Letture in casa Einaudi: i promossi e i bocciati

Come pensa e come giudica il consulente di una grande e prestigiosa casa editrice? Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991 risponde, almeno sotto il profilo storico a questa domanda. Cinquant’anni di opere, di valutazioni, ma soprattutto di impliciti confronti tra lettori ormai parte della storia letteraria e culturale italiana e autori ugualmente antologizzati.

Se si dovesse trovare un vistoso limite a questa antologia di schede di valutazione, questo sta semmai all’opposto: ovvero esordienti e sconosciuti  in queste schede editoriali pubblicate non ce ne sono,  benché frugando nel catalogo storico i nomi compaiano numerosi. Ma quello che è stato  l’editore più aperto e progressista  dal dopoguerra agli anni Ottanta (il presente è altra cosa),  mostra in questa rassegna di giudizi un setaccio a maglie strettissime. Così strette che qualche volta, benché raramente, perde opere destinate a contrassegnare i tempi: nella saggistica come della narrativa. E’ il caso, per esempio, della bocciatura di fatto di Hermann Broch nonostante il parere di Cesare Pavese che, nel 1947, compila la sua scheda su La morte di Virgilio, intuendo quasi con esattezza il futuro del libro.  Parlando di sé in terza persona, scrive: «Pavese è convinto che ci voglia il parere di un buon germanista e sospetta che Broch potrebbe diventare uno di quei nomi indispensabili come appunto Joyce o Th. Mann o Proust.» Ci azzeccò pur allargandosi un poco. Ma La morte di Virgilio venne pubblicato solo nel 1962 da Feltrinelli.

Mastronardi, Bianciardi, Propp

Viceversa Gianfranco Contini legge Mastronardi e si fa prendere dall’interesse filologico  personale che vorrebbe ritrovare l’effervescenza linguistica e l’invenzione dell’autore del Calzolaio di Vigevano. Il critico alla fine boccia il romanzo pur con qualche perplessità. «Debbo confessarti – scrive – di non averci ritrovato la vivacità di invenzione poetica, più o meno espressa in forma vernacolare, che m’aveva interessato, anzi rapito, nel pezzo del “Menabò”. Anche questo è libro decorosissimo; ma appunto, forse il mastronardismo ci s’è sistemato in letteratura. L’autore riecheggia se stesso»…Con tutto questo il libro uscì nei “Coralli” nel 1962, cioè un anno dopo il parere del filologo.

Qualche volta la mancanza di tempestività editoriale è invece letale. Succede per La vita agra di Luciano Bianciardi. Guido Davico Bonino si pronuncia con entusiasmo per la pubblicazione ma il romanzo comparirà da Rizzoli in quello stesso anno.

Le schede dei lettori  dovevano corrispondere a precise caratteristiche ricordate da Ernesto Franco nella prefazione: la tempestività del rapporto, la brevità (circa una cartella), qualità in qualche caso giustamente snobbata, la delimitazione dei punti cardinali del libro, e infine quegli elementi di utilità come la possibile ricezione del testo da parte dei lettori, la sintesi dell’opera e infine il giudizio di valore. Un lavoro dopotutto non di poco conto che ogni esperto disciplinare svolge in modo diverso. Quando Clara Coïsson scrive del saggio di Vladimir Propp che oggi conosciamo col titolo Le radici storiche dei racconti di fate ( il titolo esatto sarebbe “Le radici storiche del racconto magico”) fornisce alla redazione Einaudi non una scheda ma una dettagliata perlustrazione utile a comprendere la novità critica dell’approccio.  La lettrice mette le mani avanti, dice di non essere in grado di dare un giudizio sull’opportunità di tradurre il testo in italiano, ma espone la materia con una tale chiarezza che non sarà difficile per l’esperto fornire un parere. Intanto il libro «è pieno di cose interessanti che dovrebbero attrarre non solo chi si occupa di folk-lore»…E infine riassume e illustra il punto di vista di Propp, la tesi per cui ogni racconto  attinge al mito, al rito iniziatico o all’immaginario della morte. Tant’è che Pavese, ricevendo il parere, scriverà della lettrice: «Farle un monumento»!

