Gisèle Prassinos e la capanna indiana

Torniamo laggiù, vieni.
Nei campi
le capanne di foglie coprono ancora le nostre brevi ombre
sulla tua fronte la verde gloria non è appassita
– l’altra è stata un sogno –
e nei frutteti
i frutti di un tempo non hanno saputo
senza te
trasformarsi in albero.

Vieni, Rosso mio, prendi le armi
avrà i miei cardi
mi chiamerò Fiore di ciliegio.

Il tempo non è niente
non c’è letto per i nostri morti
non c’è fine per i nostri volti
i corpi mentono
gli specchi sono ebbri.

Gisèle Prassinos, “Viens”, da La vie la voix, Flammarion, 1971. Trad. Marco Conti

Gisèle Prassinos (1920 -2015) nata da padre greco e madre italiana, ha cominciato a scrivere a 15 anni testi surrealisti nei quali il gruppo di Breton riconobbe quelle libertà di immaginazione e figurazione nate dall’onirismo, in breve dall’inconscio. Man Ray – in una celebre fotografia – la mostra a Parigi durante un incontro con Breton, Paul Eluard, René Char e altri mentre legge i suoi scritti. Benché nel 1939 la Prassinos si sia allontanata dal movimento surrealista, l’anno successivo André Breton incluse due suoi testi nell’Antologia dello humor noir. Numerose sono le raccolte poetiche da lei scritte e consistente è anche l’opera in prosa, interamente in francese.