Mangiare l’orso

Caccia all’orso. 1475-1481

Nel 1288 un gruppo di cacciatori di Coggiola uccide l’animale un tempo simbolo di coraggio ma anche emblema di un culto pagano. Da Artù a santa Ursula, all’orso predittivo attraverso la cronaca di un evento medievale biellese.

Mangiare l’orso. Nei primi giorni di marzo del 1288, l’orso viene imbandito sulle tavole di almeno tre famiglie e dei nobili Ferrero Fieschi a Masserano. Lo ha ucciso sulle montagne della Valsessera un gruppo di cacciatori di Coggiola, nel Biellese. Hanno usato lance lunghe due metri e si sono fatti forse accompagnare da una muta di cani. Il  documento che ne parla è conservato nell’Archivio civico di Vercelli ma non racconta i dettagli.  La preda non  è consueta. E di certo non si è trattato di cacciatori senza esperienza. Addentrarsi nel fitto dopo aver avvistato la tana dell’animale, o averlo visto da qualche cima, e appostarsi in silenzio non è cosa da tutti. Ci sono modi meno pericolosi  per catturarlo. C’è per esempio l’aggressione diretta nella tana con i cani, alcuni dei quali finiranno per morire presi dagli artigli di un animale che pesa duecento chili. Ma sulle montagne si sa che l’arte di cacciare l’orso ti lascia più spesso davanti a due strade.

Nel silenzio o nel chiasso della paura

La prima è riservata  ai pochi che conoscono ogni cosa della foresta: è la caccia nel silenzio, l’appostamento e l’irruzione improvvisa con una pioggia di lance, prima di affondare nel cuore una lama tenendosi lontani dagli artigli. E’ una tecnica che ormai non pratica nessuno da quelle parti.  Occorre avere l’orecchio capace di conoscere fremiti di foglie e rami spezzati dove la visualità del verde fitto diventa buio e  non lascia altro indizio. L’altra caccia, quella che viene usata sulle montagne biellesi, sta al polo opposto. Si tratta di impaurire l’orso, di produrre rumore, di far latrare i cani, di stanare la preda con corni, schiocchi, mentre i battitori armati di archi e lance proseguono la strada appiedati. Qualche volta sono seguiti da due, tre cacciatori a cavallo. A loro toccherà anche il compito di distrarre la preda, di portarla verso la direzione voluta.  Nessuno a quei tempi sottovaluta questo animale. L’orso non è soltanto una specie di alter ego bestiale dell’uomo,   capace di camminare su due gambe, di raccogliere frutti e  miele come l’uomo. E’ anche una specie accorta che si muove nella foresta come il cacciatore prudente, che evita lo scontro se non quando è inevitabile o provocato. Nel basso medioevo  forse la sua figura non è più contornata da una sorta di aura sacrale, ma è ancora un mito e in alcune aree è un culto.
Per tornare alla caccia, quel che sappiamo di certo è che il 15 marzo 1288  qualcuno stende la nota sull’avvenimento di Coggiola e  scrive che la testa dell’orso ucciso viene donata, insieme a un pezzo del costato,  al Vescovo di Vercelli.
E’ il corrispettivo ecclesiastico dei Ferrero-Fieschi, i signori del posto. Non  sono ancora ricchi come lo sarebbero stati cent’anni più tardi, ma  il trofeo avrebbe fatto ugualmente  bella figura, imbalsamato, nel Palazzo dei Principi di Masserano dove, in effetti, la tavola viene imbandita con altri quarti della preda.
Le regole, le convenienze, persino la dottrina in un certo senso, hanno imposto invece di portare la testa ursina al Vescovo.
  E’ un dono regale, e sotto questa regalità decapitata c’è una lunga storia che passa  attraverso molte pagine di racconti medievali, poemi, fiabe, arazzi, miniature, stemmi comunali come quello di Biella, dove compare l’orso davanti ad un albero, ma soprattutto attraverso tante sfaccettate  allegorie. E’ un dono che ha una storia fitta di trame e interroga tanto l’immaginario quanto la tradizione.

