
«Non voglio più scrivere. Ricordo troppo». Il proposito di Carlo Emilio Gadda annotato nel suo diario dopo la prigionia, non ha avuto per fortuna seguito. Ma certo la guerra non avrà centralità nell’opera. Il suo romanzo più intenso, La cognizione del dolore, riporterà solamente, in un registro ironico e grottesco e sotto le mentite spoglie di due paesi immaginari, lo scenario del primo dopoguerra italiano, così come il protagonista, Gonzalo Pirobutirro, rifletterà l’autore. Viceversa, nella prima parte del Castello di Udine (1934), Gadda tornerà direttamente sui suoi ricordi come accadrà pure nel racconto, “Manovre di artiglieria di campagna” nel suo libro d’esordio, La Madonna dei filosofi. Ernesto Ferrero commenta entrambi nell’edizione einaudiana del Castello di Udine scrivendo che, la vicenda bellica, era in Gadda un nodo «non pacificato dalla catarsi liberatrice della pagina ».
Ma oggi, che di conflitti e bellicismo si parla sin troppo, la lettura del gaddiano Giornale di guerra e di prigionia (a cura di Paola Italia), è un ottimo contravveleno. Tanto più che il diario, pubblicato per la prima volta nel 1955, non è mai rimasto in “vetrina” a lungo. Gadda aveva 22 anni, quando, interventista convinto, si arruolò e combatté con il grado di sottotenente nel 5° reggimento degli Alpini. Fin dall’inizio lo scrittore ha però parole aspre per il mondo militare: lamenta l’incompetenza dei generali, la vita di caserma, «l’egotismo cretino dell’italiano» che in ogni questione mette puntualmente al centro se stesso e infine la ricerca del profitto che fa marciare gli alpini con le scarpe rotte: « se ieri avessi avuto innanzi un fabbricatore di calzature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate». Appena promosso tenente, Gadda si ritrova a Caporetto e poi in mano nemica, prigioniero in Germania fino alla fine.
Gli italiani «pezzi da grand hotel ma non guerrieri»
Il sentimento morale che lo aveva portato in trincea si è trasformato in disillusione. Nel 1916 scrive nel suo diario: «Appena sento il rumore della battaglia, appena i cannoni urlano nelle foreste, una specie di commozione sovrumana mi pervade l’anima». Ma la quotidianità farà cadere pezzo a pezzo le illusioni e l’idealismo. I compatrioti «tàlian» saranno via via definiti maiali, asini o «pezzi da grand hotel, ma non guerrieri, non pensatori, non ideatori, non costruttori». Soprattutto (e non a caso visto gli studi di ingegneria) non accetta l’improvvisazione. Viceversa al fronte ogni cosa sembra gettata nella polvere della casualità.
Nel 1919, rientrato in Italia dalla prigionia, avrà notizia della morte del fratello, aviatore precipitato nei pressi di Asiago. La ferita personale, l’esperienza diretta e le morti in trincea, forgeranno l’amaro espressionismo dei suoi romanzi futuri: una narrazione dai colori accesi, un idioletto di invenzione, di profili marcati fino alla satira, di fitte morali insanabili e perlustrate con dovizia. Accanto ai commenti del suo diario, molte pagine del Castello di Udine, scintillano di questa grande inquietudine immedicata. La nota sugli scarponi, e dunque le pessime forniture militari lamentate nel “Giornale”, diventano allora pagine come quelle dei giorni di prigionia descritte nel racconto “Imagine di Calvi”: «Trascinai verso dove sapevo le scarpe senza più suola, e, dentro, i piedi gelati: nel cuore e nei polsi c’era un debole battito, come una lusinga di vita; nel buio turbinava la neve, le ciglia, la barba se ne coprivano; le calze dopo quaranta giorni, erano brandelli.»
f.m.
Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia (a cura di Paola Italia, con una nota di Eleonora Cardinale), pp. 626, ill. in bn nel testo, 18 foto in bn, Adelphi, 2023, euro 35,00