Cantimori boccia la scuola delle Annales

Di monumenti invece non si dovrebbe parlare per le schede di lettura di uno storico italiano di vaglia ma, col senno di poi, un po’ imbarazzante a leggersi. Delio Cantimori boccia la ricerca storica di Fernand Braudel, ovvero il celeberrimo Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo nell’epoca di Filippo II . Lo fa con un piglio moraleggiante che sorprende: «Le ragioni (della bocciatura ndr) sono le seguenti: non ritengo utile, anzi dannoso, diffondere, per mezzo di una traduzione di un’opera così ben scritta, brillante, affascinante anche per la sua facilità ed evasività, e superficialità di riflessione e di concetti – il metodo, o il sistema, o il regime, o l’arte retorica, chiamateli come credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel,  ecc. ecc». Quel che non concepisce Cantimori sembra essere un’idea di storiografia che sposti l’attenzione dal singolo fenomeno storico alla durata e, dall’idealità e dall’istituzione, alla civiltà e alla cultura materiale. I nomi sopracitati da Cantimori  (a cui si dovrà aggiungere almeno Marc Bloch e Le Roy Ladurie), sono quelli degli studiosi che cambiarono, ampliandola, la storiografia del Novecento con la scuola delle Annales portando all’attenzione  il mondo sociale e la sua stratificazione.

 

Per fortuna Einaudi non ascoltò la lezione di Cantimori e il libro uscì nel 1953 nella Biblioteca di cultura storica. Lo stesso accade con l’opera di Dilthey, Critica della ragione storica al cui parere contrario si oppose Norborto Bobbio e con i Minima Moralia di Adorno, editato poi nei “Saggi”, nel 1955, con alcuni tagli di carattere ideologico che videro la luce altrove ma solo nel clima della contestazione, vale a dire nel 1976 col titolo posticcio ed esatto di Minima immoralia (L’erba Voglio Editore) .

L’entusiasmo di Lucentini

In prospettiva appaiono invece sempre azzeccate le scelte di Franco Lucentini, assunto nel 1954 come agente editoriale in Francia e lettore, contemporaneamente, di libri stranieri per le edizioni francesi Plon. E’ Lucentini a consigliare la traduzione di Le Voyeur e Les Gommes di Alain Robbe-Grillet. «Si tratta – commenta – di due libri eccezionali, che a mio avviso andrebbero pubblicati senz’altro (in vista non tanto delle loro possibilità commerciali immediate, quanto della data che segnano nella storia della narrativa (…) per non trovarvi poi ad esservi lasciati sfuggire per distrazione o per lentezza un autore della portata d’un Proust, d’un Kafka o d’un Moravia.» Lucentini coglieva la prospettiva più ampia. Nel sonnecchiante mondo editoriale italiano,  Le gomme uscì effettivamente poco dopo, nel 1956, mentre Il voyeur (edito in originale nel 1955) sarà pubblicato sempre da Einaudi solo nel 1962. Carlo Fruttero invece respinge in quegli stessi anni Flannery O’Connor e La Saggezza del sangue con grande severità:  i primi capitoli scrive a ElioVittorini sono promettenti «ma poi mi pare che incominci a barare, e tutta la storia prende un’aria di voluto e appiccicato. Alla fine ho sentito odor di Greenwich Village.» Il libro uscirà nelle edizioni Garzanti solo nel 1985.

Italo Calvino: La Duras è grande; impubblicabile Klossowski

Tra i lettori più prestigiosi compare Italo Calvino. Nel 1950 lo scrittore è affascinato da Marguerite Duras: «Caro Elio – scrive a Vittorini – da tempo non mi capitava di leggere un libro bello come il Barrage contre le Pacifique. L’ho letto da pochi giorni e non parlo d’altro: ma siccome non so che emettere esclamazioni di entusiasmo nessuno mi crede. Ora l’ho mandato a Natalia che è in montagna.» L’anno dopo Una diga sul Pacifico sarà stampato nella collana “I gettoni”. All’autore della trilogia I nostri antenati è invece indigesto l’erotismo cervellotico di Pierre Klossowski. Roberta Stasera e L’editto di Nantes, saranno infatti pubblicati da SucarCo, quasi trent’anni dopo la loro edizione originale in francese.  Calvino fulmina così l’autore francese in lettura: «Scrittore di detestabile impostazione ideologica e letteraria, è scrittore da non potersi né doversi pubblicare. Però devo confessare che antipatico non è, e che in tutte queste porcherie, non perde mai un suo sense of humor, cosa che difetta di solito ai mistici dell’erotismo.» Invece nonostante la raccomandazione che Roberto Bazlen  fa a Calvino di Vidiadhar Surajprasad Naipaul per A House for Mr Biswas, del 1961, la casa editrice alla fine non lo accetterà e Una casa per il signor Biswas uscirà tre anni più tardi con Mondadori.

