Poeti dimenticati o nascosti – 13

Albino Pierro

Il numero tre mi è sempre piaciuto,
e ora che lo penso
si spacca sotto gli occhi
una bella melagrana rossa.
E io mi avvento e la mordo,
e i denti si piantano nel mezzo,
come un’altra bocca.
E ci baciamo a lungo,
muso a muso,
ci mescoliamo nella scorza,
come due fiotti di sangue.
Domani ne abbiamo tre,
e già mi tremano le ginocchia
al pensiero di trovarla,
proprio davanti alla mia porta,
la carrozza lucente del re.
 
Albino Pierro, “Il numero tre”, da Nu belle fatte  (Una bella storia), Almanacco dello Specchio, 1975, Mondadori.

Nelly Sachs

Grondai così dalla parola:
 
un frammento di notte
a braccia spalancate
una bilancia solo
per soppesare fughe
in questo tempo stellare
calata nella polvere
impressa d’orme.
 
E’ tardi ormai.
Ciò che è lieve mi lascia
e ciò che è greve
già vanno via le spalle
come nubi
braccia e mani
libere nel gesto.
 
Molto scuro è sempre il colore del ricordo
 
Mi riprende così
la notte in suo possesso.
 
Nelly Sachs, ”Grondai così dalla parola”, trad. I. Porena, da Poesie, Einaudi, 1971

Olli Sinivaara

Stamane il cielo si strappa,
saltano le cuciture del ritmo circadiano,
 
all’inizio le nubi crepate da una breccia
un’apertura dai morbidi contorni,
 
labbra da cui discende
la polvere imbiancata della costa mediterranea,
 
un velo ambrato di sudore
lungo strade pedonali madide,
 
dove i sacchetti d’immondizia ricordano:
qui si sa amare e dimenticare,
 
nuotare come all’ultima luna,
affondare nell’acqua sporca,
 
rianimare i gabbiani per il volo
e annegare di nuovo, scomparire di nuovo
 
verso isole più lontane,
isolette saldate d’argento,
 
ventaglio cencioso
che stamane si spande
 
sulla cupola della città,
quando le nubi si estinguono,
 
sbiadisce nel blu e scolora.
 
Olli Sinivaara, “Stamane il cielo si strappa”, trad. A. Parente, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, Mimesis-Hebenon, 2011

Ekaterina Sokolova

Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa:
intorno vedo alberi cavi, come libri, accostati.
Oltre vedo una gita: m’hanno mostrato per primo il nord,
poi il sud m’hanno mostrato.
 
In alto pini rotondi e pochi familiari:
perché non hai nulla, perché sei una strana bambina.
Né l’oscurità del nord, né del su la luce marina
m’han potuto formare.
 
Ma adesso in alto in alto
immersa nell’erba ho la testa
i piedi in un’acqua celeste
l’erba dell’acqua ancor più silente
l’acqua più in basso dell’erba si stende.
 
Ekaterina Sokolova, “Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa”, da La massa critica del cuore. Antologia di poesia russa contemporanea. Cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio,  Mimesis-Hebenon, 2013

José Moreno Villa

Ho fatto una D coricata come una barca
e tutta la camera è diventata una spiaggia.
Sentivo il rumore arricciato della riva
e il catrame che c’è sotto la luce marina.
La D ha una bianca vela panciuta
la sua scia,
il suo pennone,
la sua bandiera.
Venne a me superando il monte,
il cancello, la scala, la porta chiusa.
Venne senza pescatori,
senza remi, né reti, né acciughe.

Ecco dunque la D inclinata,
lancia incagliata sulla riva,
non so dove perduta
e ritrovata sopra il mio nome.

José Moreno Villa, “D”, trad. V. Bodini, da Giacinta la rossa, Einaudi, 1972

Cecilia Vincuña

Da piccola avevo dei conigli e mi piacevano tanto
che non mi staccavo da loro durante tutto il giorno.
li guardavo senza sosta ma non mi venne mai in mente
che erano animali che mangiavano e fu così
che morirono. io non riuscivo a capire perché
era successo dato che loro “sapevano” che
io li amavo. per me esisteva solo un tipo
di morte ed era quella di dolore o tristezza.
poi, uno zio mi chiese che cosa davo da
mangiare ai conigli e io lo trovai molto strano.
gli dissi che non gli davo niente, chiesero ai
grandi e tutti risposero che essendo
miei gli animaletti si supponeva che li
alimentassi io. gran commozione per la morte dei
conigli.
tutti considerarono che ero scema e sna-
turata. a me non importò, ma pensai
che da allora in poi avrei dato da mangiare
a tutte le cose che mi piacevano perché voleva
dire che c’erano due tipi di morte: quella di
fame e quella di dolore.
Cecilia Vincuña, “Maniera in cui scoprii i due tipi di morte”, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972.

Alain Veinstein

Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire
avrei la gola insanguinata
pervaderei ogni grano di polvere
delle scintille della mia tensione.
Subito – ho un bel mantenere il silenzio –
m’ inabisso nella notte fredda
come una palla di fuoco.
Nell’oscurità che mi accoglie
faccio tremare pozze di luce.

Alain Veinstein, “Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire” trad. M. Conti, da “L’heure d’hiver”, Edition du Seuil, 2009

Paolo Volponi

La notte è parallela al giorno;
ne sostiene l’anelante
andatura
istante per istante.
La notte è più grande e sottile
e cede senza paura
a ogni speranza vile
del giorno.
La notte non è sicura
proprio come un soggetto
che cerca sempre misura
fra origine e ritorno.
Il giorno invece è un oggetto
che pesa e si oppone intorno
alla sua stessa parvenza.
Il giorno finisce
senza…
La notte è immortale,
e non concepisce,
quale vestale
della propria assenza
continua che compatisce.
 
Paolo Volponi, “La notte è parallela al giorno” da Con testo a fronte, Einaudi, 1986

Juan Rodolfo Wilcock

Non i prodotti chimici danno la pace
ma il silenzio e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le finzioni argute danno la gioia
ma l’amore e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le rare teorie danno la comprensione
ma la rinuncia e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Juan Rodolfo Wilcock, da “I tre santi” in Poesie, Adelphi, 1980