Frankenstein, un classico nato da una sfida

«Io mi dedicai a pensare a una storia – una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo e che risvegliasse dei brividi di orrore – che rendesse il lettore timoroso di guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore.»

E’ l’estate del 1816. Mary Shelley accetta la sfida di Lord Byron che, rivolto alla compagnia di viaggiatori e letterati suoi vicini di casa, impegna in una competizione. Il tema è semplice: scrivete una storia di fantasmi. Da questa idea generica, Mary Shelley trarrà una delle figure più celebri e importanti della letteratura romantica. Una figura che ancora oggi è un caposaldo dell’immaginario e della riflessione filosofica sulla scienza. E’ recente infatti lo studio di Rolando Javier Bonato su Frankenstein che chiama in causa la riflessione di Giorgio Agamben sull’inclusione escludente (il mostro tenuto ai margini del sociale), ed è recentissima l’ultima versione cinematografica dell’opera omonima di Guillermo del Toro.

Arriva quindi a proposito l’edizione illustrata de L’Ippocampo che con una squillante copertina di blu, azzurri e oro, sembra voler riprendere i fasti con cui le edizioni Hetzel pubblicavano a metà Ottocento (e in quel caso con oro e porpora) le opere di Jules Verne. Hetzel trovò in Édouard Riou e Alphonse de Neuville i suoi illustratori di culto. In questo Frankenstein, e in altre opere de L’Ippocampo, i disegni sono firmati invece dal non meno togato studio di design MinaLima che ha collaborato al film di Harry Potter.  Dunque, anche in questa scelta, il pop si coniuga con il canone letterario. Viceversa, Harold Bloom chiarì come le suggestioni del Paradiso perduto di Milton influirono sull’opera di Mary Shelley, ma soprattutto analizzò il ruolo fondamentale della Creatura, del mostro (tragico e splendente) nella soggettività romantica di fronte ruolo patetico svolto dal personaggio dello scienziato, a cui infine sfugge di mano ogni prospettiva e ogni potere.  Una lettura che la ricerca scientifica farebbe bene, oggi in tempi di poteri multinazionali, tenere in gran conto.

Agamben: la Creatura è l’ emblema degli esclusi

A chi non si è ancora avvicinato a questo pilastro del romanzo gotico, andrà tuttavia detto che, la dialettica tra le ragioni dell’umano e quelle della scienza, è calata in una struttura raffinata. Il romanzo  si delinea attraverso una cornice epistolare: quella delle lettere che il capitano Robert Walton, in viaggio verso il Polo Nord, spedisce alla sorella. Sarà questo carteggio ad aprire e chiudere la storia. Il capitano raccoglie infatti le confidenze dello scienziato Victor Frankenstein, che costituisce una narrazione autobiografica: l’infanzia, gli studi, l’ideazione della Creatura  e gli inattesi, tragici sviluppi.  Ma dopo la morte di Victor, il capitano Walton riprende in mano la storia per raccontare l’ultima apparizione della Creatura.

Mary Shelley ideò una matrioska in grado di assumere diversi punti di vista: così il tema della solitudine del mostro e così il ruolo dell’ambizione e della responsabilità nella figura dello scienziato. Le versioni popolari da vaudeville, le caricature grottesche, anche quando intelligentemente orientate verso la spettacolarità, non colgono  quella componente di disumanizzazione che il mondo romantico già temeva davanti alla ricerca scientifica e che, prima Adorno, poi in questi anni il filosofo Giorgio Agamben,  hanno attualizzato. Per  Agamben i dispositivi di controllo del potere moderno separano la vita biologica da quella politica: la Creatura di Mary Shelley è l’emblema di quella vita originaria esclusa, priva di diritti, benché conseguenza di essa stessa.

François Morane

Mary Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo, trad. Luigi De Angelis, pp. 416 illustrate, L’Ippocampo, 2025; euro: 28,40 dal 12 novembre 2025 (in cofanetto, euro 37.90)

Back to Top
errore: Content is protected !!