Delitto, castigo e pentimento: il caso di Roland Barthes

Complessivamente la selezione è orientata ai titoli importanti accolti da Einaudi e dunque i pochi dinieghi spiccano, come quello  per le Mythologies di Roland Barthes nella scheda firmata da Sergio Solmi. Per il critico e poeta italiano, Barthes «risente troppo» «del crescente provincialismo della cultura francese e dell’ideologismo delle nuove generazioni». Mitologie, (“Miti d’oggi” sarà poi il titolo italiano di Einaudi) che  raccoglie sotto temi diversi la funzione ideologica  della vita quotidiana, dalla pubblicità per la Nuova Citroen al Tour de France, secondo Solmi era «provinciale» in quanto francese,  essendo la Francia, specifica un inciso della scheda, tutt’altro che rappresentativa del mondo. Il commento di Solmi avveniva a ridosso dell’edizione francese del 1957. Il libro di Barthes venne poi stampato da Lerici nel 1962 e infine acquistato proprio da Einaudi 12 anni dopo la traduzione, quando ormai il nome del critico era affermato, nel 1974. Da quel momento è continuamente ristampato in ogni parte d’Occidente. Il provincialismo  non riguardava evidentemente la visione di Barthes.

Marco Conti

 

 
 


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Storie, storia e fiabe nell’Europa dei vagabondi

In una fiaba francese, I due viaggiatori, compaiono due soldati ormai in congedo che tirano ai dadi per stabilire chi dei due deve farsi cavare gli occhi. Il più fortunato farà l’accompagnatore del cieco ed entrambi potranno così mendicare con successo. Si direbbe un prezzo molto alto per un mestiere così povero. Ma in realtà il vagabondaggio e la mendicità sono una costante del mondo medievale e fin oltre le soglie del Settecento. Una delle storie più popolari dell’Italia settentrionale, Giovannino senza paura,  ha numerose varianti ma in ogni caso racconta la storia di un ragazzo avventuroso che si mette in strada e va  incontro alla fortuna: «girava per il mondo» dice la narrazione di Italo Calvino. Nella stessa raccolta, Fiabe italiane, troviamo ad Avellino Cricche crocche e Manico d’Uncino, dove si parla di ladri, truffatori, giramondo, che scommettono tra loro per vedere chi è più scaltro. Nel Monferrato i nomi di Cric e Croc venivano evocati in epoca moderna per raccontare storie di truffaldini.  In Spagna tra Cinquecento e Seicento si sviluppa la figura del pìcaro, ovvero il vagabondo di cui un primo esempio è Lazarillo de Tormes (1554). L’anonimo autore racconta di un povero orfano in cerca di fortuna: virtuoso ma costretto a rubare e ad ingannare per sfamarsi. La ricerca di cibo è motivo comune in moltissime fiabe europee. Per esempio la si trova spesso nei Racconti di Mamma l’Oca di Perrault indagati dallo storico Robert Darnton benché l’autore-raccoglitore delle storie sia un cortigiano e un intellettuale. Di pari passo gli stessi motivi fiabeschi si rintracciano con un carattere spesso più cupo e visionario nella raccolta dei fratelli Grimm  e diverse filastrocche popolari diffuse in Inghilterra, risalenti nella versione scritta al Settecento, mostrano come i bambini protagonisti siano affamati e parlano talvolta di mendicanti che minacciosi, nottetempo, attraversano le campagne e si avvicinano alle case.

Mendicanti, pellegrini, girovaghi

La storia istituzionale non ne parla o ne parla di sfuggita, ma la scuola delle Annales e la storia della cultura, dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, hanno aperto le porte ad un mondo, quello rurale, che prima si poteva solo intravedere nella letteratura di finzione o nella tradizione popolare: fiabe, leggende, narrazioni realistiche come quella  dall’anonimo autore del Novellino, del Decameron di Boccaccio o del Trecentonovelle di Franco Sacchetti. Un salto indietro e ci si trova a cospetto di questi personaggi nelle numerose versioni del Romanzo arturiano, della Legenda aurea  attraverso le vicende di strada dei pellegrini, oppure, a ritroso nel passato, con le vite dei monaci benedettini nella Cronaca di Novalesa risalente all’XI secolo.

