
«Gentile Yeats, immagino abbia sentito del destino del mio libro Gente di Dublino. Roberts ha rifiutato di darlo alle stampe e infine ha accettato di vendermi la prima edizione per 30 pound affinché potessi pubblicarlo io stesso. Poi, però, il tipografo ha rifiutato di consegnarmi le 1.000 copie stampate e ha addirittura distrutto i caratteri e bruciato la prima tiratura.»
Questa lettera scritta a William Butler Yeats nel settembre 1912 lascia di stucco chiunque non conosca per filo e per segno l’avventura della pubblicazione di uno dei libri più importanti del Novecento. Leggendo Strappare alla vita il suo segreto. Lettere ad altri scrittori (appena editato da L’orma), le sorprese sono molte. Ma il caso più eclatante di cui Joyce ci dà conto in quelle poche righe riguarda Gente di Dublino o più propriamente i Dublinesi. Il rogo di un’opera di Joyce potremmo aspettarcelo per Ulisse la cui sorte tormentata, per pruderie e puritanesimo, inizierà dopo la pubblicazione…Ma che le circa 250 caste (e formalmente classiche) pagine di Dubliners siano addirittura distrutte dal tipografo e bruciata la modesta tiratura, mette le ali all’immaginazione. Un volo breve, tuttavia, perché appena entrati nel carteggio joyciano nella sua completezza o sfogliata un’edizione qualsiasi della biografia, ogni cosa diventa chiarissima, neppure fossimo nelle vicinanze delle paturnie woke che oggi molestano la letteratura. Sta di fatto che la lettera al futuro premio Nobel è solo un minuscolo tassello di una censura che coinvolse persino il re, Giorgio V.
«La tipografia non lo vuole»
Gente di Dublino, allora raccolta di 12 racconti, era già stato accettato dall’editore Grant Richards nel 1905 quando Joyce insegnava a Trieste. Vista la buona accoglienza lo scrittore decise allora di inviare un ultimo racconto, I due galanti che, diversamente da quanto potrebbe accadere oggi, lo stampatore lesse puntualmente informando poi l’editore delle proprie perplessità: a suo parere, la narrazione era passibile dell’accusa di oscenità. Una remora non di poco conto visto che la legge avrebbe ritenuto responsabile proprio lo stampatore. In quel racconto c’erano riferimenti sessuali precisi all’anatomia maschile e femminile! Non fosse mai. Joyce aveva già pubblicato nel 1904 tre racconti (The Sisters, Eveline, After the Race, comparsisul giornale dublinese Irish Homestead) ma probabilmente non si era reso conto che l’ editore nicchiava sulla data di pubblicazione anche prima della reazione del tipografo.
«Caro Richards, lei mi dice che il tipografo a cui ha spedito il mio racconto Two Gallants, prima ancora che fosse letto da lei stesso, si rifiuta di stamparlo e perciò lei mi chiede o di sopprimere il racconto o di modificarlo in modo tale da rendere possibile che venga accettato. Non riesco a vedere come potrei fare una delle due cose. Ho scritto il mio libro con una accuratezza considerevole, nonostante un centinaio di circostanze avverse e in perfetta consonanza con quella che capisco essere la tradizione classica della mia arte.»
La lettera del 26 aprile 1906 si conclude con l’annuncio di un quattordicesimo racconto dal titolo A little Could. Di fatto il rapporto con l’editore continua; a malincuore Joyce accetta di revisionare alcune novelle: riscrive Sisters e porta qui e là piccoli ritocchi ad altri racconti. L’anno dopo Joyce scrive uno dei racconti più belli e incisivi del libro, The Dead. Ma l’edizione dovrà aspettare anni. Richards si rifiutò infatti di pubblicare il libro nonostante le modifiche apportate. Nei due anni successivi Joyce manderà il libro a diverse case editrici che una dopo l’altra declineranno la proposta. Si arriva così all’incontro con l’editore irlandeseMaunsel & Co e al 1909, anno gravido per Joyce di altre delusioni che sfoceranno nel paradosso e nella lettera tragicomica che l’autore invierà a Yeats. Autore ed editore firmano infatti il contratto e dopo alcuni mesi sembra ripetersi la partitura di incertezze e dinieghi. L’editore George Roberts dapprima invita Joyce a rinviare la stampa rilevando aspetti che potevano cadere sotto l’attenzione dei censori, tanto più che vi sarebbe stato il rischio di diffamare il re Edoardo VII appena scomparso.
