La soavissima cannabis

Bagnara, Ravenna, gramolatura della canapa. Foto E. Pasquali

C’è sigaro e sigaro. Quello che il bisnonno e il nonno compravano in farmacia era una “Specialità farmaceutica Carlo Erba, di Milano, ed era un sigaro di “Canape Indiana”. Si fumava per curare l’asma, o per dormire, almeno fino agli anni Trenta del Novecento. Non c’era neppure bisogno di ricetta. I rischi? Un sonno profondo, sogni,rilassamento. Ma se in quegli stessi anni del secolo scorso abitavate a Sala Biellese, a Torrazzo, a Mongrando, a Candelo, poteva capitare, verso metà estate e più oltre, di avvertire un profumo insolito nelle strade e, più forte ancora, nei campi. Poteva anche succedere di vedere tre o quattro ragazze, o donne, o anziane, che ridevano a crepapelle sopra una buca  dove battevano vigorosamente dei fasci d’erba. Era proprio a quell’altezza, sulla fossa di macerazione, che il profumo si sentiva e aveva l’effetto di uno scacciapensieri naturale.




Sono la pipa d’un autore;
si vede guardando la mia faccia
cafra o abissina,
che è un gran fumatore il mio padrone.
Se è colmo di dolore
Fumo come una capanna fuma
dove si prepara la cucina
per il ritorno del coltivatore.
Gli cullo e avvinghio l’anima
nella voluta cilestrina
che sale dalla mia bocca in fiamme
e le spire sono un balsamo potente
che incanta il suo cuore e lenisce delle fatiche il suo spirito.


Charles Baudelaire, “La pipa“, da I fiori del male (trad. M. Conti)

Canapa dei campi e canapa in farmacia

Stigliatura della canapa

Il lavoro duro veniva dopo, nelle “scrigne”,  per lo più in seminterrati dove si sentivano battere i telai della canapa.
Non era proprio la stessa canapa del farmacista. I botanici la definiscono Cannabis Sativa L. del tutto simile a quella orientale, ma meno ricca di principi psicotropi rispetto alla varietà Indica, cioè alla specialità farmaceutica Carlo Erba di un tempo e a quella del mercato clandestino di oggi.
Eppure il medico e botanico biellese a cui sono intitolati i giardini della città, cioè Antonio Maurizio Zumaglini (1804-1865), un giorno decise – come si direbbe oggi – di “farsi una canna” con la canapa biellese e scrisse nella sua Flora Pedemontana: “Io ne trassi un grande giovamento per la cura della nevralgia dei nervi iliaci del femore sinistro, per l’insonnia e per i fastidi della vita. Pertanto esorto i medici affinché facciano grande uso di un rimedio facilmente reperibile ovunque, facilmente preparabile e troppo sin qui tenuto in dispregio”.

Sono uno sballato, rotolo l’anima nell’erba amica
Sballato Sballato non porto Niente addosso tranne Dharma nel deretano
Sììì tutti voi sballati ascoltatemi! Voi laggiù della media borghesia!

Ohi sballato ricco quand’è che cambierai i regolamenti?
Ehi sballato in bolletta iscriviti al Partito Rivoluzionario Socialista altrimenti
Legalizzeranno l’esistenza, ognuno cavalcherà un grande cavallo bianco

Allen Ginsberg da “Poesie da cantare. Primi blues” Lato Side 1979 (trad. C. Corsi)

Zumaglini, una ricetta per sognare

Mulino di Soprana (Biella), rete museale. La ruota alimentata dall’acqua serviva per macinare le granaglie ma lo stesso mulino abbinava anche una macina di arenaria che consentiva di polverizzare le parti morbide già sottoposte alla macerazione. Rimaneva il “tiglio”, il quale veniva battuto e poi “pettinato” su un tavolaccio irto di chiodi. Il processo si concludeva con la filatura della fibra migliore; la seconda selezione era destinata alla fabbricazione di corde, e la terza per usi diversi. Più sotto, al termine dell’articolo, compare l’immagine della macina del mulino di Soprana.

