Tradizione e Globalizzazione

Luigi Lombardi Satriani, autore  di “Folklore e Profitto”, parla dell’etnologia  e dell’identità di fronte alle trasformazioni del XXI secolo in una intervista del 2006. «Ancora oggi ci sono classi subalterne, è cambiato il modo di interiorizzare la cultura di massa per cui tutte le classi condividono certe esperienze, come i media»

La trippa Manzotin, l’amaro Petrus Bonekamp, i biscotti Talmone. Secondo uno dei maggiori etnologi italiani, Luigi Lombardi Satriani, la pubblicità televisiva, mostrava elementi indiziari, per non dire una prova in flagranza, del processo di riutilizzazione della tradizione in termini di profitto. Folkore e profitto (edito nel 1973 da Guaraldi) raccontò come negli inviti ai consumi vi fosse sempre un implicito riferimento al valore della tradizione. Le allusioni, i simboli della “genuinità”, del “fatto in casa”, o più generalmente della “forza” della natura, erano presi di peso dal mondo folklorico,  e formarono lo spartito su cui scrivere il messaggio pubblicitario. Messo all’Indice dallo sviluppo economico ma usato strumentalmente dalla stessa industrializzazione, il folklore, in quanto cultura della classe subalterna, venne inteso da Luigi Lombardi Satriani, allora docente all’università La Sapienza di Roma, come un elemento confluente nelle ragioni della contestazione.

Alla fine del millennio, i temi dell’identità e della tradizione hanno dovuto invece confrontarsi con la globalizzazione. E Luigi Lombardi Satriani ha ripreso in mano il discorso dell’ethnos proponendo come essenziale per ogni collettività il tema dell’appartenenza, con l’avvertenza che il rifiuto del razzismo non deve indurre al rifiuto della diversità. Ma esiste ancora una cultura identitaria e una stratificazione sociale in cui osservare una cultura subalterna? L’intervista che segue venne svolta nel giugno del 2006 durante un seminario di studi condotto da Piercarlo Grimaldi (docente di etnologia all’Università del Piemonte Orientale) intitolato “Identità, creatività e territorio”.

Quella strana coppia: folklore e contestazione

Negli anni Settanta lei propose una interpretazione del folklore come cultura della contestazione. Di fronte ai processi di internazionalizzazione oggi in corso, non siamo tutti subalterni?

Anche allora io proponevo diversi modelli contestativi, l’ultimo dei quali era l’accettazione della cultura egemone anche attraverso la condivisione di un tema (per esempio il concetto di autorità ritenuto necessario dalle classi egemoni e dalle classi subalterne Ndr). Certo quarant’anni non passano invano: ci sono delle trasformazioni radicali sia in senso positivo che in senso negativo. In senso positivo perché alcune condizioni di radicale miseria si sono attenuate pur essendoci delle sacche di grande povertà. Né lo studioso, pur di vedere mantenute le tradizioni può auspicarsi, che alcune condizioni di vita non cambino. Ma queste sono davvero cambiate al punto di far ritenere superate le connotazioni di classe? Non mi sembra perché il concetto di classe indica una collocazione nella struttura, nel mondo della produzione, nelle forme di relazione, non la quantità di ricchezza di cui uno può disporre. Io credo che ancora adesso ci siano classi subalterne. E’ cambiato il modo di interiorizzare la cultura di massa, per cui le classi condividono per esempio alcune esperienze come i media, la televisione. In alcuni paesi, come negli Stati Uniti, la cultura di massa viene identificata come “popolare”. Viceversa credo esistano delle specificità che la cultura folklorica deve avvicinare.

Per esempio?

Non solo il fatto singolare in sé: il canto delle mondine, la processione votiva…Ci sono nuove forme di aggregazione giovanile, i concerti,  i nuovi rituali collettivi che per molti versi sono rituali folklorici. Ci sono modelli concettuali che oggi vanno tarati diversamente.

American, Continental, Bridge: nomi di bar e identità

L. Lombardi Satriani

In un suo saggio “Folklore e profitto” lei enumerava i nomi dei bar di una città calabra, nomi che mostravano la voglia di un’altra identità, oppure la passione esterofila: Bridge, Hamilton, American, Continental. Se lei facesse la stessa perlustrazione oggi, cosa troverebbe? Le rivendicazioni implicite in quei nomi sono le stesse?

Avremmo la testimonianza attraverso le parole di quanto sia andato avanti il processo di acculturazione e di quanto sia stato interiorizzato il tema della cultura contadina come cultura inferiore; di come ci si sia consegnati inermi ai processi di modernizzazione.

In questo seminario ho voluto sottolineare che la globalizzazione tende a distruggere le peculiarità culturali, però ho anche notato che ci sono processi di resistenza ad una globalizzazione senza residui. Nel termine “glocal” c’è la volontà di riaffermare le particolarità locali.

Cosa resta dell’identità

Di fronte a un processo economico e culturale come quello in corso, che tende a fare piazza pulita di ogni diversità, cosa resta del discorso sull’identità?

Non è detto che la globalizzazione debba essere una specie di carro armato che tutto travolge. Io spero che ci siano dei processi di unificazione economica, però penso che vi siano delle possibilità di mantenere certe peculiarità culturali. Non credo che si debba barattare qualche ricchezza in più con la rinuncia alla tradizione. Non credo che il mondo vivrà una dimensione in tutto sarà intercambiabile e qualsiasi posto sarà simile ad un altro. Dopo decenni di internazionalismo, abbiamo persino una esplosione drammatica di etnicismi. Vuol dire che l’ethnos è duro a morire.

Il discorso dell’etnologia

Questi temi ne chiamano in causa un altro, disciplinare ma importante: secondo lei quali sono oggi le priorità dell’etnologia nella ricerca sul campo?

Credo occorra ridefinire i quadri inerenti la teoria della conoscenza, l’epistemologia. Dobbiamo recuperare gli sforzi delle generazioni precedenti, ma dal momento che oggi si chiede all’etnologia come alle altre scienze antropologiche una serie di compiti, è importante l’aspetto epistemologico. Il che significa anche sviluppare di più la multidisciplinarietà. Nessuna scienza umana può pretendere di essere autoreferenziale e pretendere di esaurire il discorso…Poi occorre dare una risposta ai grandi problemi del nostro tempo,  che sono appunto quelli dell’identità, della conflittualità, del riemergere del razzismo. Di pari passo occorre rinunciare alla pretesa di un unico orientamento: come se l’unica etnologia fosse quella che faccio io e non quella del collega. Ho ripreso la testata della vecchia rivista che facevo quando ero giovane, “Voci”. L’ho pubblicata (sono ormai due anni) e l’ho chiamata “Semestrale di scienze umane. Voci”.

Marco Conti “La globalizzazione non ci inghiottirà” 

in La nuova Provincia di Biella, 3 giugno 2006, Società & Cultura,  p. 19

L’immagine del titolo è tratta dal cortometraggio Happiness di Steve Cuts

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