TUCOO-CHALA (Pierre). – Gaston Fébus, prince des Pyrénées (1331-1391), Pau : J et D éditions, 1993

La cronaca di Novalesa

La Cronaca di Novalesa, per  esempio. Qui si si racconta che l’orso fece parte di un banchetto in onore di Carlo Magno.  Ma di certo non è stato il solo  ad apprezzarlo. Ancora in pieno Cinquecento la portata  costituiva un evento sulle tavole dei nobili.  In realtà ciò che volevano divorare non era la carne ma le qualità che rappresentava. E ciò che il Vescovo di Vercelli aveva avuto in dono non era un banchetto e un trofeo ma il simbolo abbattuto e vinto di molti peccati.
L’orso era stato, certo, il simbolo della forza e del coraggio, ma soprattutto era stato oggetto di culto pagano, era diventato un emblema di orgoglio e  lussuria che i poemi medievali raccontavano proponendo l’unione  dell’orso con le dame, ora divertendo e ora impaurendo le corti.
La sua prima raffigurazione in uno stemma è un indizio importante: compare sullo scudo di uno degli uccisori dell’arcivescovo di Canterbury, Tommaso Becket, nel 1190. E’ una miniatura, ma identifica il nemico della Chiesa. A Biella la prima  rappresentazione con un orso porta la data del 1379: un sigillo di dedizione della città ai Savoia. Per una sorta di nemesi, di intreccio tra mito e storia, tra etica e araldica, lo stesso orso si trova ancora oggi in un pregiato rivestimento di stoffa dorata che drappeggia l’altare della cattedrale di Santo Stefano.

Nei paesi i girovghi mostravano l’orso, in Francia (foto) come in altre parti d’Europa. Un costume ‘giustificato’ solo dalla povertà estrema di tanti e dall’ignoranza dei più…

L’orso e il mito: da Artù ai santi

In fondo ha vinto l’orso: forza e coraggio gli sono emblematicamente sopravvissuti nonostante  secoli di strategie  impegnate  a sostituire queste qualità con le rappresentazioni leonine  promosse dai chierici medievali. I tanti leoni apparsi sugli stemmi e nelle allegorie sostituivano un animale esotico, distante, con il vero padrone della foresta europea.
Fino all’anno mille fu una delle preoccupazioni del clero europeo; il calendario prevedeva delle forme di culto ursino via via sostituite da  santi che, di fatto,  hanno nomi assonanti: Ursula, Ursino, Orso, ma anche Martino.
Così non risulta molto onorevole  lo spettacolo, diffuso nell’Ottocento da parte di poveri girovaghi, di mostrare l’orso nelle fiere, opportunamente legato e con le fauci chiuse da una museruola.
 Persino la storia mitica di Artù iscrive  la specie animale dentro questo segno. Non solo nel nome del re ricavato dalla radice “art” (così come la divinità Artia)  ma nella leggenda e nell’epica,  visto che il giorno in cui Artù  estrae la spada conficcata nell’incudine per diventare un re è il 2 febbraio, giorno della Candelora,  giorno che per i celti della Gran Bretagna era una festa dedicata all’orso, mentre nel nostro calendario diventò la data che segna la fine del letargo dell’animale. L’orso che abitava le Alpi e il Biellese è diventato così un emblema del tempo, un proverbio e una tradizione. Gli etnologi  oggi lo chiamano  “orso predittivo”  perché esce dalla caverna nella notte tra i primo e il due febbraio. Se troverà  il cielo stellato tornerà a dormire per altri 40 giorni, perché l’inverno ancora non sarà finito. Se il cielo è nuvoloso, se le stelle sono nascoste, allora sarà buon segno. L’orso potrà uscire dalla tana. E questa volta, di sicuro, non sarà per incontrare i cacciatori.

Montale e l’Antipapa

Eugenio Montale

Avevamo studiato per l’aldilà

un fischio, un segno di riconoscimento.

