Storie, storia e fiabe nell’Europa dei vagabondi

In una fiaba francese, I due viaggiatori, compaiono due soldati ormai in congedo che tirano ai dadi per stabilire chi dei due deve farsi cavare gli occhi. Il più fortunato farà l’accompagnatore del cieco ed entrambi potranno così mendicare con successo. Si direbbe un prezzo molto alto per un mestiere così povero. Ma in realtà il vagabondaggio e la mendicità sono una costante del mondo medievale e fin oltre le soglie del Settecento. Una delle storie più popolari dell’Italia settentrionale, Giovannino senza paura,  ha numerose varianti ma in ogni caso racconta la storia di un ragazzo avventuroso che si mette in strada e va  incontro alla fortuna: «girava per il mondo» dice la narrazione di Italo Calvino. Nella stessa raccolta, Fiabe italiane, troviamo ad Avellino Cricche crocche e Manico d’Uncino, dove si parla di ladri, truffatori, giramondo, che scommettono tra loro per vedere chi è più scaltro. Nel Monferrato i nomi di Cric e Croc venivano evocati in epoca moderna per raccontare storie di truffaldini.  In Spagna tra Cinquecento e Seicento si sviluppa la figura del pìcaro, ovvero il vagabondo di cui un primo esempio è Lazarillo de Tormes (1554). L’anonimo autore racconta di un povero orfano in cerca di fortuna: virtuoso ma costretto a rubare e ad ingannare per sfamarsi. La ricerca di cibo è motivo comune in moltissime fiabe europee. Per esempio la si trova spesso nei Racconti di Mamma l’Oca di Perrault indagati dallo storico Robert Darnton benché l’autore-raccoglitore delle storie sia un cortigiano e un intellettuale. Di pari passo gli stessi motivi fiabeschi si rintracciano con un carattere spesso più cupo e visionario nella raccolta dei fratelli Grimm  e diverse filastrocche popolari diffuse in Inghilterra, risalenti nella versione scritta al Settecento, mostrano come i bambini protagonisti siano affamati e parlano talvolta di mendicanti che minacciosi, nottetempo, attraversano le campagne e si avvicinano alle case.

Mendicanti, pellegrini, girovaghi

La storia istituzionale non ne parla o ne parla di sfuggita, ma la scuola delle Annales e la storia della cultura, dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, hanno aperto le porte ad un mondo, quello rurale, che prima si poteva solo intravedere nella letteratura di finzione o nella tradizione popolare: fiabe, leggende, narrazioni realistiche come quella  dall’anonimo autore del Novellino, del Decameron di Boccaccio o del Trecentonovelle di Franco Sacchetti. Un salto indietro e ci si trova a cospetto di questi personaggi nelle numerose versioni del Romanzo arturiano, della Legenda aurea  attraverso le vicende di strada dei pellegrini, oppure, a ritroso nel passato, con le vite dei monaci benedettini nella Cronaca di Novalesa risalente all’XI secolo.

Questo eterogeneo spazio narrativo che dal basso medioevo scavalca i secoli e si protrae fino a ridosso dell’epoca moderna e del Settecento, può essere letto attraverso una opposizione: il mondo immobile del villaggio e della vita contadina e il mondo dei vagabondi, degli indigenti senza tetto, degli avventurieri, di truffatori e ladri, di predicatori e giullari e infine di zingari, artigiani girovaghi e mercanti. Storia della cultura ed etnologia hanno cercato talvolta di raccontare come questi due mondi comunicavano ed entravano in conflitto. La tradizione orale fornisce infatti alla letteratura e agli etnologi numerose testimonianze per addentrarsi nei secoli più lontani mostrando attraverso le fiabe il punto di vista dell’uomo comune nel medioevo. Certo la locuzione “uomo comune” è una approssimazione. Ma proprio il linguaggio è una spia delle idee che furono condivise. La letteratura e l’oralità hanno entrambe libertà di invenzione, ma la lingua, i personaggi e i motivi ricorrenti delle fiabe, dicono qualcosa di specifico e spesso di univoco sul passato.

“Il vagabondo ovvero sferza dei bianti”

Il vagabondaggio in questi contesti narrativi appare spesso come una scelta, ma nella realtà risulta essere piuttosto una necessità per chi non ha terra sufficiente da coltivare, per chi l’ha avuta e persa in seguito a un frazionamento oppure a una eredità divisa tra molti o, ancora, in seguito ad un’annata povera di raccolti e oberata di tasse e decime.

