Nella città di Ilias con Luigia Bencivenga

‘O cane è il racconto allucinato di un mondo all’inverso, fatto di derelitti, relazioni tossiche, dipendenze ed esperimenti giudiziari: una realtà così assurda da assomigliare dannatamente alla nostra. Nel primo romanzo di Luigia Bencivenga, scrittrice partenopea da anni a Bologna, la cittadina immaginaria di Ilias, che ricorda Napoli e i suoi sobborghi, è teatro delle premonizioni di un’antica setta religiosa: si immagina l’arrivo tra il 2000 e il 2030 di un messia canino, che morirà dopo esser stato maltrattato da un uomo cattivo, prendendo su di sé tutto il male del mondo prima di ascendere al cielo. Ed è qui che si dipana il polifonico libro pubblicato dalla Italo Svevo dopo il premio Calvino 2023, che ancora una volta si conferma un riconoscimento letterario capace di trovare voci nuove e originali. 

Mimì Nasone, detto il Figlio delle Stelle per il tatuaggio simile al trucco di Paul Stanley dei Kiss, è il padrone di Garryowen, il «cane buono» che soccombe nelle prime pagine. È lui il personaggio che più esprime l’umanità dipinta da Bencivenga: picchiato da bambino dalla madre alcolista e abusato dall’Uomo nero, aspira a essere altro, magari una rockstar famosa, ma la sua quotidianità è fatta di trasporti dei morti per lavoro e da una «dipendenza temperata» da alcol e droghe. Anche lui, come altri, placa le sue voglie con la prostituzione, ma ambisce a qualcosa di più, che trova soddisfatto solo da Patty tre dita, un’altra emarginata che sconta una menomazione fisica dopo un’infanzia difficile. Ma è lo stesso per tutti, anche per il Vecchio, che è padrone di Cala Renella, dove ha cercato di ripartire recidendo i legami famigliari per poi passare una vita intera insieme a una prostituta, divenuta quasi una moglie, e farsi intenerire dall’arrivo di un nipote sconosciuto.

Il carcere Dostoevskij e altre distopie

Insomma, nella geografia sociale di Ilias, le cui parti esprimono condizioni di vita diverse, Cala Renella è «un mondo a parte», dove chi ci vive «al suicidio ha preferito ricominciare da zero o poco più» (p.223). Un luogo che si contrappone all’esistenza fastosa e distaccata dei ricchi di via Belvedere e nel quale i poveri e gli infelici sono isolati in container. E la loro storia è quella di desideri sopiti e rinnegati, in cui il Mexès che assumono è correlativo oggettivo della volontà di annullarsi. Un farmaco che viene dato anche a Valentina e Minia, coinquiline paradossali e simboliche: la prima è ipersessuale – «Se fino a sei mesi fa scopavo dieci/undici p. a settimana, ora mi attesto sulle due/tre p., comunque meno di cinque p., dove p. sta per persone, maschi o femmine» (p.130) -, mentre l’altra è asessuata e scambiata da tutti per uomo. Ma questo non stupisce, perché quello che tutti cercano, in fin dei conti, è il non esser giudicati per la loro diversità in un contesto che impedisce qualsiasi sogno.

Il carcere Dostoevskij, riuscita distopia giudiziaria, rappresenta allora il culmine della repressione e dell’isolamento. Ideato da Sauro Consilia, «uomo immune dai sensi di colpa e inoculatore di sensi d’inadeguatezza» (p.141), è una prigione in cui i detenuti vivono per anni in una misera cella sulla Torre della Cugina: sono concessi solo romanzi russi, Mexès, la Bibbia, penne, quaderni e cannabis sativa. Poi si passa in un regime di semi-libertà con elettroshock e coltivazione di orto, in cui si può avere rapporti sessuali con professionisti e si dialoga sempre e soltanto con unico interlocutore, cioè il direttore. Un vero e proprio lavaggio del cervello per cui gli utenti arrivano a sviluppare l’idea che quella sia l’unica soluzione, non desiderando nemmeno più scappare.  Ma si sa, ciò che si cancella riaffiora in altro modo e, forse, proprio il sacrificio iniziale di Garryowen potrà portare un po’ di amore e di giustizia in questo mondo sconquassato.

Lorenzo Germano

Luigia Bencivenga, ‘O cane, pp, 336, Italo Svevo Editore, 2024; euro 20,00

Back to Top
errore: Content is protected !!