Locus desperatus,  dove il passato non ha memoria

«A furia di circondarvi di cose, amandole, collezionandole, vi ci siete a poco a poco trasferito, regalando loro quote sempre più consistenti della vostra personalità. Le avete personificate, giusto? e nel contempo vi siete spersonalizzato. Credevate di possedere, e sarà stato pur vero: solo, vi siete spossessato».  Angelo o demone o presenza subliminale, è così che qualcuno parla al protagonista di Locus desperatus, un collezionista e un erudito che un giorno trova sulla porta di casa un segno, una croce, e da quel momento il suo mondo comincia a vacillare. Il tempo della sua quotidianità diventa labile, con confini incerti, con apparizioni che sembrano provenire da un mondo segreto e tuttavia eloquente. Cos’è la croce sulla porta se non il segno di un destino e la promessa della sua scomparsa? Perché, per l’appunto, le tavole originali del Necron di Magnus, un Cocco Bill con dedica di Jacovitti, la prima edizione dell’Ortis foscoliano e quella dei Canti Orfici di Campana, le locandine originali di certi film di culto, ma anche i gessetti colorati dell’infanzia, la Bibbia di Diodati, 158 targhette ovali di ferro smaltato recante ognuna un numero…Proprio queste ultime, dopo l’apparizione fantasmagorica del demone, sembrano in pericolo immediato, si allontanano dalla tana-appartamento e parlano al collezionista: «Men vo», rispose quella, «dietro alle compagne mie fuggitive».

In questo libro di insolite atmosfere Mari vuole tutta la nostra attenzione. La vuole la rete di riferimenti alla letteratura romantica e fantastica, ma soprattutto la sua lingua, una prosa tersa con un lessico erudito e non meno raro degli oggetti che popolano la mente del protagonista. Si è fatto il nome di Carlo Emilio Gadda e non a sproposito. Ma se si esclude l’urto del lemma desueto o l’accumulo descrittivo dei sostantivi o l’enumerazione,  è soprattutto al mondo di Landolfi che sembra di potersi accostare la scelta linguistica e l’ambito colto di venature noir

Mancanze insanabili

Un giorno passando in rassegna gli scaffali della biblioteca e aprendo un volume di poesie di Guido Gozzano, il collezionista ha l’amara sorpresa di vederne la stampa alterata, lettere a caso, quindi un messaggio dello stesso libro per «avertire ke d enotte un altro wiene che ci prende e legce»…«Dunque il testo del libro si era scomposto, come se un antico tipografo avesse sciolto una cassaforma a caratteri mobili, e aveva cercato di ricomporsi in un nuovo senso». Sorge il dubbio che esista un doppio del collezionista che propone una sua lettura ma potrebbe esserci di peggio. Il protagonista si rende conto di aver perso la memoria delle sue letture. Prende tra le mani Il processo di Kafka e «con il gelo nelle vene dovevo ammettere che di quel libro non ricordavo assolutamente nulla! L’unica alternativa alla vergogna era l’angoscia: l’angoscia di sapere di essere stato derubato di un bene prezioso, e di chissà quanti altri…»

La storia di Locus desperatus insinua un dubbio o, meglio il doppio profilo di una allegoria. E se l’erudito, il collezionista s’intende,  non fosse semplicemente la vittima della sua collezione, l’alter ego di una somma, l’ipertrofia dell’attaccamento alle cose? Se viceversa l’autore avesse voluto consegnarci lo sgretolamento del canone, la smemoratezza che trascorre dal passato ad un XXI secolo di forme, ad una storica entelechia del vuoto? Il percorso di Mari appare alla fine più ottimista, ma la domanda è posta. Tanto più che il Locus desperatus è, in filologia, la mancanza insanabile in un testo, il passo corrotto e non più ricostruibile.  «”Sapete quanti metri lineari di libreria potrei comprare vendendo questo Piranesi originale?” Ma non potei proseguire, assordato da una risata che scrosciava da ogni settore?»

Marco Conti

Michele Mari, Locus desperatus, pp. 131, Einaudi 2024; euro 18,00

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