L’ultimo romanzo di Márquez

Il 6 marzo era il compleanno di Gabriel Garcìa Márquez. E per questa data è uscito in tutto il mondo l’ultimo suo romanzo. Un manoscritto tenuto in serbo dai figli per dieci anni, un manoscritto con cui Márquez ha dovuto lottare, ma sul quale alla fine, cioè alla quinta redazione, ha potuto scrivere un rotondo “OK”. Ci vediamo in agosto consegna ai lettori una storia che vive dell’intensità e del fascino con cui lo scrittore colombiano ha contrassegnato la sua scrittura. Tra le spiagge bianche di salsedine dei mari caraibici, il romanzo racconta il rito che ogni anno, puntualmente, compie Ana Magdalena Bach. Il 16 agosto si mette in cammino con una sacca sulla spalla e le scarpe da ginnastica fruste, sale su un traghetto e approda nell’isola dove è sepolta la madre. Deve portare con sé i guanti da giardinaggio, strappare le erbacce cresciute sulla tomba, pulire il marmo, depositare il mazzo di gladioli che la fioraia, le prepara ogni anno.  Poi può fermarsi, immaginare, ricordare, osservare l’immensa distesa marina che si scorge dalla collina del cimitero. «A partire da quel momento non aveva nulla da fare fino alle nove del mattino del giorno dopo, quando sarebbe partito il primo traghetto di ritorno.»

Ana Magdalena non è una donna sola. Ha i figli, ha un matrimonio felice, ha una passione senza requie per la letteratura che l’accompagna dall’università alle sue letture di piacere. Un giorno, tornando dal camposanto, si accorge che qualcosa è cambiato in lei. Poi «entrando in casa chiese spaventata a Filomena quale disastro fosse successo in sua assenza, visto che gli uccelli non cantavano nelle gabbie e dalla terrazza interna erano scomparsi i vasi di fiori amazzonici, le felci appese, le ghirlande di rampicanti azzurri.» Ma è solo per via della pioggia. Ogni cosa si trova in cortile. Eppure questo non conta…«Sebbene  non fosse cosciente dei motivi del proprio cambiamento, qualcosa doveva averci a che fare la banconota da venti dollari che teneva a pagina centosedici del suo libro.» I sei capitoli che articolano la storia danno luogo a quattro viaggi nel tempo distante dell’isola caraibica, ad altrettante variazioni sul tema, alla scoperta della propria passione amorosa.

Il realismo magico, la leggenda

L’edizione è accompagnata da alcune pagine del manoscritto. Qui compare la prima pagina della cartellina contrassegnata come “Versione 5”

Benché i figli dello scrittore nel prologo del libro raccontino delle difficoltà avute dal padre nella redazione, della lotta intrapresa con la memoria ormai vacillante, Ci vediamo in agosto è contrassegnato dalla scrittura tipica di Marquez, quel realismo magico che lo ha portato al Nobel. Se ci si chiede quale sia la formula segreta di questo stile, occorre tornare alle radici di ogni scrittura. Lo ha capito bene Alessandro Baricco in un breve saggio dedicato a Cent’anni di solitudine  dove – riportando una conversazione avuta con un altro scrittore – Baricco parla della distanza, cioè del carattere narrativo (comune anche ad altri autori sudamericani) da cui nasce il registro e spesso la qualità di queste storie. La distanza tra villaggi, l’isolamento che vi è implicito, favorisce insomma la leggenda. Baricco parla della sorgente primaria della narrazione, vale a dire dell’oralità. Ma personalmente, avendo raccolto e trascritto tante leggende, sono propenso a pensare che sia esatto parlare dell’oralità propria della leggenda. Nella leggenda non c’è solo il favolistico incipit C’era una volta, c’è invece l’impasto di vita vissuta, di ruralità e immaginazione, di magia e prosa quotidiana che caratterizzano il realismo magico. Baricco entra opportunamente nel laboratorio stilistico di Márquez per studiare il suo modo di procedere: «La frase di Garcìa Márquez  viene dell’oralità ma non è mai un parlato puro e semplice. Il narratore è esterno alla storia, e non può concedersi una voce personalizzata, individuabile, soggettiva. Il narratore scrive, su questo non c’è dubbio. Ma scrive prendendo su di sé l’indigenza dei narratori orali, e i trucchi che loro usavano per lenirla.[…] La frase scritta ha una sua permanenza visiva che tiene legato il lettore e che offre una chance di rilettura, di ritorno indietro.» Per questo il periodare della leggenda è breve e ha bisogno di essere carico di energia, mentre la scrittura può consentire una frase di parecchie righe senza soffrirne. Márquez poteva prescindere da questo carattere dell’oralità, ma ha deciso viceversa di mantenerlo. Le sue storie non hanno la povertà del parlato ma mantengono sempre l’energia del leggendario. Lo si avverte anche nelle pagine di Ci vediamo in agosto. Il registro, la voce del narratore è perennemente in cerca di visualità e vitalità. Il romanzo non si stempera nel racconto immaginario, non incute l’inquietudine della magia, ma lo slancio narrativo è lo stesso; la distanza dalla consuetudine appare incisa fin dalle prime righe trascinando il lettore in una affabulazione che non tradisce mai la lettura.

Marco Conti

Gabriel Garcìa Márquez, Ci vediamo in agosto (a cura di Cristòbal Pera), trad. Bruno Arpaia, pp. 117, Mondadori, 2024; euro 17,50

Un dettaglio per ricordare

Ricordare il proprio vissuto non è scontato. Spesso i ricordi non solo risultano approssimativi ma del tutto lacunosi. Alcune ricerche nell’ambito della psicologia mostrano che il ricordo è sovente modificato dall’immaginazione. Qualcosa del genere accade in continuazione nell’immaginario di chi scrive sovrapponendo ricordi e sensazioni vissute ad altre fittizie. Lo scrittore …

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