Thierry Metz su ‘Poesia’

Scorrendo le pagine dell’ultimo numero di Poesia, tra i nomi più autorevoli richiamati dalla copertina (Odisseas Elitis, Darek Welcott, Franco Loi), Crocetti riserva una sorpresa, quasi come tra le pieghe di un libro d’ore: parlo della poesia di Thierry Metz nella traduzione e presentazione di Pasquale Di Palmo. Beninteso, di Metz sono già state tradotte e stampate in Italia alcune opere da piccoli editori, ma il nome di questo autore – appartato quanto intensa e appartata è la sua scrittura – sull’unica rivista di poesia davvero diffusa è insieme un alito di freschezza e un objet trouvée sui binari della consuetudine.

«Ogni giorno costruiva la sua vita con la pala»

Thierry Metz (1956 – 1997) era un manovale, all’occasione un muratore o un contadino che, come scriveva il suo primo editore Jacques, «ogni giorno costruiva la sua vita con la pala dello sterratore e la cazzuola del muratore, con la penna del poeta». Eppure la sua poesia non è quella della testimonianza, ovvero quella di un autobiografismo illuminato dal talento e dall’immaginario – per quanto la ricorrenza dei temi e dei lemmi della quotidianità possa indurre in questo facile percorso critico. Quando Metz dice «scrivo nell’ortica, non nella rosa» intende richiamare le ragioni della poesia ben al di là della nozione di fatica e asprezza quotidiana. Così come si evince dai versi di Una pietra:

 Una pietra, 
 Uno straccio,
 Un pezzo di legno bastano a non essere più solo davanti a certe parole, a trovare loro un fondo o un’infanzia.
 Scrivere non è che toccare.
 Scrivere è il piccolo locale dove ti tocco le mani, la monetina che ti poso in mano
  
 (Un pierre, trad. Pasquale Di Palmo) 

Immagini e metafisica

Così se è vero quanto argomenta Di Palmo, ovvero che il verso di Metz ha poche analogie con la letteratura degli anni Ottanta e Novanta, è parimenti vero che la linearità elusiva dei suoi temi e insieme la fisicità insistita in ogni testo, procedono da quella lirica che da Pierre Reverdy si estende all’ École de Rochefort. La quotidianità, come i paesaggi immaginari di Reverdy, ha il compito di trasporre in immagini sensibili, la condizione esistenziale. Non per nulla Metz ama Paul Celan; non per nulla scrive (e uscirà postumo) Sur un poème de Paul Celan. In “Essere dove la parola è una stanza”, l’autore dice: «Essere dove la parola è una stanza./ Rubarle candore, il pavimento, il tavolo./Dove si può immaginare potrei stare con queste mani da muratore?/ Là. Perfetto come il parapetto di un muro. Ma sempre nella stanza dove ogni sera accendo per te un quadernetto con occhi di merlo.»

Scrittura che scandaglia

La poesia di Metz seleziona e distorce il referente facendovi scaturire una  nozione metafisica. E di pari passo l’uso non raro della seconda e della terza persona singolare, così come l’aura di impersonalità,  estromettono il discorso dal dato contingente. Sono sufficienti alcuni versi per averne la misura: «Scrittura che scandaglia un dio che non crescerà» (incipit di Écriture que sonde); «Egli resta dove siamo un ammasso di pietre» (Il reste où nous sommes un tas de pierres); «”Scavavano”/ rivolto a ciò che non si dice,/ nel foro scavato di ogni richiamo./ E anche ciò che dicevano non tornava a Dio» (“Ils creusaient”). I referenti autobiografici anche qui non mancano qualora si voglia restringere la lettura critica: nel 1988 muore  in un incidente stradale il secondogenito dello scrittore. Metz assiste all’incidente. Per lui non ci sarà più riposo. La depressione lo porterà in una clinica psichiatrica a Bordeaux dove si toglierà la vita. «I passi che sentiamo – aveva scritto anni prima – non vanno da nessuna parte».

Marco Conti

Thierry Metz, “Dove la parola nidifica” di Pasquale Di Palmo, in Poesia, n. 7, maggio/giugno 2021, Crocetti-If-Idee editoriali Feltrinelli, euro 13,00

Biobibliografia:

Thierry Metz è nato a Parigi nel 1956. Ventenne si trasferisce ad Agen dove lavora in cantieri ed aziende agricole, si sposa, ha tre figli e comincia a scrivere. Nel 1988 il secondogenito muore in un incidente stradale. Dello stesso anno è il suo primo libro di poesie Sur la table inventée (edito da Jacques Brémond e tradotto in italiano tre anni fa da Riccardo Corsi:  Sulla tavola inventata, Edizioni degli animali). Tra gli altri titoli, il diario, Le Journal d’un manoeuvre (Gallimard, 1990); Lettres à la bien-aimée, Gallimard, 1995); L’Homme qui penche (Opales / Pleine Page, 1997; L’uomo che pende, Edizioni Via del Vento, 2001, nelle versioni italiane di Michel Rouan e Loriano Gonfiantini). Postumi sono editati: Carnet d’Orphée (Les Deux-Siciles, 2011. Quaderno di Orfeo, Quaderni di Orfeo, 2012, versione di Marco Rota), Tel que c’est écrit (L’Arrière-Pays, 2012) e Poésies 1978-1997 (Pierre Mainard, 2017), che riunisce altri testi inediti di Metz e infine Sur un poème de Paul Celan (Jacques Bremond, 2009) ora in uscita in Italia con le Edizioni degli Animali. Thierry Metz è morto nel 1997 a Bordeaux.

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