
Un “noi” che aspira a farsi voce di un’intera generazione, personaggi quasi fumetteschi (anche nei nomi, come il comandante della stazione dei Carabinieri di Canelli chiamato Ginko). E una provincia che pare scuotersi dopo decenni di inerzia grazie all’apertura di nuovi centri di aggregazione, che danno linfa ai giovani e ai loro sogni di cambiamento. L’ultimo racconto di Marco Drago, La bohème, uscito a giugno nella collana Pennisole di Hopefulmonster editore, ritrae un mondo in fermento, quello dei piccoli centri dell’Astigiano tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, quando le birrerie accorciano le distanze tra la modernità delle città e l’immobilità dei paesi rurali, dove fino a poco prima i bar sono stati appannaggio degli anziani che dettavano ritmi e abitudini all’intera comunità. Quando arriva Fredo tutto sembra cambiare in quella “pozza d’acqua che ci sembrava l’oceano»: le serate si allungano, le proposte musicali e culturali aumentano. Un salto in avanti che sembra riallineare le giovani generazioni alla contemporaneità.
“Altri libertini”, ma di provincia
Visionario e sognatore, Fredo è il perno su cui ruota tutta la vicenda. Sfida tutto e tutti, pure il sindaco che più volte minaccia di togliergli la licenza per le orde di ragazzi che si accalcano il sabato sera. È lui a portare una ventata di novità con un locale in cui porta musica dal vivo, reading e, soprattutto, ragazze. In primis Laura, una delle giovani bariste che si alternano nel birrificio. “Ce la ricordiamo tutti ma nessuno di noi ricorda di averla mai baciata, era gentile e accomodante e ingenua e l’ingenuità la usava per disarmare gli eserciti dei suoi spasimanti” racconta la voce narrante con un pizzico di rimpianto. Il minuscolo milieu messo in piedi da Drago assume i tratti di una parodia dei giovani di Tondelli: i desideri sono gli stessi, ma i mezzi e il contesto sono ben diversi. Le novità arrivano con il contagocce dalle comitive di città che transitano nel weekend e si scontrano con una realtà ancora rurale, dove i ragazzi vivono a casa dei loro genitori e i meno civilizzati non hanno neanche un giradischi. Pure la lotta dei Carabinieri alla droga sembra una barzelletta: “ Dal suo ufficetto schifoso nella fatiscente caserma di via Solferino a Canelli, Ginko ordinava perquisizioni, posti di blocco, passaggi paranoici di Alfette su e giù per le sterrate di collina. I più esperti di noi conoscevano a memoria decine di stradine alternative […] Non che dovessimo nascondere chissà che, ma giocare a guardie e ladri, da ragazzi, è sempre divertente”.
Un finale da Gattopardo
In meno di cento pagine si ride e si piange di questi giovani che tentano di tenere viva la comunità, lottando con l’ottusità di padri e nonni. Nelle ultime pagine il libro si carica però della profonda disillusione di chi, passati quasi quarant’anni, ha visto andare tutto in fumo. Quando cadono le maschere e le strade si dividono, di quel progresso e di quegli ideali rimane ben poco. Il correlativo oggettivo di tutto ciò è la sparizione di Fredo, che vende il locale e se ne va: “Ci siamo trovati nella birreria per abitudine ancora per qualche anno, poi una si è sposata incinta del tipo sbagliato, uno è emigrato, un altro si è impiccato, un’altra è entrata in comunità, molti si sono chiusi in casa e non ne sono più usciti”. È la dura lezione del Gattopardo: “tutto cambia affinché nulla cambi”.
Lorenzo Germano
Marco Drago, La Bohème, pp.120, Hopefulmonster editore, 2025; euro 12,00