Zeta, mezzo secolo di poesia

1967. Ezra Pound legge alcune poesie al Festival dei due mondi di Spoleto. «Pound apparve malfermo, come una sorpresa. Capelli scompigliati in un palco vicino alla prima fila del pubblico. Un lungo applauso. Un vecchio che stentava ad alzarsi, poi appena ritornato il silenzio, quella voce che ascoltavo per la prima volta uscire da una testa leggermente piegata coi suoi ideogrammi. Un altro lunghissimo applauso. Credo di essermi commosso, come era successo anche a Ferlinghetti ascoltandolo.» La memoria è di Carlo Marcello Conti sul penultimo numero della sua rivista,  ZETA, rivista internazionale di poesia e ricerche. Una delle prime a parlare di ricerca permanente, tra le ultime a proporre  riflessioni di poesia, arte, estetica accanto ad  ormai irrinunciabili memorie come quella che, sul numero del maggio scorso,  ha disegnato l’itinerario di Angelo Guglielmi e del gruppo ’63 con un servizio di Vincenzo Cioni: un lungo affondo tra radici e cronaca fino al nome di Luciano Anceschi ed a una Bologna oggi irrintracciabile.

Campanotto, oltre l’avanguardia

Giorgio Celiberti, Ezra Pound (Zeta, XLV, n 2, 2022)

L’editore è Campanotto con un decennale lavoro di critica militante (si usa ancora questo qualificativo ora che tutto sembra asserpolato intorno alle docenze universitarie?),  ha attraversato pieghe e anfratti tettonici della geologia letteraria con una pattuglia di riviste ormai storiche: Zeta, nata nel 1976 e intorno alla quale si è sviluppata l’attività editoriale e le collane di poesia, Tèchne fondata da Miccini e poi reinventata dal poeta visuale Paolo Albani, fino al semestrale che per certi versi sarebbe parso il loro contraltare, vale a dire  Diverse LinguE, rivista ormai divenuta una biblioteca critica della poesia dialettale italiana grazie anche a una redazione che, negli anni Ottanta, ha riunito Maria Corti e Andrea Zanzotto, Cesare Sagre e Pietro Gibellini,  Giovanni Frau, Franco Loi, Giancarlo Ricci, Giuseppe Paioni. Sfogliandola capita di scoprire una storia parallela dove le note di Pasolini del 1952 si accompagnano a quelle dell’etnologo Ernesto De Martino o alle sorprese di Pier Vicenzo Mengaldo quando, nel 1983 su “Sigma”, commentava: «Alcuni dei libri di poesia più belli dell’ultimo decennio» sono scritti in dialetto, consapevole del resto che quegli stessi versi rischiavano di essere assemblati alle anticaglie.

Per contro c’era chi intravedeva proprio nel dialetto il punto d’inizio di un nuovo discorso poetico in contrapposizione a una lingua, l’italiano, usata ormai nei testi d’avanguardia per mostrare i confini, i limiti della comunicazione. E allora valeva forse la pronuncia montaliana a chiarire i termini del conflitto con questi versi di  “Satura” riecheggianti in quelle pagine: «Incespicare, incepparsi/ è necessario/ per destare la lingua/ dal suo torpore./ Ma la balbuzie non basta/ e se anche fa meno rumore/ è guasta lei pure. Così/ bisogna rassegnarsi/ a un mezzo parlare (…)».

Poesia della differenza

Sull’ultimo numero di Zeta la sorpresa di un incontro imprevisto: la poesia di Fabio Doplicher con un ritratto di Giuseppe Antonio Camerino.  Doplicher, vale a dire un autore inassimilabile alle poetiche e scritture dell’ultimo Novecento,  almeno quanto risulta estraneo alla ricerca diramatasi dagli anni ’60. Sul tema si diffonde un saggio poco noto di Michele Arcangelo Nigro (Fabio Doplicher: La poesia di Roma) imperniato sulla raccolta di versi comparsi postumi nel 2010 da Archinto, dove  è svolta una straordinaria serie di parallelismi tematici tra paesaggio, attualità e arte nella città eterna. Il segno, secondo Camerino, di una rilevante originalità quasi una lingua inedita nell’ideale galleria di fine secolo. Un tributo che oggi, in clima poco avvezzo ai dissensi e molto midcult, poteva nascere solo da questa rivista.

lmi

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