
Il linguaggio della poesia e quello del rito, la metafora e l’invocazione, la voce e la scrittura. Queste espressioni vivono contigue nell’ antologia Versi a Dio: un itinerario di non poche voci che attraversa la tradizione orale e la sacralità, i classici occidentali e orientali. I curatori, Davide Brullo, Antonio Spadaro, Nicola Crocetti, con uno scarto improvviso rispetto al mainstream, riuniscono alcune centinaia di testi esemplari di poesia di ispirazione religiosa. Il primo punto d’incontro è quello espresso da Papa Francesco nella “Lettera ai poeti” che precede l’introduzione: «Voi siete occhi che guardano e che sognano. Non soltanto guardano, ma anche sognano.» Un appello che suona antico e di forte identità: «Il vostro è – per citare Paul Claudel – “un occhio che ascolta”. L’arte è un antidoto contro la mentalità del calcolo e dell’uniformità; è una sfida al nostro immaginario.» Ed ecco accanto a Baudelaire e a Emily Dickinson, il medioevo di Bernardo di Chiaravalle e San Francesco, l’immaginario cadenzato del canto animistico, del rito sciamanico, il ritmo dell’ Ecclesiaste e quello della benedizione ebraica Hashkivenu, la sura coranica e la poesia vedica, le parole dell’iniziazione Apache, o i versi rituali – quando ancora non si chiamavano poesia – tra i pigmei dell’Africa che affidano alla parola la loro cosmologia:
Il fuoco diventa scuro, il legno diventa nero!
La fiamma sta per estinguersi, su di noi la sciagura!
Su di noi la sciagura, o Khmuvum!
Khmvum si mette in cammino,
sulla strada che he porta al sole.
(…)
La poesia e il mito

E’ stato Mircea Eliade a precisare che il mito è storia sacra e che l’intero cosmo, la pietra come il fuoco, possono diventare una manifestazione del sacro. L’uomo – il nativo delle società più arcaiche come l’asceta tibetano o il monaco – assume la sua precarietà e si sforza di stare nel perimetro dove gravita una realtà più potente della sua. Fuori da questo cerchio niente è certo. Giorgio Agamben ha svolto una speculazione che parrebbe, parzialmente, costituire un parallelo, separando la voce dalla parola, il carattere primordiale da quello più elaborato e acculturato. La voce porta con sé il gemito, il pianto, il desiderio, tanto che la preghiera sembra la prima strutturazione di quella voce verso la parola. L’Om dell’induista mostrerebbe allora la necessità di fare strumento della voce per dialogare con il trascendente.
La prima parte dell’antologia tra i versi dell’Africa antica, le preghiere della Malesia, le invocazioni degli spiriti nella Siberia si inscrive in questo cerchio del numinoso. Ma l’Inno dei Testi delle Piramidi è davvero di matrice diversa? Al di là della speculazione etnologica, restano, in quei versi, le voci più stratificate della lunga storia dell’Egitto.
Le migliori preghiere sono scritte da poeti
Nell’introduzione ai testi, Antonio Spadaro affronta però un’altra questione urgente, vale a dire quella della ricchezza letteraria. Escluse le espressioni generiche, i cliché della poesia religiosa o del soprannaturale; «queste raccolte – spiega – mirano a precisare il problema teorico della validità letteraria del fondamento spirituale. E si deve precisare che quel che è perduto dal punto di vista di una compiuta ortodossia nel contesto di una fede senza discussioni, è in compenso inverato nella completa manifestazione dell’individuo ». C’è al fondo la considerazione che fu di Hopkins quando, in una lettera del 1887, scrisse: «Le migliori preghiere sono scritte dai poeti, anche se in altre composizioni essi con il buono mescolano una forte dose di insensatezza e qualche tratto di ribellione.»
E’ facile pensare che Hopkins parli pro domo sua ma proprio la sua esperienza come poeta religioso tormentato, immette nei versi una cura e un’innovazione linguistica che hanno legami distanti: le allitterazioni frequenti, le immagini più oscure riportano in realtà alle radici della poesia. Pur con tutte le cautele del caso, distinguendo quindi tra religione e magia, è evidente che il linguaggio della poesia e il linguaggio del mito (dunque del sacro) condividano la centralità dell’immagine e del simbolo. La fantasia mitopoietica è da sempre connessa alle esperienze fondamentali: la riattualizzazione del mito è esperienza poetica e religiosa alla stessa stregua. Per Anita Seppilli, si tratta di una concezione che «porta [l’uomo] fuori dalla contingenza, è una caratteristica, in diverso modo teorizzata della Weltanschauung primitiva e che però troviamo ancora nella filosofia greca fino a Platone […] e a Plutarco».

Da Omero a Paul Celan
L’invocazione che accompagna il rito magico è così presente trasversalmente: dall’Africa alla cultura classica, dove la voce di Omero apre la sequenza antologica con Odisseo che richiama gli spiriti dall’Erebo: «Versai il liquore per la congrega dei morti: latte confuso nel miele, vino dolce, acqua: ho ricoperto l’offerta con orzo scintillante; e invoco i tenuti morti: tornato a Itaca, a loro, avrei donato la giovenca più bella della mia madre, giovane, senza figli, uccisa e recata nel fuoco con altri alti doni: per Tiresia, in particolare, ariete nero, il maschio più potente del gregge.»
Tra rito, preghiera e poesia si definisce tuttavia una soglia che ha contorni ora più netti ora più sfumati. Spadaro parla del dialogo della preghiera, dell’affidamento al trascendente: «E’ questo dialogo a fare di una poesia religiosa una preghiera. Qual è la natura di questa soglia? In realtà la poesia l’ha frequentata e continua a percorrerla in largo e in lungo: è forse questo il luogo più proprio dell’incontro tra preghiera e poesia.» E cita Emily Dickinson come esempio di chi ha voluto sostare in questo breve territorio di confine: «Era giunto il mio tempo di pregare/ Dio cresce in alto/ – quindi coloro che pregano/ orizzonti – devono ascendere – / E così mi sono diretta verso nord/ per incontrare questo Insolito Amico».
Tra gli autori del Novecento occidentale, compaiono Antonia Pozzi, Mario Luzi, Thomas Merton, una insolita citazione di Un posto tranquillo illuminato bene di Ernest Hemingway, il visionario Antonin Artaud, un brano di Mercoledì delle ceneri di T.S. Eliot, Cristina Campo e, tra gli altri un intenso irraggiungibile Paul Celan:
DISGELO. E io giacqui con te, tu, fra i detriti,
una luna di neve marcia
ci buttò addosso una risposta,
noi ci sminuzzammo in briciole,
e delle briciole facemmo di nuovo grumo:
il Signore spezzò il pane,
il pane spezzò il Signore.
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Marco Conti
AA. VV. Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa (a cura di Davide Brullo, Antonio Spadaro, Nicola Crocetti), con una Lettera ai poeti di Papa Francesco; pp. 317; Crocetti Editore, 2024; euro 30,00
