mano su fogli bianchi o colorati, e persino su carta da lettere di Hello Kitty, e raccontano storie di reduci di guerra, di persone che condividono le esperienze della perdita dei propri cari, di pazzi che sproloquiano su Holden e soprattutto di adolescenti convinti che Salinger li possa capire perché assomigliano a Holden. Scrivono a Salinger perché si identificano, si sentono compresi, hanno la sensazione di non essere più soli.

Negli uffici, con la moquette che attutisce ogni rumore, il tempo scorre e la giovane assistente inizia a rispondere alle lettere smettendo di usare il modello standard ma personalizzando ogni scritto e avvicinandosi sempre di più a Salinger, a quell’autore che non aveva mai letto perché riteneva di aver passato l’età per “le favolette salingeriane della Vecchia New York”. Ad un certo punto, nel weekend del Labor day, porta a casa dall’Agenzia le copie dei libri e li legge tutti. Comprende così il successo del Giovane Holden, che pubblicato nel 1951, ha ancora tanti lettori, anche fra gli adolescenti e che, ad oggi, ha venduto circa 65 milioni di copie.

Inutile dire, immagino, che adesso capivo perché i fan gli scrivevano, e non solo gli scrivevano ma si confidavano con lui, con tanta urgenza, con tanta empatia e compassione, confessandosi letteralmente. Perché quando si legge un racconto di Salinger la sensazione non è tanto quella di leggere un racconto, quanto di avere Salinger in persona che ti sussurra le sue storie all’orecchio.

Un anno importante

Il 1996 è non solo un anno con Salinger per Joanna ma anche il suo anno di formazione, di crescita, “alla Salinger”, lavorando per l’Agenzia scopre quale direzione deve prendere la sua vita e si affranca dalle comodità adolescenziali (i genitori, la migliore amica, il fidanzato perfetto del college) proiettandosi nella vita adulta fatta di bollette da pagare, difficoltà da affrontare e decisioni da prendere, come l’ultima che giustifica dicendo alla direttrice che «ci sono cose che, se non le faccio ora, non le farò mai».

L’anno raccontato da Joanna era stato importante anche per J.D. Salinger perché si era deciso a pubblicare con la Orchises Press di Roger Lathbury “Hapworth”, una lunga lettera di circa una sessantina di pagine scritta da Buddy Glass ai genitori dal campo estivo. Questo era il suo ultimo racconto uscito sul New Yorker del 19 giugno 1965. Il volume non venne dato alle stampe nonostante l’impegno profuso dall’agenzia e da Lathbury, un piccolo editore, che aveva contattato personalmente Salinger inviandogli una lettera.

«Ha scritto semplicemente a J.D. Salinger, Cornish, New Hampshire.» La direttrice fece schioccare la lingua contro i denti. «E il postino gliel’ha consegnata. Vi pare possibile?». «No» dissi. Ero colpita. «Chissà perché non è mai venuto in mente a nessuno» fece Hugh.

Dalla letteratura al cinema

Il mio anno con Salinger” intreccia le storie dell’editoria newyorkese della fine del secolo con i sogni di tutte le ragazze, come Joanna, che erano «entrate in quell’ambiente non perché volevamo portare bicchieri d’acqua a scrittori di passaggio ma perché volevamo diventare scrittrici noi, e quello sembrava il percorso più socialmente accettabile per arrivarci».

Il regista Philippe Falardeau ha raccolto queste storie e questi sogni nel film “My Salinger year”, che ha aperto la settantesima edizione del Festival del Cinema di Berlino e nel quale, come cammeo, compare Joanna Rakoff in una delle scene finali.

Giancarla Savino

Joanna Rakoff, Un anno con Salinger, Neri Pozza, 2015; 17,00 euro

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