
Scomparsa la storia, scomparso l’esserci qui e ora, per Blu Temperini restano solo il tempo, l’uomo, e la lingua, pronunciati nella loro pochezza. Nel principio infondato è il titolo di un’opera e un esordio del tutto inattesi, dove tra le notazioni che chiudono questo percorso, si legge una netta dichiarazione di poetica: «Le parole devono sporcarsi con la vita? Sì, ma sporcarsi meccanicamente, con la stessa reticenza di un ingranaggio, non afflosciarsi, farsi pratiche, sottili: non finire per indebitarsi con le circostanze.» Le immediate circostanze di questi versi sono infatti metafisiche, bagnate di immagini claustrali, ridondanti dell’avventura della morte: «Nel camposanto c’è un addietro/ e un avanti del paese incontrato; / l’avventura è nell’inespresso tumulto.» La strada passa per ponti e rovine e con voce chiara, sospesa nel buio, la prima poesia ribadisce:
Tutta un’ostinata rimembranza
dei già morti conduce i vissuti;
tra due lastre sono i morti a poggiare
lo stipite, nel grande cosmo d’ossa
è il loro infisso, tempo di arti
arrendevoli dal valore oscuro.
I benandanti
Nei sedici testi di questa sezione eponima, i morti «coltivano un principio infondato/appianano i lutti della semina». La condizione della precarietà identifica di pari passo la stessa forza generatrice. Di verso in verso, la sequenza lirica procede tra opposti con l’immagine di una gotica processione di morti che ha come contraltare la salvezza impossibile anziché la speranza. Con una rapida incursione nella storia Temperini richiama persino il rito friulano dei benandanti (nel Seicento sopravvivenza pagana dove l’adepto combatteva per la fertilità dei campi contro le forze del male): «Come benandanti/fortificati/ maturano il progetto della salvezza/ e in ombra non sperano niente», mentre il testo successivo ribadisce allegoricamente la vanità del medesimo: «Cavalcano ingenui il raccolto,/ nel contrasto appena attuale/ incatenano al nulla la necessità»…
Le forme, l’allegoria
L’indeterminatezza del verso, la perifrasi, l’allusività, sono gli strumenti di questa forma, ma l’autrice può contare sullo sfarzo semantico, suggestivo e antico, della sacralità e del rito. Eppure se ogni rituale è ripetizione di un mito, qui la storia primigenia, il modello, fanno difetto; il principio annaspa nel vuoto. Locuzioni come «un’ostinata rimembranza», lemmi che richiamano l’oscurità e il giudizio, figure come quella del pellegrino (centro tematico della sezione “Alle fronde dell’ostinazione”), sono articolate intorno ad una ricerca di cui è variamente detto lo smarrimento. Il “Pellegrino” del nuovo evo cerca un codice, vive in solitudine anziché nella grazia, «tocca il seme opposto all’illusione», e tuttavia «senza amore vuole proseguire/ e senza sé stesso.» La scommessa del libro è quella di proporsi con il mezzo strumentale dell’allegoria e della sentenza, echi del mondo sapienziale del passato ma in una prospettiva rovesciata, dove la sapienza parla dell’inconsistenza e allude al presente senza visioni:
Nessuno si consoli della lingua
propria, tutte son seccate sul ramo.
Così affranti da labile materia
come segni puri siamo nome.
Vitalità del canone occidentale
La netta propensione verso la metafisica è replicata anche per il desiderio. In “Cuore virile”, l’esser-ci (l’essere al mondo) è sottratto dalla scena poetica. Temperini lo commenta, lo valuta, lo traguarda da un altrove di gelo: «Sei rosea mia bella, come/ sarcofago di ore dissimulate». E anche su questo versante, il testo tenta un’anamnesi del corpo dell’eros: «ma nella/ sconfinata carne, il racconto/ si interrompe lugubre: un errore già frena il dolore/del labbro e il bacio torvo. » L’aggettivazione come il timbro non lasciano dubbi: eppure diversamente da quanto accade nelle altre sezioni, il verso appare più frammentario quando non enigmatico nel tentativo di rinnovare l’ antica dialettica tra Amore e Morte.
Così di fronte ad un paesaggio letterario dove ci si interroga sulla morte del canone, nei sospetti sommerso dalle moltitudini di approcci, dalla folla di scriventi, Blu Temperini conferma, semmai ne avessimo avuto bisogno, che il canone è ben vivo persino quando lingua e codice culturale rimodulano dal passato la loro voce. Semmai sarà forse il caso di notare come, negli ultimi anni, si siano moltiplicate opere che rimuovono la soggettività a favore di una sollecita prospezione filosofica.
Marco Conti
Blu Temperini, Nel principio infondato, pp. 136, Crocetti Editore, 2025; euro 15,00