Mortacci mia, il romanzo d’esordio di Piero Salabè racconta una storia familiare attraverso una viva immaginazione allegorica

Un antico, stinto, tappeto azzurro bucato, feticcio e tessuto familiare, avvolge l’immaginazione e il passato. Da quello strappo sul tappeto, da quella consunzione che è assenza, si dirama simbolicamente la narrazione di Piero Salabè, Mortacci Mia: titolo dove – diversamente da quanto si potrebbe suppore– la voce romanesca inscrive una vera e propria ontologia. Di immaginario, di passato e di polveri come volatile sostanza cosmica, è infatti composto il viaggio di Fabio e Lara, due fratelli in cerca del padre. Defunto per la famiglia, l’illustre clinico sembra viceversa soltanto perso alla vista e agli altri sensi per i due protagonisti. La loro peregrinazione nel ventre di Roma sarà capillare e feroce. Come in una fiaba gotica. Come in un labirinto allucinato spunteranno qui è là gli indizi, i profili destinati a disegnare errori e false piste. Al «buco grande al margine destro che le tarme allargano allegramente, anno dopo anno» seguiranno altri fori, ingressi, pozzi melmosi, fratte offuscate e varchi da attraversare in una sorta di castello abbandonato, vale a dire il Policlinico romano dove il padre dei due protagonisti, Pintor, lavorò a lungo e da cui fu maldestramente allontanato. E’ tra cunicoli sotterranei e corridoi aerei che la ricerca deve insistere, è tra laboratori clandestini e stanze dove vivono i barboni che il vecchio medico, ormai mentalmente instabile, potrebbe essersi rifugiato. Fabio e Lara se lo ripetono, non possono credere altrimenti poiché i ricordi sono sostanze che affannano ogni giorno. Fabio, per esempio, voleva essere sempre auscultato dal genitore:
«Quando da bambino gli raccontavo delle mie notti in preda all’angoscia, non ne voleva sapere, diceva che sarebbero passate. Ma ancora non sono passate. Col tempo ho imparato a non parlarne, neppure ad Aič [la sorella ndr], non sia mai che abbandoni la missione. Quando mi vede sdraiato sul tappeto azzurro mi prende per stravagante, senza sospettare che in me c’è quel buco inconfessabile.»
«Quella paura immensa che la vita possa avere un senso»
Piero Salabè, poeta esordito quattro anni fa sotto gli auspici di Claudio Magris con Il bel niente, scrive un romanzo di ispirazione autobiografica che costruisce però una visione del mondo su cui si staglia l’epigrafe di Samuel Johnson, “Quella paura immensa che la vita possa avere un senso”, un significato e un fine che tuttavia sfugge, si nasconde con un battito d’ala un poco più in là del nostro sguardo. Niente dunque di più distante dagli orientamenti oggi frequentati nella commistione di narrazione e giornalismo e niente di meno di un linguaggio denso con squarci descrittivi talvolta di vivacità nabokonoviana.
Rapidamente si comprende che la quête affronta un passato dove la memoria non è mai sazia, tanto più che alle voci del presente, agli incontri nella pancia del Policlinico, si sommano gli stralci di alcune pagine diaristiche del padre ritrovate nel fondo di un cassetto e il non detto, un monologo che si affaccia, commenta, annota ciò che la coscienza in un momento suggerisce e cancella. Forse anche questa, ad ascoltare il narratore, è una qualità da ascrivere al luogo in cui egli si è avventurato in compagnia della sorella più giovane e ingenua. Dice un testimone incontrato sulla soglia del grande complesso ospedaliero: «Ne ho visti tanti che si sono venduti l’anima nel Policlinico, magari entravano in buona fede, ma poi là, senza nessuno a vigilare, riscoprivano una parte di sé, qualcosa contro cui avevano lottato e che pensavano non sarebbe riemerso. E invece d’un tratto, rieccolo e allora succede…». Succede che si viva al Policlinico nei mondi chiusi della mente. Ma la narrazione di Salabè non consolida la traccia visionaria e surreale; la riporta viceversa alla sua dimensione di vissuto così come svolge una dialettica tra il mondo allegorico e quello quotidiano, con la sua inappellabile solidità. Nel convincimento espresso dall’epigrafe di Samuel Johnson, c’è posto anche per una inattesa dialettica tra due fazioni di ricercatori: quella a cui apparteneva il padre e quella dei suoi nemici. Il primo convinto dei principi della medicina tradizionale, gli altri impegnati nella vanagloria di una «tecnologia dal volto umano, fondamentale per allungare la vita dei novantenni, “che sono il nostro futuro, una vera e propria miniera d’oro”». La caricatura dell’équipe clinica che riveste di umanesimo una nuova fonte di reddito è uno scorcio dove il narratore si fa carico di un presente inattendibile e orrorifico: «l’umanità si dividerà in gruppi di differente aspettativa di vita. A chi ci accusa di razzismo, transumanesimo o quant’altro, ricordo che noi operiamo per sconfiggere il dolore, non per celebrarlo.» Insomma, le buone ragioni del capitale finalizzate al medesimo.
Il tempo e l’imbroglio quotidiano
Alla fine, guardando dagli spalti del Policlinico la città eterna e il suo mare, il litorale che si ritrae, il Tirreno su cui un giorno lo stesso ospedale si sarebbe affacciato come su di un giardino, si guarda il volto del tema soggiacente, il Tempo e «l’imbroglio quotidiano»: «Eviti di guardarlo a lungo, tuo padre, la sua vecchiezza ti spaventa. Non avevi pensato che potesse infossarsi ancora di più, ma ad ogni vista vedi un altro strato che si ritrae». Salabè introduce il lettore a una lunga luminosa dissolvenza che richiama sia il “corpo” del presente, sia il sapere – dolente nella sua innocenza – tra i riflessi della figura del padre: «Non ho mai letto le sue lettere d’amore a mia madre. Erano in francese, lingua usata per necessità di comunicazione, ma anche per essere diverso – la vita, una lunga fuga. Nessuno ha voluto conservarle, c’è un’intimità che persino i figli non dovrebbero toccare. Penso che il loro inchiostro sia sbiadito presto, stipate in qualche astuccio, sotto al sotto più sotto della cantina, si saranno squagliate assieme agli angeli di cera del presepe tedesco nell’estate più calda della storia, prima di finire nel container dove tutto finisce. Per questo le devo inventare».
Marco Conti
Piero Salabè, Mortacci mia, pp. 376, La nave di Teseo, 2025; euro 20,00