Milo De Angelis, il mistero della poesia e il suo pubblico

La formazione della poesia di Milo De Angelis è il tema di questa intervista che porta la data del 2002. Il colloquio avvenne in margine a una rassegna di poesia italiana coordinata da De Angelis e ospitata a Villa Cernigliaro, nel Biellese

C’è oggi un pubblico della poesia?
«Sì, anche se non è un pubblico definibile in chiave di numeri. E’ qualcosa che appare misteriosamente, attraverso il passaparola; un pubblico che poi non ha riscontro nelle vendite dei libri, ma che si fa sentire ugualmente».
Qualche anno fa il critico Alfonso Berardinelli ha attaccato la poesia contemporanea e novecentesca “irrazionalista”, quella per intenderci che non usa il linguaggio relazionale, classico, ed è quindi più difficile da avvicinare rispetto a una certa tradizione. Cosa ne pensa?
«C’è sempre stata distanza tra me e Berardinelli sin da quando ci conosciamo. Lui chiama irrazionalista tutto quello che non capisce».

Berardinelli ha preso di mira la filologia di Hugo Friedrich, il suo libro “La struttura della lirica moderna” e certi pensatori, Heidegger per esempio, che a suo parere legittimano la poesia nata dal simbolismo.
«”La struttura della lirica moderna” è stato per me un libro fondamentale. E’ quasi automatico: tutto ciò che interessa a me non piace a lui e viceversa».
Lei svolge, in un carcere, dei seminari di poesia. Quali sono le maggiori difficoltà?
«Faccio l’insegnante di italiano e storia nel carcere, mi occupo anche di poesia, di scrittura creativa…C’è una grande produzione di poesia in forma di sfogo, di diario. Il problema è sempre quello di arginare questo sfogo in modo di convogliarlo, di conferirgli una prospettiva. Il carcere è del resto un luogo adatto alla poesia: è trauma e ricostruzione, è rito in un tempo ciclico, ogni giorno uguale a se stesso».

I miei maestri

Milo De Angelis (anni ’80)

Lei ha esordito con Somiglianze, un libro che già mostrava un linguaggio maturo, intenso. Per alcuni aspetti ho l’impressione che sia anche un linguaggio lontano dalla tradizione lirica italiana benché Ungaretti, e i cosiddetti post-ermetici, possano rientrare tra i riferimenti prediletti. Condivide questa impressione?
«E’ vero. I miei maestri italiani erano già maestri di maestri, come Franco Fortini, Piero Bigongiari, per certi aspetti Mario Luzi. Per me sono state importanti le letture di Maurice Blanchot, di Bonnefoy, di René Char».
Da Somiglianze in poi, ei è un autore che, rispetto ai temi e alla lingua, mi sembra in sostanza fedele sempre a se stesso: il che accade raramente.
«Per dirlo sotto forma di metafora è come se prendendo un lago si giri intorno ad esso: si forma un cerchio per vedere da punti di vista diversi la stessa cosa».

La prima edizione della raccolta di prose di “Poesia e destino” venne edita nel 1982. Lo scorso maggio è ricomparsa con una nuova introduzione dell’autore con Crocetti Editore

Che impressione ricava dalla poesia italiana di oggi: quali sono gli auspici?
«Mi sembra che sia un buon periodo, con tanti giovani di talento. Anche se non c’è una rivista o un movimento che li leghi. Ci sono alcuni giorovani poeti che seguo con interesse, di cui sono convinto».

Marco Conti.

Intervista tratta dal servizio “Milo De Angelis. Il mistero della poesia e il suo pubblico” in La Nuova Provincia di Biella” P. 21 del 29 Giugno 2002

Cfr. Milo De Angelis, Bibliografia critica, in La poesia italiana dal 1960 a oggi a cura di Daniele Piccini

“Il bel niente” e la poesia

Piero Salabè con Il bel niente sembra auspicare la conclusione di una stagione letteraria ormai secolare che, avviata con l’alchimia del verbo, ha finito per abituare la poesia a ben modeste operazioni di laboratorio. Non per nulla si potrebbe passare sotto silenzio la bugia di Salabè che, senza citare Mallarmé si preoccupa di parafrasarlo per contraddirlo, stanco dell’abuso del significante (1) : «La poesia non è fatta/ di parole» è infatti l’incipit di reiner widerspruch (cioè pura contraddizione); incipit che rovescia  le sentenze di Mallarmé e Valery inerenti il dominio intellettivo e tecnico e infine – con più moderata accezione – di  Montale, perlomeno  quando disse che «nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire». Salabè, almeno alla lettura immediata si fa capire benissimo. Ma bisogna correre all’ultima pagina per scoprire come la parola poetica possa essere fintamente trasparente:
le parole
sono poco
più del nulla
 
ma anche il nulla
ricorda
è cosa fasulla

Nato a Roma nel 1970, Piero Salabè è autore di saggi sull’orientalismo nella letteratura tedesca. Ha tradotto diversi poeti italiani. “Il bel niente” edito da La nave di Teseo è il suo primo libro di poesia. Vive a Monaco di Baviera

