Márquez, Vargas Llosa e quel pugno in un occhio

Non un reportage, non una doppia biografia, come dice il colophon, ma un romanzo storico certamente sì:  I giganti di Jaime Bayly mescola vicende realmente accadute con fatti inventati, creati dall’immaginazione ma, spesso, del tutto verosimili. Il che non toglie alcun fascino alla narrazione.

Los Genios

La copertina e il titolo originale, Los Genios, rivelano i due protagonisti, ovvero i due geni della letteratura sudamericana, Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez. Il romanzo racconta, attraverso la finzione narrativa, la grande amicizia tra i due scrittori, vicini di casa e ognuno padrino di un figlio dell’altro, e soprattutto tenta di disaminarne la fine. E proprio dalla fine inizia il racconto che si apre con il famoso cazzotto assestato da Mario a Gabo davanti a un cinema a Città del Messico.

Il tempo e le date

Al cinema i due scrittori avrebbero assistito all’anteprima del film sulla vicenda dei sopravvissuti delle Ande (il cui remake, La società della neve, è del 2023) e in questo modo è possibile risalire alla data dell’avvenimento, ovvero il 12 aprile del 1976. Nel romanzo non compaiono date e il tempo della narrazione non ha un carattere cronologico ma è un andirivieni continuo che si può ricostruire attraverso alcuni elementi: l’età dei figli dei due protagonisti; la pubblicazione delle opere; il Nobel a Neruda; la morte di Franco… Gli eventi delle vite dei due protagonisti, quindi, si mescolano e si rincorrono per tutta la narrazione, talvolta ripetendosi, senza però annoiare il lettore.

Il Boom latinoamericano

Bayly racconta gli anni del boom latinoamericano sia intellettuale sia politico e accanto ai personaggi del mondo della letteratura come Pablo Neruda, Jorge Edwards, Julio Cortázar si muovono sullo sfondo anche Fidel Castro, Juan Velasco Alvarado, Salvador Allende. La narrazione ricostruisce l’amicizia, e i dissapori politici, partendo dal primo incontro dei due futuri Nobel, quando Vargas Llosa e García Márquez si trovarono, dopo una lunga corrispondenza epistolare. In quel momento il primo era già uno scrittore affermato mentre il secondo aveva scritto i primi romanzi, senza raggiungere la fama benché «la percezione che fosse Mario e non Gabriel, lo scrittore di maggior successo»  fosse «ben presto destinata a cambiare.»

Infatti, nel giro di poco tempo l’autore di Cent’anni di solitudine passò dai molti sacrifici –  suoi e della moglie Mercedes, che aveva addirittura venduto l’auto e non pagato l’affitto e le rette scolastiche dei figli per permettergli di scrivere –  alla fama e all’acquisto, con i proventi del romanzo, di una decappottabile BMW serie 5, blu metallizzato, che sfrecciava per le strade di Barcellona.

In Spagna

Nella città spagnola, appunto, si erano trasferiti i Márquez in seguito al successo editoriale e dopo un paio d’anni furono raggiunti da Mario Vargas Llosa e Patricia, cugina e seconda moglie, che si stabilirono a un centinaio di metri di distanza. La loro frequentazione era pomeridiana e notturna perché Gabo, dopo aver accompagnato i figli a scuola, passava la mattina a scrivere L’autunno del patriarca, in tuta da meccanico, preoccupato di «deludere i lettori e la critica, dopo aver alzato così tanto l’asticella». L’inventore di Macondo si delinea nell’arco della narrazione come un personaggio piacevole, caratterizzato da umanità e da generosità, quasi in contrapposizione all’amico peruviano, per il quale Bayly sembra avere meno riguardo mostrandone i difetti e le passioni amorose. 

Nel lettore genera simpatia Gabo che, in tuta da meccanico al volante della sua BMW, viene scambiato da un benzinaio per un autista «”Fortunato a poter guidare l’auto del suo principale”. “Una gran fortuna, la mia,” ammise García Márquez, sorridendo. “Il principale deve avere un bel po’ di grana” disse il benzinaio. “Decisamente” disse García Márquez». Non altrettanta Vargas Llosa che umilia un cameriere che,  per di più, alzando gli occhi scopre essere suo padre, dandogli qualche banconota e l’ordine di andare a comprarsi un deodorante.

«Questo è per quel che hai fatto a Patricia»

A Città del Messico Mario Vargas Llosa accompagnò il suo pugno con le parole «Questo è per quel che hai fatto a Patricia» e Bayly nel romanzo cerca di indovinare, ricostruire cosa fosse avvenuto, di quale colpa si fosse macchiato Márquez. Nonostante non si sia mai saputa la vera causa di quel gesto, certamente, il cazzotto restò nella memoria collettiva tanto che per gli ottant’anni di Gabo La Jornada, il principale quotidiano messicano, mise in prima pagina la foto del festeggiato con l’occhio nero.

Giancarla Savino

Jaime Bayly, I giganti, pp. 280, Feltrinelli, 2024; euro 19,00. Traduzione Silvia Sichel.

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