E Joyce scrisse al re

James Joyce per la seconda volta a obtorto collo corregge alcuni passi e finalmente la data di pubblicazione viene fissata per il gennaio 1911. Resta soltanto, per l’editore, la necessità di un ultimo ritocco: togliere quel riferimento al re dal racconto Il giorno dell’edera su cui Joyce però non intende cedere. E dunque…ecco l’ennesimo rifiuto; Maunsel & Co non pubblicheranno Gente di Dublino. Sembra oggi un brano di teatro, tanto più che a questo punto l’autore più canonico del Novecento modernista decide di mandare direttamente al re il suo racconto, sottolineando i passaggi incriminati per chiedere dispensa, autorizzazione, liceità. Peccato che al posto di sua maestà risponda il segretario particolare che comunica allo scrittore quanto sia inopportuno chiedere al re di pronunciarsi su una questione meramente letteraria. Così Joyce decide di scrivere l’intera storia per i giornali irlandesi. Il che avviene ma senza alcuna conseguenza. A curious History resterà una storia curiosa, una piacevole lettura da pagine domenicali. Una volta di più lo scrittore decide di tornare dall’editore e chiedere spiegazioni. Il libro era già arrivato alle bozze ma, a parte la questione che chiamava in causa il re, George Roberts aveva paura che giocasse a sfavore anche la possibile accusa di antipatriottismo. Seppure di sfuggita occorre ricordare che in quegli anni le rivendicazioni dell’Irlanda sfociarono nella fondazione, nel 1905, del partito rivoluzionario Sinn Féin. L’editore si spinse quindi oltre chiedendo di eliminare dal libro ogni passaggio che identificasse i luoghi irlandesi e di ottenere il parere di un avvocato nel merito del linguaggio usato dallo scrittore.
Questa volta il progetto tramonta anche per Joyce, il quale sollecita di avere almeno le pagine già stampate in bozza pagando di tasca sua le spese inerenti per poter far stampare altrove il libro. Non è chiaro quale sia stato l’atteggiamento degli editori ma è illuminante la conclusione: quando Joyce si presentò in tipografia la tiratura gli venne rifiutata e, a distanza di poche ore, i fogli vennero bruciati così come scrive nella lettera a Yeats. Joyce però era riuscito ad avere una copia dei Dubliners e con questa si ripresentò al primo editore, Grant Richards.
Il contratto e le vendite: sette copie in sei mesi

L’ultimo atto di questa vicenda non è meno paradossale. All’inizio del 1914 l’editore Richards stamperà dei Dubliners 1250 copie, Joyce si impegnerà ad acquistarne centoventi e accetterà di non avere diritti d’autore sulle prime cinquecento. S i comprende così che, quando Joyce scrive una seconda volta al poeta William Butler Yeats, nel settembre del 1916, spieghi:« sto scrivendo un libro, Ulisse, che però vedrà la pubblicazione tra qualche anno. Spero, fino a quando non sarà finito, che il romanzo e il dramma [Esuli ndr] attireranno l’attenzione dei miei sei o sette lettori (negli ultimi sei mesi sono state vendute sette copie di Gente di Dublino)».
In quell’anno l’attenzione intorno a Joyce era già sensibilmente mutata come si avverte leggendo le lettere dell’autore agli altri scrittori: Yeats, Pound, Eliot, Svevo nella selezione appena editata. Già un anno prima Ezra Pound gli scriveva dopo averlo invitato a pubblicare nell’antologia Des Imagistes: «Caro Joyce, sono considerato uno che se ne intende molto di prosa e io credo che il suo romanzo sia dannatamente di stoffa buona».
Marco Conti
James Joyce, Strappare alla vita il suo segreto. Lettere ad altri scrittori, a cura di Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi, pp. 128, L’orma Editore, 2024; euro: 10,00
Bibliografia: F. R. Paci, Vita e opere di James Joyce, Laterza 1968; James Joyce, Lettere, Mondadori, 1974; James Joyce, Lettere. Il carteggio del più grande scrittore del Novecento, Pgreco editore, 2012; R. Ellmannn, Letters of James Joyce, vol. II, Faber and Faber,1966