Il vagabondo si trova spesso a dover fingere per garantirsi la quotidianità. Le occasioni sono molte. La schiera di girovaghi è così ampia che si è prestata a una casistica dettagliata già nel Seicento. Rafaele Frianoro, a Viterbo, nel 1621, stampa Il vagabondo overo sferza dei Bianti, il cui sottotitolo illustra con eloquenza l’argomento: “Opera nuova nella quale si scoprono le fraudi, malitie, et inganni di coloro che vanno girando il Mondo alle spese altrui”. Un libro di successo tanto che nel 1828, a Pisa, se ne stampa ancora una edizione. Il saggio enumera le qualità di questa popolazione eterogenea secondo il tipo di truffa o il modo di avvicinarsi al borgo o al villaggio, alla chiesa o alla piazza. Frianoro avalla nel presentarli un altro racconto leggendario: i vagabondi erano in origine sacerdoti della dea Cerere scacciati da Roma e per questo chiamati “cerretani”. L’autore passa poi a enumerare le varie specie di girovaghi: ne conta 34 attribuendo ad ogni nome le qualità. I Bianti, o pitocchi, cercano vitto e denaro falsificando «bolle de’ Pontefici o de’ prelati, o di luoghi pii», promettendo indulgenze e di assolvere le colpe. Subito dopo vengono i Felsi che ugualmente si fingono pii con lo scopo di aggirare i malcapitati o di sapere che nelle case esistono tesori nascosti che solo loro possono trovare. Ci sono poi gli Affratti o falsi frati, mentre i falsi pellegrini che dicono di voler andare a Santiago di Compostela, a Loreto o a Gerusalemme si chiamano Bordoni (per il bastone che portano); seguono quelli che fingono piaghe purulente (Accapponi), la pazzia (Ascioni), il mal caduco (Accadenti), quelli che vendono perle false (Cagnabaldi), coloro che cercano solo pane e acqua dando d’intendere di disprezzare le il vino (Apezzenti) e c’è persino chi cerca farina per fare ostie (Affarinati), in realtà per mangiare qualcosa. E la lista ancora prosegue.

Un interrogatorio

«Io mi chiamo Pompeo, sono nato in Trevi di Spoleto, posso avere da sedici anni in su circa, non ho arte alcuna, sono stato preso da vostri esecutori in S. Jacomo delli Spagnoli perché accattavo la limosina per la chiesa, mentre si dicevano le messe». Così risponde un accattone imprigionato a Roma nel 1595 e interrogato nel carcere di Ponte Sisto con tanto di notaio. Subito dopo Pompeo è richiesto di dire se conosca degli altri mendicanti della città. «Signore – risponde il ragazzo – fra noi poveri mendicanti ci sono diverse compagnie in segreto (…). La prima si chiama Compagnia delli Grancetti, che sono quelli che mentre accattano l’elemosine nelle chiese fra la moltitudine di persone, se possono tagliano borse e saccocce». Pompeo racconta poi degli Sbasiti che fingono di essere morenti e si accucciano in terra, mentre i Baroni sono invece sani e pigri e vanno chiedendo solo elemosine. L’elenco non coincide con quello di Frianoro, ma le “qualifiche” sono simili e avvalorate da un secondo interrogatorio, con cui un nuovo arrestato completa a suo modo la lista di Pompeo elencando altri 17 gruppi tra cui, quello mondano – per così dire – degli  Spillatori, cioè coloro che barano giocando a dadi o a carte, come mostra la pittura di Caravaggio e come raccontano in più di un’occasione i novellieri italiani e il “Lazarillo” spagnolo.

Il medioevo e l’avventura

Jacques Le Goff  in La civilizzazione dell’Occidente medioevale parla dell’estrema «mobilità degli uomini del medioevo» definendola sconcertante. L’insicurezza appare diffusa in ogni momento della vita, tanto da poter essere discutibile persino il senso della realtà, ovvero l’apparire delle cose e della natura. Piero Camporesi, nel celebre saggio che accompagna la riedizione di alcuni testi storici sull’argomento, Il libro dei vagabondi (1973) cita a proposito le rime di Fazio degli Uberti: «Folle è qual crede, in questo mondo, loco/ dove si possan tener fermi i piedi,/ che tutto è buffa e truffa e falso gioco.» Non a caso la fiaba celebra l’astuzia della volpe e del gatto, spaventa attraverso il lupo famelico nel travestimento di Cappuccetto Rosso e risolve con la magia e la stregoneria il bene e il male. Così è in decine di motivi fiabeschi come ne L’anello magico, una storia del Trentino dove il girovago ha la fortuna di capitare su di un potere magico dopo aver fatto una buona azione, e sul versante opposto, in centinaia di narrazioni che raccontano inganni, incubi e combattimenti con la strega, ora bellissima, ora tenebrosa e orribile. All’inganno delle apparenze che insidia perfino i pellegrini sulla via di Santiago di Compostela con demoni che prendono il posto di San Giacomo, fanno riscontro nel mondo reale le prosaiche e variegate finzioni dei bianti dove il travestimento immaginato dalla fiaba si concretizza con pochi gesti e molte parole. La Commedia dell’arte ne fisserà alcuni tratti comici con i panni di Arlecchino.  