Mi provo a modularlo nella speranza

che tutti siamo già morti senza saperlo.

L’ironia di Eugenio Montale procede qui in quattro versi come un epigramma. Poche pagine prima il lettore incontra un incipit –tra quelli divenuti via via più famosi:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Satura

Tanto basti. Nel 1971 Montale sorprende per la seconda volta il mondo letterario. C’erano state le novità de La Bufera e altro ma quest’ultimo registro della raccolta Satura, questa voce ironica che perlustra l’esistenza e la storia contemporanea,  che oscilla ugualmente energica tra l’aldilà e la prosa del quotidiano, non  se lo aspettava nessuno. Viceversa, insieme a Ossi di Seppia, è oggi la sua raccolta più letta e citata. Soprattutto citata. La contemporaneità vi  si riconosce forse nel verso che sposa il linguaggio corrente, sia nelle antitesi tra “alto” e “basso”, sia nel ritmo più disteso e in qualche caso vicino all’epigramma. Del resto il titolo richiama esattamente quel testo latino omonimo che si occupa del quotidiano applicandovi una sentenza morale. E’ quello che accade anche in alcune poesie di Satura, comprese quelle che Montale escluse dalla raccolta e che confluirono poi nell’edizione Altri versi del 1980 (Mondadori).

La raccolta ‘Satura’, Mondadori, 1971

L’epigramma

Tra queste ultime liriche sorprende un epigramma inerente la cronaca del tempo. Chi oggi lo legge senza una nota non saprebbe immaginare quale sia il riferimento, il fatto, la circostanza citata, ma intanto, proprio in questi cinque versi, si fa strada con esattezza il timbro della “satura”, la sua voce colloquiale e – per chi ha voglia di osservarlo – uno schema rimico insolito:

Distribuendo urbi et orbi la sua benedizione

l’antipapa è comparso a Biella

con vari dignitari e un cardinale.

come primizia della

meno insoddisfacente contestazione.

Rispunta implicitamente la convinzione dell’autore che la storia sia un « marché au puce» in cui entrano il necessario e l’occasionale. Ma la cronaca viene in aiuto al lettore perché proprio nel gennaio 1969, quando Montale scrisse questa poesia, un “antipapa” fece la sua comparsa sulle montagne prealpine, esattamente a Serravalle Sesia, non distante da Biella. I giornali riportarono la notizia ed è probabile che lo stesso Montale abbia avuto modo di leggerla sfogliando le pagine del Corriere della Sera, quotidiano in cui aveva lavorato e al quale collaborava.

L’antipapa e il suo segreto

 L’antipapa in questione si chiamava Clemente XV (al secolo Michel Collin) che venne ospitato con tutti gli onori dal parroco della frazioncina di Vintebbio, Rino Ferraro. Quest’ultimo non perse l’occasione di organizzare una processione lungo le vie del paese con annessa la benedizione citata dal poeta…Una passeggiata che costò poi al sacerdote la sospensione a divinis. L’antipapa Clemente, a quanto pare, fu vittima non meno dei suoi sostenitori del “Terzo segreto di Fatima”, un tormentone secondo il quale La Vergine recitò tre segreti, l’ultimo dei quali riferiva che Papa Paolo VI aveva usurpato il “trono”. A voler credere alla biografia di Michel Collin, il sacerdote francese durante una visita a Sorrento ebbe una visione nella  quale Dio gli rivelò d’essere l’ultimo Papa dei tempi.

Ma a noi interessa di più il sorriso di Montale che opta, obtorto collo, per la pur  «insoddisfacente contestazione».

Il manoscritto

Il testo montaliano originario è un dattiloscritto datato 28 gennaio 1969, barrato da un tratto di penna e conservato al Fondo dell’Università di Pavia accanto a due redazioni manoscritte. Una di queste stesure è dedicata a Cesare Segre e nel novembre 1985 è stata donata al Centro Manoscritti intitolato per l’appunto al critico italiano.