La vera apologia di Socrate. Vàrnalis e le maschere della falsa democrazia

Il Socrate di Platone si preoccupa per il sapere degli ateniesi, quello di Kostas Vàrnalis della credulità politica. Il primo specula sulle leggi e commenta l’oracolo di Delfi che vuole Socrate il più sapiente degli uomini;  Vàrnalis impegna il filosofo sull’etica della pόlis greca. Così si capisce bene come, in ogni momento dell’apologia,  le calunnie contro Socrate siano poca cosa di fronte alla protervia del più forte e si capisce altrettanto bene perché il testo di Vàrnalis abbia, forse più di ieri, risonanze di attualità politica.

La vera apologia di Socrate e Il monologo di Momo, riuniti in un libro curato da Filippomaria Pontani  (Crocetti Editore),  sono per la prima volta tradotti in italiano benché Kostas Vàrnalis  (1884-1974) sia stato scrittore cruciale del primo Novecento greco, ammirato, tra gli altri, da Ghiannis Ritsos del quale era sodale. La spiegazione sta forse tutta nelle poche righe in quarta di copertina: «E’ stato il primo grande rappresentante della letteratura di stampo marxista in Grecia. Le sue idee politiche e culturali gli costarono vari richiami, un breve confino e il posto di insegnante e preside scolastico, che dovette abbandonare nel 1926 per intraprendere una precaria carriera di giornalista.»

Dall’idealismo al materialismo storico

Eppure l’esordio con le liriche di La luce che arde (1922),  sembrava percorrere i sentieri dell’idealismo di ascendenza romantica. Anche il secondo testo, Il monologo di Momo, procede da quella cultura svolgendo un dialogo  – che alle ultime pagine scopriamo fittizio, ovvero del tutto interiore –  tra Momo, Cristo e Prometeo. E’ impossibile dunque non citare, come fa il curatore, Prometeo Liberato di P.B. Shelley (1820), il Prometeo di Edgar Quinet (1838) e persino La scommessa di Prometeo di Leopardi (1824).  Momo per la tradizione antica greca era la divinità della critica; qui avversa la figura di Cristo per non aver insegnato agli uomini a combattere contro le ingiustizie e il potere («Noi non vogliamo Cesari!» gli dèi sono stati sempre dalla parte dei Cesari) e contrasta Prometeo intesa come figura che incarna la forza, ovvero il potere come un destino collettivo. In una delle ultime battute Prometeo  dice : «Così è stabilito fin dall’inizio del mondo: i poveri che lavorano non potrebbero reggere nemmeno un istante senza i padroni che danno loro il lavoro.» La dialettica tra il campione dei Titani e Gesù servirà invece a Momo per argomentare il proprio ateismo.

La vera apologia

Platone, per Vàrnalis, ebbe il torto di fare del filosofo condannato a morte un convinto idealista grazie alle opere di Senofonte e Diogene Laerzio. Secondo Filippomaria Pontani,  Vàrnalis predilige invece Le Nuvole di Aristofane dove trova un’atmosfera popolare consona al suo registro e che non pesa sulla storia del filosofo poiché la commedia venne scritta 24 anni dopo la condanna.  Del resto proprio la satira e la sprezzatura sono carattere dominante per la Vera apologia, quasi uno strumento per guardare il mondo. Ecco l’incipit: «Mentre parlavano gli accusatori (Meleto con la sua voce acuta e le mossette muliebri, nervoso come un usignolo; Anito con le orecchie grandi e le narici piene di peli; Licone con le tempie strette e lo sguardo torbido), i giudici seduti per terra, a gambe incrociate o accovacciati, masticavano bruscolini e sputavano i gusci sulla nuca di quello davanti. Ma i più, distesi lì a fianco, tenendo le scarpe per cuscino, russavano ritmicamente. »  E quando la parola tocca al filosofo, lo si sente sussurrare: « “E io che aspettavo che foste voi a difendervi, o Ateniesi!”. Tornò a sedersi e riprese a massaggiarsi il ginocchio sinistro.»

Kostas Vàrnalis e la moglie, Dora Moatsou (Archivio letterario e storico ellenico)

La voce narrante illustrerà meglio la posizione socratica nel paragrafo successivo quando i giudici, davanti all’atteggiamento distaccato dell’accusato, si risentono: «Ma ancor più si irritarono del fatto che in quel momento [Socrate] aveva disprezzato il bene più alto della democrazia: prima ti difendi e poi ti fanno fuori. Così che quando picchi un bambino e quello non piange, ti intestardisci e lo picchi ancora di più».  Diversamente da quanto accade nelle pagine della Repubblica di Platone, la nozione che qui si evince è che, nello stato ateniese, la giustizia è l’interesse del più forte e la democrazia «una tirannide mascherata». Nello stesso paragrafo (2.18), Varnalis insiste: «Perché scopo delle leggi non è punire i colpevoli, ma le vittime, e impedire ai derubati di rubare anch’essi.» Come nella vita dello scrittore, viene meno la fiducia nello spirito equanime, tanto che il mondo si divide per questo Socrate «in sazi e fessi», sempre a disposizione  della ricchezza.

Il mondo libero

Nell’introduzione Filippomaria Pontani chiarisce come lo scrittore greco arrivi a questa conclusione non da posizioni oligarchiche ma da una dialettica tra potere e sottomissione che ha conosciuto la dittatura militare e la distruzione delle libertà costituzionali. Tanto che in queste pagine sembra circolare quasi un’aura di profezia anche di fronte alla timidezza della democrazia attuale. Del resto, nel 1965 la raccolta di poesie Il mondo libero assumeva la storia della prima metà del secolo come altrettanti esempi di sottomissione dei popoli, ora con i regimi, ora con maschere più liberali e democratiche ma sempre fatte per controllare e derubare. Tra i falsi salvatori, chiosa infine Pontani, «non v’è dubbio, Vàrnalis avrebbe annoverato anche la stolida e spocchiosa Unione Europea dei primi anni Duemila, e i suoi tanti complici nel Paese.» Né il presente ha ancora saputo dar torto a Vàrnalis.  Mai come oggi La vera Apologia di Socrate urla di indignazione ad ogni latitudine.

Marco Conti

Kostas Vàrnalis, La vera apologia di Socrate. Il monologo di Momo, pp 163, Crocetti Editore, 2024; euro 16, 00

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