Forse al “dispregio” aveva contribuito la fama della canapa orientale in una società della penitenza come quella occidentale. Lo stesso Zumaglini parlando della storia della cannabis e ricordando l’uso che ne fanno arabi e indiani, scrive che l’erba “rallegra l’animo, produce sogni soavissimi, dissipa gli affanni, lenisce i dolori e stimola i sensi languenti. Io ne esplorai le virtù sue e preparai con l’erba fresca una tintura, la quale con l’aggiunta di un pochino di laudano eccitò sogni erotici soavissimi e acuì la sessualità”.
In quegli anni la coltivazione della canapa della varietà “sativa” era largamente diffusa nel Biellese, nel Canavese e in varie altre parti in Italia, in Svizzera, in Germania.

La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. […] la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. Per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perché la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso.

Pier Paolo Pasolini, “La droga una vera tragedia italiana”
da Lettere Luterane, Garzanti, 1975

I telai biellesi per la canapa

Stigliatura della canapa. Qui la macina è sostituita da un altro sistema di scarificazione attraverso pulegge azionate tramite un nastro da una macchina a vapore.

Ma le coltivazioni italiane a quanto risulta dagli studi successivi, fornivano un prodotto tessile migliore. Sala e Torrazzo erano i centri di tessitura più attivi. Fino a pochi decenni fa poteva capitare di vedere nei campi gli affossamenti dove si macerava la canapa prima di essere triturata con le macine di pietra. Le buche erano chiamate “gorgh dla canva”, ed era lì che gli effluvi producevano quegli effetti euforici che il botanico definisce “soavissimi”.
La coltura della canapa tessile era così diffusa che a Sala, fin verso gli anni Cinquanta, quasi ogni famiglia aveva un telaio. A Torrazzo, già nel 1720 si contavano 86 telai per canapa su 950 censiti in tutto il Biellese. In Vallestrona, a Trivero e a breve distanza, a Soprana (vedi sopra il mulino della canapa), è attestata la coltivazione. A Trivero, nel XVI secolo, la coltivazione della pianta produce venti sacchi di canapa all’anno. Un’inezia, tuttavia, se si pensa che lo stesso comune produceva in quel periodo 620 sacchi di castagne.

Olio, carta, sapone, corde, cibo, lumi

Il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg venne stampato nel 1453 su carta di canapa. E’ la ragione principale per cui il volume ha potuto vivere senza eccessivi danni per la metà di un millennio. Così come le pergamene ricavate dagli strati sottostanti le cortecce o dalle stesse cortecce, la carta di canapa è la più resistente. La carta ricavata dagli stracci di canapa venne usata fino al primo Ottocento. Chi si occupa di libri antichi osserva come a partire dall’uso della lignina per la fabbricazione delle carte, i libri si deteriorano per umidità, muffe, microorganismi.

Del resto, dalla cannabis, oltre ai benefici effetti euforici, e ai tessuti più resistenti, si ricavavano molte cose: i semi erano cibo per gli uccelli, per il pollame, e l’olio ottenuto dai semi serviva per ungere la lana, per fare saponi, per illuminare le lanterne; le fibre erano utilizzate per ottenere non sole corde, e oggetti di corda, ma una carta pregevole e molto resistente. Fino al primo Ottocento la carta più resistente mai prodotta era fatta con stracci di canapa. Di canapa erano infine certi bastoni da passeggio che usavano le ‘Dame’.
La repressione dell’uso della canapa per scopi medicinali e ricreativi (ma la legislazione parla solo della varietà orientale) cominciò dagli Stati Uniti, Paese che, nella fattispecie, si distinse per uno studio di straordinario “acume”, strumentalità e puritanesimo.
La ricerca fu questa: venne fatta un’inchiesta nelle carceri da cui risultava che tra i detenuti molti erano stati fumatori di marijuana e di hashish. Da qui si evinse che esisteva un rapporto tra cannabis e criminalità. Se fosse stato chiesto loro se avevano fatto uso di cachet per il mal di testa, è evidente che si sarebbe potuta trovare una relazione tra cefalea, aspirina e criminalità.

Marco Conti

Macina per la canapa. Mulino di Soprana. La macina, azionata dalla forza idraulica, era completata da una ruota superiore. Tra le due ruote di pesta era inserita la canapa già macerata nell’acqua