La voce è in sé forma. Ha ragione dunque Claudio Magris ad affermare, nel risvolto di copertina del libro, che questi versi sono «di una ferma classicità e insieme di un’inedita, temeraria liricità». In breve, e con Barthes, qui le parole tornano ad essere «il segno di una cosa».  Tuttavia se le parole di Salebè ci convincono è proprio perché esse, anche nella classicità, sono ambigue, corrono a perdifiato nella loro verticalità  dietro a una nube e ad un’aura di allusioni e silenzi, di implicazioni e rimandi.  Il che potrebbe ugualmente tradursi con le stesse parole dell’autore nel testo già citato, reiner widerspruch, che hanno il timbro dell’aforisma:

poesia è l’ultima
concessione
dell’invisibile
ai non vedenti

Nel bel niente c’è tutto: da Saba a Montale

Dentro Il bel niente c’è tutto. C’è la storia della poesia novecentesca che non assume solo (come evidenzia Magris) il timbro montaliano (e più esattamente quello di Satura), c’è anche la scommessa classicista di Saba, c’è l’ineffabile di Ungaretti,  e si gioca persino col capostipite della lirica moderna, Charles Baudelaire, là dove si pronuncia: «le tombe sono letti/d’amore» richiamando con evidenza il verso «des divans profonds comme des tombeaux» di “La morte degli amanti”… mentre il mondo appare «incantabile», con riferimento e commento nel titolo hart aber fair (frei nach Baudelaire).
La provocazione più bella è però quella che rima amore con fiore volendo scommettere questa volta con Umberto Saba che, a ragione, diceva la rima amore-fiore la più ardua per il gravame di storia e banalità che si porta appresso. Salabè se ne fa carico e scrive: «Siate gentili col più bel fiore/ non raccontate il suo colore// non chiamate omosessuale/ il mio amore// che l’amore rifugge/ i corpi e i nomi».  Più avanti scherza e inventa un proprio prosaico carpe diem: «sfuturiamo l’amore/ cogliamo il fiore».
 

La lirica

Più tematico è invece il controtempo ungarettiano in Alessandria d’Egitto. Salabè usa il futuro e l’immagine del risveglio mattutino che l’autore de L’allegria porta con sé in diverse liriche: «un altro mattino/ mi alzerò// e scenderò nudo/ nelle strade della città/ straniera». Poco dopo riduce l’acrobata de I fiumi ad un burattino: «il mio corpo stanco/ si piegherà su se stesso/ finalmente burat-/tino».
Una versatilità, quella dell’autore, confermata da testi in spagnolo, in tedesco e in inglese che riproducono tuttavia un uguale e solido registro, se si preferisce una forma del tutto coerente.

Il bel niente non è insomma un tentativo di letteratura camp di alto profilo. Salabè assume il discorso lirico del Novecento trattenendone l’essenza, ricapitolandone con ironia la memoria, lasciando infine fluire una visione personale e trasparente che vorrebbe indicare una strada di ritorno alla pronuncia classica. L’incedere discorsivo e stringato del verso, la parsimonia della metafora, il rinvio a una maschera poetica (che diventa tema anziché semplice divertimento in versi) continuamente svelata, sono l’evidenza di questo percorso. Il tema della poesia si fonde con quello amoroso ed entrambi rinviano ad un silenzio, a un immaginario che si fa specchio di se stesso.
Salabè sembra dire qualcosa di urgente, di ruvido, che convince oltre ogni chiosa:

nelle ore deserte
 
mi siedo
in un punto
poi
in un altro
 
mi affatica andare
sostare
 
sulla linea orizzontale
danza un giaguaro
senza veli
 
non sa che lo guardo
 
lo nego
ma anche lui mi nega
senza vedermi
 
l’occhio vede il deserto
non la sua fine
 

Non potrebbe essere questo sguardo, oltre la gibigianna degli specchi e della storia, quello della poesia?
 
Marco Conti

(1) Il riferimento coinvolge le poetiche che con Mallarmé e con Valéry in particolare invertono i presupposti dell’estetica classica tra referenti e forma, partendo la modernità dalla forma per approdare a un significato o, meglio, a molteplici significati. Cfr. H. Friedrich La struttura della lirica moderna (1956) trad. it. 1971 e succ.