Poeti dimenticati o nascosti – 3

Terza parte di una rassegna antologica di poesia di autori italiani e stranieri poco noti al grande pubblico

“Passò su tutto il passo del gatto”

Fabrizio Barazzotto

Passò su tutto
il passo del gatto
con levità di poesia
(col rossore del graffio).
tracciò segnali – di percorso
e confini – sul goffo corpo
dei frutti.
lasciò nell’anima l’amnesia
di futili destini. l’indecoroso
segno della dolce follia o
fiore della libertà.

Fabrizio Barazzotto, da “Il passo del gatto”, All’Antico mercato saraceno Ed., 1988

Umberto Bellintani

Le mie parole sono capra
ed erano capra e pecora
le mie parole sono zappa
e asino vanga e pietra
per affilare la falce erba
medica farfalla e ragno
nella ragnatela al sole
nel granoturco e mulo erano
e cavalla scrofa e carretto
le mie parole amate.

Umberto Bellintani, “Le mie parole amate”, da Nella grande pianura, Mondadori 1998

Efraìn Barquero

Andrew Wyeth

“Voglio dormire nel granaio; nel granaio
di travi annose e pareti di fango.
Che mi stiano vicini gli arnesi che conoscono la terra.
Che mi dormano vicino le trecce dell’estate,
pieno d’aglio e di cipolle. Che il fieno secco
e i pezzi di legna mi sveglino col loro alito di notte.
Voglio dormire sulla pelle d’un puma ucciso da un antenato.
Voglio dormire assalito da ombre e sguardi antichi.
Che i cani mi sveglino ad ogni frutto che cade
Che l’udito profondo del mio cavallo sdraiato accanto a me,
mi porti per tutti i sentieri come un cavaliere addormentato,
Che i nodi di legno mi osservino nell’ombra.
Che la frutta messa a seccare mi tocchi nel dormiveglia.
Che s’annidino su me le civette centenarie,
e i loro occhi siano l’unica lampada accesa
a scrutare le tenebre.”
 
Efraìn Barquero, da “Granaio” in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972

Robert Bly

Prendendo le mani di qualcuno che si ama,
Ci si accorge che esse sono delicate gabbie…
Minuscoli uccelli cantano
Nelle segrete praterie
E nelle profonde valli della mano.
 
Robert Bly, “Prendendo le mani”, da La grande società in Almanacco dello Specchio 1975, Mondadori
 

Prendendo le mani

André du Bouchet

La parte bianca e la parte rumorosa
ho riconosciuto il giorno esatto
nella sua nudità
che si schiarisce
e si gela
la sua esatta nudità
la parete senza quadri
le ardesie
i ghiacciai
la neve dei vetri
dei ghiacciai.

André du Bouchet, da “Altro impulso”, trad. M. Conti, in Dans la chaleur vacante, Mercure de France, 1961

Eder Conti

Alain Bousquet

Dio dice al suo poeta:
“Ti ho scelto perché m’informi
sulla mia identità.”
Il poeta è dispettoso: traccia una parola,
poi una seconda, poi le cancella.
Dio si fa più pressante:
“Mostra agli uomini come venerarmi:
ti ho creato per questo.”
Il poeta sorride, scrivendo la parola ‘rosa’,
la parola ‘azzurro’, la parola ‘tucano’
la parola ‘silenzio’, la parola ‘dio’.
E dice:
“Sono tutte intercambiabili le parole”.
 
Alain Bosquet, “Dio dice al suo poeta”, trad. M. A. Basile, da Poeta in Francia, Libri Scheiwiller, 1991.

Francesco G. Bruno

E dunque mettiamo in conto proprio tutto…
dal fischio del merlo sfiorito sul ramo
del querciolo
al verso monotono del gufo
o barbagianni che fosse (sempre uccello notturno
tuttavia, dai non individuabili tragitti)
al vento che s’ingolfa nel camino
– aggiungi ancora la morìa di ranocchi nella vasca
e quella loro solfa d’agonìa – e dimmi
se tutto già non preludeva
a questa morte vegeto-animale…

“Ma io pensavo ai gigli, alle giunchiglie,
al raduno dei passeri
nel punto dove il campo dà nel bosco
con trame di edere e ginestre…”

Come se la farfalla non fosse stata mai
bruco dormiente
o l’acqua dentro il pozzo pioggia cupa.

Francesco G. Bruno, “E dunque mettiamo in conto proprio tutto”, poesie, in Nuovi Argomenti, Gennaio-giugno 1980.

Nadia Campana

Il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine
la metà del tempo pensavo a me
quando ero bambino pensavo da bambino
ero nella neve inondata
ho visto fare l’acrobata
ero un re
molto triste e buono nella mia stanza
arriva un nano i morti non si contavano
ero in un campo verde
dove passeggiava una donna bella
un uccello arrivò e le rapì la collana
mi trovavo in un posto
c’era una ruota e si saliva
ognuna di noi teneva un’amica sospesa
in aria poi in molti appesi e stanchi
ci si lasciava cadere piangevo
perché mi era scivolata direttore
chiudete ma lui non ascoltava
il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine

Nadia Campana, da “Verso la mente”, Crocetti, 1990

Giuliano Donati

Respiro male se dimentico il fazzoletto,
scopro pavimenti interrotti, tagli
bruschi della strada, vuoti nei cespugli
intorno, lente le curve che potevano
essere più dritte, anche se le faccio
inciampando quasi, o tagliandole
di netto se posso, se l’erba me lo fa capire.
E le strisce cancellate, il numero sbagliato,
la differenza ancora più pesante del riscaldamento,
troppe persone nelle stanze infine, e vorrei
entrare lo stesso, e parlarti,
se già da qui intuisco, ti vedo
che sorridi.
 
Giuliano Donati, “Respiro male se dimentico il fazzoletto”, da Api e cavalieri, Crocetti, 1988.

P. Greenaway, schizzo per ‘I giardini di Compton House’