Gli inediti di Dylan Thomas

Passato sostanzialmente inosservato il centenario della nascita di Dylan Thomas, nel 2014,  solo l’anno scorso l’opera di uno dei maggiori poeti del Novecento, è ricomparsa in vetrina. Einaudi ha ricollocato nella collana Letteratura I racconti del poeta gallese che prima comparivano in un prezioso volume della Nue, Poesie e Racconti,  curato da Ariodante Marianni, poi accresciuto di nuovi testi. Crocetti ha stampato invece con una nuova traduzione di Emiliano Sciuba, e nuovi testi, le Poesie Inedite dell’autore: liriche che, con lo stesso titolo (ma non gli stessi testi) erano apparse nella “Bianca” einaudiana nel 1980. Insomma  pur nella frenesia di traduzioni che caratterizza questi anni, uno dei maggiori poeti del ‘900 si era perso per strada. E dire che Thomas è uno dei pochi poeti che hanno tutti gli attributi del maledettismo per farne un paperback di discreto consumo. Nato a Swansea nel 1914, fu una cometa animata da un furore creativo che sorvolò senza un battito di ciglia gli orientamenti più accreditati della poesia del suo tempo, vale a dire quella dei cosiddetti Trentisti, W.H. Auden e Stephen Spender. Tanto questi erano volti all’impegno sociale, quanto Thomas ne prescindeva prendendo invece in carico idealmente la poesia romantica e forse la visionarietà di W.B. Yeats. Le intemperanze di Coleridge, le suggestioni del surrealismo erano di sicuro più vicine alla sua sensibilità. Ora, proprio queste caratteristiche, emergono e si confermano nei testi proposti  nella rivisitazione di Sciuba.

Un poeta isolato

Se si pensa al paesaggio letterario del  tempo,  è stupefacente come la lirica di Thomas, così isolata, sia riuscita a imporsi fin dagli esordi, con i 18 testi (18 Poems) apparsi nel 1934,  quando l’autore aveva vent’anni. A grandi linee si può sostenere che solo un tema permea l’intera sua opera: quello della nascita come viaggio verso la morte; nascita intesa del resto come grembo naturale, immanente, di dissoluzione. Da questo binomio  dirama anche l’identificazione fra amore e sofferenza.

In gran parte delle sue poesie il ripiegamento della coscienza sulla fisicità è facilmente desumibile dagli elementi che formano il suo idioletto, dalle immagini che vi si rincorrono e che spiccano per il loro valore simbolico. In questa casistica risaltano i traslati del corpo e della corporeità, a cominciare dal lessico romantico con parole come cuore e sangue. Ma sono altrettanto frequenti le locuzioni che si riferiscono all’acqua (elemento materno, femminile, gravido di significato per Jung come per Bachelard), e all’aria,  al cielo, al mondo vegetale e animale.

Dylan Thomas

Una poesia come Il colle delle felci  può essere letta in questo senso per la sua esemplarità. Verde è l’aggettivo che più vi  ricorre (verde è l’erba, ma anche il fuoco, anche il poeta, i bambini e la stalla) poiché quel colore qualifica la forza vitale. I commentatori hanno talvolta trovato difficoltà nell’affrontare i suoi testi da una prospettiva tradizionale, benché la coerenza dell’opera sia indubitabile. L’uso del linguaggio connotativo, delle sinestesie, si accorda per esempio ai due calligrammi di Visione e preghiera, la serie di componimenti a forma di clessidra o di grembo,  dove morte e vita sembrano corrispondere concettualmente all’immagine dell’osso di scricciolo , cioè a una locuzione in cui è presente sotto il segno della precarietà esistenziale, dello scorrere del tempo, l’idea di vitalità e del volo.  

Ci si sbaglierebbe tuttavia se, di fronte a un immaginario tanto singolare e ridondante, si pensasse a un dettato libero e associativo alla maniera dei surrealisti. La lirica di Dylan Thomas è pressoché sempre accompagnata da una metrica accorta, da un registro uniforme in cui l’altezza della voce prende la strada di una memoria visionaria. Vengono in mente a questo proposito certi incipit folgoranti e celebri: «Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi/ Spauriti, pronunciando sillabe sommesse/ Per timore di svegliare le cornacchie/, Per timore di entrare/ Senza rumore in un mondo di ali e di stridi.»   

Il volume crocettiano include 62 poesie non tutte inedite ma capaci di disegnare un percorso ampio poiché  vi compaiono testi della prima giovinezza di Thomas. Alcune sono soprese. Già nella biografia di Paul Ferris il lettore aveva incontrato liriche che l’autore scrisse quand’era bambino (si direbbe con la stessa energia)! La ballerina ,per esempio, inizia con: «Lei si muoveva come il silenzio in un bagno di luce»…

Marco Conti

Dylan Thomas, Poesie inedite (a cura di Emiliano Sciuba),  pp. 256, Crocetti Editore, 2024;  euro 18,00

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