Il costo della fame e del vagabondaggio

In una dettagliata ricerca pubblicata su Annales nel 1970, lo storico francese Richard Gascon si occupa della crescita urbana e dell’immigrazione nella Lione del XVI secolo. Secondo i documenti reperiti il costo del pane per la giornata di una famiglia di quattro persone, alla metà della retribuzione quotidiana di un salariato. I poveri, nei villaggi che lavoravano la terra, e i salariati giornalieri erano insomma esposti al rischio di scendere ancora nella scala sociale. Lo dimostrano indirettamente le leggi e le sanzioni contro l’accattonaggio, la cui crescita in ogni paese, coincide con la diffusione della peste nera. Tra il 1349 e il 1351 i re di Francia, Castiglia, Portogallo e Inghilterra, cominciano a legiferare nel merito. Viceversa le prime politiche assistenziali europee iniziano due secoli dopo con misure tese a far gestire alle autorità municipali il problema della povertà e dei vagabondi. Severe misure contro il vagabondaggio appaiono a  Parigi nel 1545, a Venezia nel 1540, a Grenoble nel 1545, a Strasburgo nel 1522, nei Paesi Bassi nel 1531. Ma i provvedimenti sono poco più che patrie galere: si redigono gli elenchi degli indigenti stranieri e dei vagabondi, si obbligano quindi al lavoro, sotto custodia, i mendicanti sani, si escludono dalla amministrazione della Chiesa le opere pie, gli ospedali della carità. Le sanzioni qualche volta colpiscono non solo gli accattoni, ma anche chi li aiuta. Nell’Europa del cristianesimo, è difficile immaginare una politica più ipocrita e controproducente. Nel Seicento nascono nelle grandi città europee le Case per il Lavoro, gli Ospizi, gli Ospedali di Carità.

Il caso piemontese

 Carlo Emanuele II nel 1650  fonda a Torino l’Ospizio di Carità per accogliere circa seicento persone tra mendicanti, malati e ragazzi di qualsiasi età e sesso. La struttura garantisce il cibo e obbliga al lavoro se le condizioni di salute lo permettono. Chi cerca di scappare o non si presenta all’appello viene frustrato o incarcerato. Solo trent’anni più tardi l’Ospizio pensa di rivolgersi ai torinesi residenti e in stato di povertà portando a casa loro il cibo. Il ricovero stabile era invece richiesto ai vecchi non sposati o vedovi, ai ragazzi dai 7 ai 14 anni e agli invalidi. Dopo l’ingresso tuttavia gli indigenti sani dovevano lavorare. Tra il 1651 e il 1700 sono diciannove gli editti piemontesi contro i vagabondi e chi li aiuta. Torino contava in quel periodo 43.000 abitanti e i poveri erano circa 8000. La politica sabauda fu quantomeno infruttuosa. Disoccupazione, aumenti dei prezzi dei cereali, portarono a ridurre l’ospitalità coatta dei vagabondi, ad annullare i servizi di sostentamento a domicilio. Nel 1740 mentre l’Ospizio registrava un enorme passivo i mendicanti aumentavano e i vagabondi arrestati erano il doppio di quelli di un anno prima.

Medioevo e modernità

Ciò che accade tra il Cinquecento e il Settecento, ovvero il tentativo di reprimere l’accattonaggio e i vagabondi, anziché segnalare un maggiore sensibilità per le esigenze collettive, sembra indicare la semplice volontà di nascondere la complessità dello Stato moderno e seppellire il principio di realtà. Reprimere e punire si potrebbe dire con Michel Foucault. Forse, e paradossalmente è la tradizione e la letteratura a fornirci, senza statistiche e documenti, una percezione più vicina al vero soprattutto se si pensa a quel doppio status della popolazione rurale, ora contadina, ora artigiana ma sempre in predicato di diventare massa errante, indigente, biante e cerretano. Le rime di Fazio degli Uberti, citate da Camporesi, dicono che il vivere è gioco d’azzardo e la finzione norma, come celebra lo stesso rituale carnevalesco e il mondo delle fiabe, con i suoi traslati, le allegorie, ma anche come scorta immaginifica di tutte le iniziazioni. Cosi recitano alcune rime carnascialesche del Cinquecento:

Pellegrin, donne in questo abito strano

sìan, che gabbando il vulgo e ‘l mondo andìamo.

In ogni loco, ogni clima, ogni parte

è ‘l viver nostro archimia, astuzia e arte.

