La giovinezza della sperimentazione

La nascita di un temperamento poetico è cosa lasciata per lo più alla filologia. Ma nel caso di Giorgio Moio  è lo stesso autore  a consentire, oggi, un affondo alle radici della sua poesia sperimentale fatta di visualità e trasgressioni del codice. Per mutazioni (Poesie giovanili 1974-1987), pubblicato in edizione digitale, si pone fin dalle prime pagine come un testo metalettario: verso il passato autoriale, verso il contesto storico, e soprattutto nei confronti dell’ambiente in cui lo scrittore, quindicenne, si confronta, si dice, riflette in versi ora in dialetto napoletano, ora in una lingua che non vuole trattenere le “eruzioni” emotive e scalpitanti della giovinezza.

Parlo di “eruzioni” non a caso, poiché i Campi Flegrei (Moio è nato a Quarto nel 1959) forniscono al talento di Moio una prima metafora della creazione che dal magma al lapillo si troverà documentata  nei suoi versi con dovizia di attributi e non equivocabile irruenza. Ma andiamo con ordine.

Le poetiche

L’avvio del libro – e quindi la cronologia – ha intorno a sé molti oggetti di pensiero poetico: c’è l’isola romana classicheggiante con i versi di Dario Bellezza e di Valentino Zeichen, c’è al Nord (e non solo  al Nord) la continuità della Linea Lombarda che offre con Sereni e dopo Sereni i versi fragili e intensi di Ferruccio Benzoni; negli anni Settanta inizia inoltre la parabola solitaria di Milo De Angelis; ma soprattutto al Sud il verso continua, sulla scia di Quasimodo e Gatto,  un ciclo di forme spiccatamente liriche.  A tutto questo Giorgio Moio volge le spalle: sarà la neoavanguardia (Sanguineti, Costa, Accattino, Spatola) a sostenere la sua attenzione fin dagli esordi. 

Per mutazioni è la recensione di questo percorso anche se il tempo giovanile non si esime dallo scrivere di cortei di contestazione, della compagna di classe e del primo amore, e di farlo talvolta in un napoletano che offre un esito lirico e un timbro personale più convincenti:

Comm 'a nu cardill
 
Miez’ ’e frasch
’e casa mia
cant nu cardill
c’ ’a neglia r’ ’a matina
c’ancòr appann ’a vista.
 
(Come un cardellino – Nel mezzo delle frasche,/di casa mia/canta un cardellino/con la nebbia mattutina/che ancora appanna la vista.)


 

Qui l’ultimo verso crea gli altri, la sensazione informa, si direbbe, l’essenza. Ma questo testo del 1976 (alla soglia della maggiore età o varcata di poco) non costituirà il tessuto su cui costruire.  Benché anche più tardi l’esito del verso dialettale, con la sua nettezza di immagini, continui a intercalare il lavoro letterario di Moio, le urgenze sono altre. In primis quella di trasgredire la tradizione. Per mutazioni ne è in fondo il diario irruente poiché il verso dell’autore è innanzitutto assertivo e giudicante mentre il suo tema è, per l’appunto, la poesia. Ne fa subito le spese l’antologia di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro La parola innamorata, del 1978, che pure riunisce varie voci, da Mauro Baudino a Tomaso Kemeny, da Cesare Viviani a Nanni Cagnone e Maurizio Cucchi. Il rifiuto di Moio, viceversa è totale. “La parola innamorata” innesta un poco lusinghiero paragone: «cozze della foce di Cuma,/crepuscolo inzuppato di Valium».

Né gli è sufficiente la sentenza isolata, perché con  Le parole ciàccano ( cioè “colpiscono”), Moio chiede un verso necessario, anziché la rima e il bello della misura. Dirà: «Ogni parola sia ossimoro/incontinenza di una voce/spalancata in gola».

“Lungo il corso della storia”

La silloge giovanile testimonia infine l’approdo. La voce assertiva e vesuviana (si passi l’aggettivo) di cui accennavo, trova due composizioni del 1983, non eludibili: l’auspicio di Un verso che sputi sangue  e Lungo il corso della storia. Ecco quest’ultima:

Nella gola
s’adagia
il silenzio,
le parole
ruttano
d’inedia
e calano
a picco
nel vortice
dell’intenzione.

Poco oltre nell’itinerario si accede all’uso irrituale della forma (Filastrocca biunivoca) e  alla deformazione del lemma: due qualità che rimarranno costanti, accanto alla visualità, nell’opera di Moio. Il lettore sarà allora costretto a osservare e a giocare con il verso così come chi lo ha scritto. Meglio: sarà indotto a soffermarsi sui grafemi e sulla polisemia del testo ma passando,  metabolicamente, per la lingua delle radici, per il fusto della crescita:

’O vi lloco ’o dicere
 
Parlo ’e na cosa ’e ne scrivo n’ata,
scrivo nu penziero ma penzo a n’ato;
na parola m’alloca ’o dicere
ma po’ faccio n’ata cosa.
Sarrà ca me sto ’nfrascanno
o sarrà ca sto capenno
comm se scrive na poesia?
 
(Ecco qua il dire. Parlo di una cosa e ne scrivo un’altra,/ scrivo un pensiero ma penso ad un altro; una parola mi mi indica il dire/ ma poi faccio altro./Sarà che sto rimbambendo/ o sarà che sto capendo/ come si scrive una poesia?)

Gli esiti, la poesia visuale

La sequenza di testi numerati intitolati “Collegamenti” costituisce la foce:

 
Collegamento n. 6
 
trudie
my darlyng
non impegnarti
nel dyffondere poi
le materye senza luce,
tutto è kiaro ( impavido )
alCentroDell’anemoneOrbykolare
leLokuxteParlanoKonLyngueByforkute
perMutar me e te tra un umydoreAlytare
dellaBruma,neiFrontespyziKorpulentiAzotati
aKon(sumare)KuextoLenìtoRovynìoInCittàArmoniose,
ma noiose e jjàKonkluse, per rynvigoryre me e te
perRyconcilyare me e te tra gli albori
pullulanti tra il buskerìoKanjante
o nei krespi marosi ondejjare,
dove la ragione ci richiama,
inUnCenerognoloBollore
aRyfondare aScaglie
(a scagliare al)
bori di nuovemaree
 

La poesia è del 1986; l’anno successivo si leggerà Parafrasando Edoardo Sanguineti  e Leggendo una poesia di Corrado Costa.

Tuttavia, a ritroso nel tempo, pare a chi scrive che l’esito più importante sia da ascrivere al fecondo dissidio di lirica e ricerca, di dialetto e lingua dominante che vivono nei versi di  Fresca matina ed ossimoricamente di Averno:

averrr(nnn)o
è un infe(rrr)nnno
colore di mandarino
: dallodore di ciklamino
aria putref
atta sulle frecce spun
tate
diarree di okki distratti
per anfratti sfratti
): di unaccua che
non scroscia
): molla
et
un po’ moscia
]: di unaccua che
non lava ]: leve
di nenia
nemmeno
un biribizzolo
un lazzolo
un frizzolo
accua che non sciaccua
nu schizzo int’a nu sfizio di solstizio
averrr(rrr)no : è un infe(rrr)rrrno

Onomatopea, auto-germinazione del verso. Il primo tempo della poesia di Moio è ormai arrivato.

Marco Conti

Giorgio Moio, Per mutazioni, Youcaprint, 2014