
«Dove abita il bambino abita Dio» scrive Alessandro Ceni in una delle prime poesie di Mattoni per l’altare del fuoco. E davvero, nei suoi versi, la visione e il reale sembrano fatti della stessa materia. Fin dal primo tempo di questa poesia la scrittura di Ceni è vissuta della suggestione di una scena potente quanto irrelata sotto il profilo della storia, distante dalla confessione come dalla contingenza. Ma là dove era prevalso il frammento visionario, con gli ultimi testi si fa strada il discorso e l’allusione mitica. L’occasione di una rivisitazione dell’opera viene dal volume I bracciali dello scudo (Poesie 1983 – 2023), che riunisce, I fiumi (1985), La natura delle cose (1991), Nel regno (1993), Mattoni per l’altare del fuoco (2002), Parlare chiuso (2012), Combattimento ininterrotto (2015) e sette inediti col titolo Felo de se, locuzione latina che ha indicava chi si dava la morte.
La natura delle cose
Per certi aspetti vicino alla scrittura di De Angelis, o almeno al suo analogismo ellittico, questa lirica si è ritagliata una posizione del tutto personale rispetto al clima e ai modi del secondo Novecento. Posizione che il volume crocettiano conferma pienamente. Né d’altro canto i riferimenti fatti in passato (per esempio da Giovanni Raboni) alla lirica di Dylan Thomas, vanno al di là di un parallelismo inerente le trasfigurazioni della natura o convergenti verso una visione mistica pronunciata con tono alto. Registro quest’ultimo che è rimasto invariato, come rimane l’adesione al mondo materico del cosmo, ma in maniera più composta rispetto alle fratture sintattiche che proponevano i primi due libri, vale a dire I fiumi e La natura delle cose. Richiamando questi testi viene a tratti in mente quanto scriveva Stefano Agosti a proposito della poesia di Augusto Blotto richiamando cioè una lingua che aderisce all’evento con frequenti divaricazioni di senso. Viceversa il verso di Ceni contestualizza emozione e scena riconducendo il testo a un campo semantico univoco , e poi a un macrotesto, per quanto articolato:
Con quale coraggio
rimangono gli uccelli
sull’orlo d’aria, il volpe cambia
lontano da qui il richiamo
significherà amore, avanzano perché risiedono
dove puoi vederli
opponibili al guardiano inselvatichito
ingannati dal suo giardino in estro.
(da “Con quale coraggio”, II, I fiumi)
Le forme dell’invisibile
Nella sua poesia più citata del libro d’esordio, “Cacciatori nella neve”, l’incipit energico, orfico, prende subito la strada di una invocazione all’invisibile («o voi del mondo invisibile/spiriti verdi e soli ») dando poi luogo a una lunga sequenza visionaria che accumula incisi e dettagli per consegnarsi infine sospesa rispetto all’enunciato:
Io vorrei saper dire amore
amore amore amore
come fanno i dementi
ed essere infelice infelice
per il troppo bene,
un solvente, che spezza la catena delle vite
per darci la definitiva morte,
simile a Dio in questo, o
al cuore;
o voi del mondo invisibile
spiriti verdi e soli,
carbonchi,
che assaggiate i fiocchi di neve
al volo e osservate come il ghiaccio
pattina i bambini i loro guanti,
col peso di un passero, le
sue ipsilon sul bianco, come
li fonda sulla petrosa neve
dopo l’uscita dal bosco pieno di culle,
come noi pensando fuoco fuoco,
ansanti perché la neve,
eppure nudi e senza freddo
con dita luminose e
sulle labbra non vapore,
lo spazio e il tempo: non date voce,
come il giocatore in panchina
lo sguardo agli altri
teso a capire (…)
Il baluginare di immagini fiabesche nel discorso è un altro tratto costante. Ceni lo porge con versi assertivi come «Ecco il buio spezzacuori/ e i trampolieri dei suoi sentimenti» (“Nella ricorrenza del paesaggio di una stella cometa”) o con un sognante «Io scendo dove nidifica l’uccello/ al morto infinito/ alla prima conifera/ che dava un canto fermo» (“La merla o altre parole del padre”), oppure ancora con incipit perentorio e ieratico: «Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava/ come immobili sogni dentro un’immobile mente// La testa di dio è bendata/ deposta sul fondo» (“Il canto delle balene”, citando ancora dalla seconda raccolta). Non c’è insomma nell’autore paesaggio diverso da quello metamorfico della natura colta nella sua fragilità, di rinnovamento o morte, ma perennemente viva per quanto l’enfasi si cimenti sovente sulle minuzie della natura così che compaiano i peli del cardo, le frasche, i fossi, i pappi, la pianta emersa nel buio di una notte (“Persona sul crinale recinto”).
L’orizzonte filosofico
E’ in questo contesto che la soggettività dell’autore finisce per essere assorbita come voce tra le cose mutevoli, senza mai farsi referto autobiografico. Del resto l’orizzonte filosofico di riferimento sembra essere quello orientale, ben sintetizzato in esergo tra le partiture di Mattoni per l’altare del fuoco. Dall’ Ashtasakasrika, uno dei testi buddisti più antichi inerenti la via della saggezza, si cita: «Non abbandonare mai gli esseri, e tuttavia vedere che ogni cosa in verità è vuota» e da un canto tibetano: «Io rivivo i dolori infiniti di tutto l’abisso delle trasmigrazioni». Il libro, dedicato agli animali e ai bambini, inizia in effetti con una visione creaturale del ciclo dell’eterno ritorno in cui sembra di intuire l’identificazione e palingenesi di padre e figlio, in analogia con quella del mondo animale, forse non a caso evocato dagli uccelli, punto d’unione tra cielo e terra.
Nel suono delle bestie
molti dèi pregano
e scuotono a un’usta di passera tra i pini
i lembi incandescenti dell’infanzia
se sulla soglia
al rovinìo tra i rami delle merle
hai visto il figlio discendere sul padre
e aprirsi alle parole
per dirgli la parola che non salva; e forse
hai visto il chiurlo non discendere diversamente
La frammentazione formale, la sua elusività, è qui ricomposta. La visione naturale assume il carattere del salmo mentre l’intero libro si articola organicamente di capitolo in capitolo e numeri romani per ogni poesia. La voce si accompagnata al vocativo: «O affrascate di tigli/ o forche di alberi avverdite/ avete mai sentito la notte il mare farsi di piume», portando netti accenti sapienziali: « Nel ricordo, l’infanzia è un albatro/ che ti guarda senza amarti; ed è bene per non sentirlo battere/ andarsene solo per strade».
Marco Conti
Alessandro Ceni, I bracciali dello scudo (Poesie 1983-2023), pp. 263, Crocetti, 2025; euro 18, 00