Questo eterogeneo spazio narrativo che dal basso medioevo scavalca i secoli e si protrae fino a ridosso dell’epoca moderna e del Settecento, può essere letto attraverso una opposizione: il mondo immobile del villaggio e della vita contadina e il mondo dei vagabondi, degli indigenti senza tetto, degli avventurieri, di truffatori e ladri, di predicatori e giullari e infine di zingari, artigiani girovaghi e mercanti. Storia della cultura ed etnologia hanno cercato talvolta di raccontare come questi due mondi comunicavano ed entravano in conflitto. La tradizione orale fornisce infatti alla letteratura e agli etnologi numerose testimonianze per addentrarsi nei secoli più lontani mostrando attraverso le fiabe il punto di vista dell’uomo comune nel medioevo. Certo la locuzione “uomo comune” è una approssimazione. Ma proprio il linguaggio è una spia delle idee che furono condivise. La letteratura e l’oralità hanno entrambe libertà di invenzione, ma la lingua, i personaggi e i motivi ricorrenti delle fiabe, dicono qualcosa di specifico e spesso di univoco sul passato.

“Il vagabondo ovvero sferza dei bianti”

Il vagabondaggio in questi contesti narrativi appare spesso come una scelta, ma nella realtà risulta essere piuttosto una necessità per chi non ha terra sufficiente da coltivare, per chi l’ha avuta e persa in seguito a un frazionamento oppure a una eredità divisa tra molti o, ancora, in seguito ad un’annata povera di raccolti e oberata di tasse e decime.

Il vagabondo si trova spesso a dover fingere per garantirsi la quotidianità. Le occasioni sono molte. La schiera di girovaghi è così ampia che si è prestata a una casistica dettagliata già nel Seicento. Rafaele Frianoro, a Viterbo, nel 1621, stampa Il vagabondo overo sferza dei Bianti, il cui sottotitolo illustra con eloquenza l’argomento: “Opera nuova nella quale si scoprono le fraudi, malitie, et inganni di coloro che vanno girando il Mondo alle spese altrui”. Un libro di successo tanto che nel 1828, a Pisa, se ne stampa ancora una edizione. Il saggio enumera le qualità di questa popolazione eterogenea secondo il tipo di truffa o il modo di avvicinarsi al borgo o al villaggio, alla chiesa o alla piazza. Frianoro avalla nel presentarli un altro racconto leggendario: i vagabondi erano in origine sacerdoti della dea Cerere scacciati da Roma e per questo chiamati “cerretani”. L’autore passa poi a enumerare le varie specie di girovaghi: ne conta 34 attribuendo ad ogni nome le qualità. I Bianti, o pitocchi, cercano vitto e denaro falsificando «bolle de’ Pontefici o de’ prelati, o di luoghi pii», promettendo indulgenze e di assolvere le colpe. Subito dopo vengono i Felsi che ugualmente si fingono pii con lo scopo di aggirare i malcapitati o di sapere che nelle case esistono tesori nascosti che solo loro possono trovare. Ci sono poi gli Affratti o falsi frati, mentre i falsi pellegrini che dicono di voler andare a Santiago di Compostela, a Loreto o a Gerusalemme si chiamano Bordoni (per il bastone che portano); seguono quelli che fingono piaghe purulente (Accapponi), la pazzia (Ascioni), il mal caduco (Accadenti), quelli che vendono perle false (Cagnabaldi), coloro che cercano solo pane e acqua dando d’intendere di disprezzare le il vino (Apezzenti) e c’è persino chi cerca farina per fare ostie (Affarinati), in realtà per mangiare qualcosa. E la lista ancora prosegue.

Un interrogatorio

«Io mi chiamo Pompeo, sono nato in Trevi di Spoleto, posso avere da sedici anni in su circa, non ho arte alcuna, sono stato preso da vostri esecutori in S. Jacomo delli Spagnoli perché accattavo la limosina per la chiesa, mentre si dicevano le messe». Così risponde un accattone imprigionato a Roma nel 1595 e interrogato nel carcere di Ponte Sisto con tanto di notaio. Subito dopo Pompeo è richiesto di dire se conosca degli altri mendicanti della città. «Signore – risponde il ragazzo – fra noi poveri mendicanti ci sono diverse compagnie in segreto (…). La prima si chiama Compagnia delli Grancetti, che sono quelli che mentre accattano l’elemosine nelle chiese fra la moltitudine di persone, se possono tagliano borse e saccocce». Pompeo racconta poi degli Sbasiti che fingono di essere morenti e si accucciano in terra, mentre i Baroni sono invece sani e pigri e vanno chiedendo solo elemosine. L’elenco non coincide con quello di Frianoro, ma le “qualifiche” sono simili e avvalorate da un secondo interrogatorio, con cui un nuovo arrestato completa a suo modo la lista di Pompeo elencando altri 17 gruppi tra cui, quello mondano – per così dire – degli  Spillatori, cioè coloro che barano giocando a dadi o a carte, come mostra la pittura di Caravaggio e come raccontano in più di un’occasione i novellieri italiani e il “Lazarillo” spagnolo.

Il medioevo e l’avventura

Jacques Le Goff  in La civilizzazione dell’Occidente medioevale parla dell’estrema «mobilità degli uomini del medioevo» definendola sconcertante. L’insicurezza appare diffusa in ogni momento della vita, tanto da poter essere discutibile persino il senso della realtà, ovvero l’apparire delle cose e della natura. Piero Camporesi, nel celebre saggio che accompagna la riedizione di alcuni testi storici sull’argomento, Il libro dei vagabondi (1973) cita a proposito le rime di Fazio degli Uberti: «Folle è qual crede, in questo mondo, loco/ dove si possan tener fermi i piedi,/ che tutto è buffa e truffa e falso gioco.» Non a caso la fiaba celebra l’astuzia della volpe e del gatto, spaventa attraverso il lupo famelico nel travestimento di Cappuccetto Rosso e risolve con la magia e la stregoneria il bene e il male. Così è in decine di motivi fiabeschi come ne L’anello magico, una storia del Trentino dove il girovago ha la fortuna di capitare su di un potere magico dopo aver fatto una buona azione, e sul versante opposto, in centinaia di narrazioni che raccontano inganni, incubi e combattimenti con la strega, ora bellissima, ora tenebrosa e orribile. All’inganno delle apparenze che insidia perfino i pellegrini sulla via di Santiago di Compostela con demoni che prendono il posto di San Giacomo, fanno riscontro nel mondo reale le prosaiche e variegate finzioni dei bianti dove il travestimento immaginato dalla fiaba si concretizza con pochi gesti e molte parole. La Commedia dell’arte ne fisserà alcuni tratti comici con i panni di Arlecchino.  

Il costo della fame e del vagabondaggio

In una dettagliata ricerca pubblicata su Annales nel 1970, lo storico francese Richard Gascon si occupa della crescita urbana e dell’immigrazione nella Lione del XVI secolo. Secondo i documenti reperiti il costo del pane per la giornata di una famiglia di quattro persone, alla metà della retribuzione quotidiana di un salariato. I poveri, nei villaggi che lavoravano la terra, e i salariati giornalieri erano insomma esposti al rischio di scendere ancora nella scala sociale. Lo dimostrano indirettamente le leggi e le sanzioni contro l’accattonaggio, la cui crescita in ogni paese, coincide con la diffusione della peste nera. Tra il 1349 e il 1351 i re di Francia, Castiglia, Portogallo e Inghilterra, cominciano a legiferare nel merito. Viceversa le prime politiche assistenziali europee iniziano due secoli dopo con misure tese a far gestire alle autorità municipali il problema della povertà e dei vagabondi. Severe misure contro il vagabondaggio appaiono a  Parigi nel 1545, a Venezia nel 1540, a Grenoble nel 1545, a Strasburgo nel 1522, nei Paesi Bassi nel 1531. Ma i provvedimenti sono poco più che patrie galere: si redigono gli elenchi degli indigenti stranieri e dei vagabondi, si obbligano quindi al lavoro, sotto custodia, i mendicanti sani, si escludono dalla amministrazione della Chiesa le opere pie, gli ospedali della carità. Le sanzioni qualche volta colpiscono non solo gli accattoni, ma anche chi li aiuta. Nell’Europa del cristianesimo, è difficile immaginare una politica più ipocrita e controproducente. Nel Seicento nascono nelle grandi città europee le Case per il Lavoro, gli Ospizi, gli Ospedali di Carità.

Il caso piemontese

 Carlo Emanuele II nel 1650  fonda a Torino l’Ospizio di Carità per accogliere circa seicento persone tra mendicanti, malati e ragazzi di qualsiasi età e sesso. La struttura garantisce il cibo e obbliga al lavoro se le condizioni di salute lo permettono. Chi cerca di scappare o non si presenta all’appello viene frustrato o incarcerato. Solo trent’anni più tardi l’Ospizio pensa di rivolgersi ai torinesi residenti e in stato di povertà portando a casa loro il cibo. Il ricovero stabile era invece richiesto ai vecchi non sposati o vedovi, ai ragazzi dai 7 ai 14 anni e agli invalidi. Dopo l’ingresso tuttavia gli indigenti sani dovevano lavorare. Tra il 1651 e il 1700 sono diciannove gli editti piemontesi contro i vagabondi e chi li aiuta. Torino contava in quel periodo 43.000 abitanti e i poveri erano circa 8000. La politica sabauda fu quantomeno infruttuosa. Disoccupazione, aumenti dei prezzi dei cereali, portarono a ridurre l’ospitalità coatta dei vagabondi, ad annullare i servizi di sostentamento a domicilio. Nel 1740 mentre l’Ospizio registrava un enorme passivo i mendicanti aumentavano e i vagabondi arrestati erano il doppio di quelli di un anno prima.

Medioevo e modernità

Ciò che accade tra il Cinquecento e il Settecento, ovvero il tentativo di reprimere l’accattonaggio e i vagabondi, anziché segnalare un maggiore sensibilità per le esigenze collettive, sembra indicare la semplice volontà di nascondere la complessità dello Stato moderno e seppellire il principio di realtà. Reprimere e punire si potrebbe dire con Michel Foucault. Forse, e paradossalmente è la tradizione e la letteratura a fornirci, senza statistiche e documenti, una percezione più vicina al vero soprattutto se si pensa a quel doppio status della popolazione rurale, ora contadina, ora artigiana ma sempre in predicato di diventare massa errante, indigente, biante e cerretano. Le rime di Fazio degli Uberti, citate da Camporesi, dicono che il vivere è gioco d’azzardo e la finzione norma, come celebra lo stesso rituale carnevalesco e il mondo delle fiabe, con i suoi traslati, le allegorie, ma anche come scorta immaginifica di tutte le iniziazioni. Cosi recitano alcune rime carnascialesche del Cinquecento:

Pellegrin, donne in questo abito strano

sìan, che gabbando il vulgo e ‘l mondo andìamo.

In ogni loco, ogni clima, ogni parte

è ‘l viver nostro archimia, astuzia e arte.

Marco Conti

Bibliografia

Il Novellino, Rizzoli, 1992

Trattato dei bianti, over pitocchi, e vagabondi, col modo d’impare la lingua furbesca, Italia, 1823

F. Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme (XV-XVIII siècles), A. Colin, 1979

P. Burke, Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna, Laterza, 1988

I. Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1956

P. Camporesi (a cura di), Il libro dei vagabondi, Einaudi, 1973

Evelina Christillin, Poveri, vagabondi e mendicanti, in Prometeo n. 58, Mondadori, 1997

R. Darnton, I contadini raccontano fiabe in “Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese”, Adelphi, 1988

P. Delarue e M.L. Ténèze, Le conte populaire français, Maisoneuve & Larose, 1976-1985

Fazio degli Uberti, Il Dittamondo e le rime (a cura di G. Corsi). Laterza, 1952

R. Frianoro, Il vagabondo ovvero Sfera de’ bianti e vagabondi in P. Camporesi, Il Libro dei vagabondi, cit.

B. Geremek, La reclusione dei poveri in Italia (secoli XIV-XVII), in Mélanges en l’honneur di Fernand Braudel, Privat, 1972

J. Le Goff, La civilisation de l’Occident médiéval, Arthaud, 1964

C. Perrault, I racconti di Mamma l’Oca, Einaudi, 1957

F. Sacchetti, Trecentonovelle, Einaudi, 1970

C. S. Singleton (a cura di),  Canti carnascialeschi del Rinascimento, Laterza, 1936

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