Marco Conti

Bibliografia

Il Novellino, Rizzoli, 1992

Trattato dei bianti, over pitocchi, e vagabondi, col modo d’impare la lingua furbesca, Italia, 1823

F. Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme (XV-XVIII siècles), A. Colin, 1979

P. Burke, Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna, Laterza, 1988

I. Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1956

P. Camporesi (a cura di), Il libro dei vagabondi, Einaudi, 1973

Evelina Christillin, Poveri, vagabondi e mendicanti, in Prometeo n. 58, Mondadori, 1997

R. Darnton, I contadini raccontano fiabe in “Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese”, Adelphi, 1988

P. Delarue e M.L. Ténèze, Le conte populaire français, Maisoneuve & Larose, 1976-1985

Fazio degli Uberti, Il Dittamondo e le rime (a cura di G. Corsi). Laterza, 1952

R. Frianoro, Il vagabondo ovvero Sfera de’ bianti e vagabondi in P. Camporesi, Il Libro dei vagabondi, cit.

B. Geremek, La reclusione dei poveri in Italia (secoli XIV-XVII), in Mélanges en l’honneur di Fernand Braudel, Privat, 1972

J. Le Goff, La civilisation de l’Occident médiéval, Arthaud, 1964

C. Perrault, I racconti di Mamma l’Oca, Einaudi, 1957

F. Sacchetti, Trecentonovelle, Einaudi, 1970

C. S. Singleton (a cura di),  Canti carnascialeschi del Rinascimento, Laterza, 1936

I best seller del ‘700 e la storia clandestina di Thérèse

Quando, nel 1775, tre casse di libri illegali vengono intercettate dalla dogana di Besançon, il loro destino è già segnato: pene ai librai committenti e un enorme rogo per mettere fine allo sconcio. Ma uno dei librai interessati, un certo Charmet, assicura con una lettera gli editori di Neuchâtel che, di certo, non finiranno tra le fiamme le copie ordinate di Thérèse Philosophe anche se «le casse ne erano piene»:  romanzo erotico troppo ambito, troppo divertente e decisamente trasgressivo. Quelli bruciati, secondo Charmet, erano i libri più difficili da vendere.

Capire perché il libraio fosse convinto della cosa non è difficile. Robert Darnton nel suo saggio (recentemente ristampato da Il Saggiatore), Libri proibiti, passa in rassegna gli archivi degli editori della Societé Typographique  de Neuchâtel (STN) che costituiva la banca data più cospicua per l’editoria clandestina del tempo, vale a dire uno dei maggiori stampatori delle numerosissime opere francesi che, vietate dall’Ancien Régime, trovavano in Svizzera gli stampatori e poi i “corridoi” per lo smercio attraverso le ordinazioni dei librai. Una prassi consolidata e documentata per quattrodici anni, nel periodo immediatamente precedente alla rivoluzione. Ma il libraio Charmet ha una ragione speciale per esibire tanta sicurezza scrivendo agli editori. Uno dei suoi amici è infatti l’intendente della dogana che, appassionato di libri, chiude un occhio, o entrambi, davanti allo smercio puntuale, ricambiato da belle edizioni di libri introvabili.

“Teresa filosofo” e l’ erotismo trasgressivo

Cosa abbia di speciale Teresa filosofo  – e perché il testo anonimo  (attribuito al marchese d’Argens ) non si sia tramutato in fiamme e cenere – è però un poco più complesso da raccontare. Tuttavia si può cominciare col dire che si trattava non solo di un testo clandestino ma di un best seller, come si evince dai documenti di Darnton. Prendendo in esame un decennio (1772-1782) e gli ordini fatti dai librai alla STN confrontati con i documenti della polizia (quando faceva irruzione nelle librerie), degli uffici doganali e infine con i cataloghi di testi proibiti di un editore ginevrino, tutti riferiti allo stesso periodo, seppure in alcuni casi per un numero inferiore d’anni, troviamo infatti il romanzo libertino Teresa filosofo,  al quindicesimo posto dei libri più richiesti: 365 copie, divise in 28 ordini (da Parigi e dalle città francesi), e in 16 edizioni. Nel genere delle letture erotiche solo la Pucélle d’Orleans di Voltaire la precede, brillando al 10 posto della classifica, con 436 copie richieste e ben 36 edizioni benché si tratti di un poema satirico (o forse proprio per questo). 

Altri autori

Per svolgere un confronto con un romanzo altrettanto pornografico bisogna scendere al 35° posto della classifica incontrando Histoire de dom Bougre…,portier des chartreux di Gervaise de Latouche. Ma anche questo confronto è eloquente solo sotto il profilo delle vendite e non altrettanto nello spirito della ricezione dei lettori del tempo.

Rimescolando le carte e valutando non i titoli ma gli autori più venduti in quegli anni, Teresa filosofo, guadagna paradossalmente alcune posizioni collocandosi  al dodicesimo posto, due al di sopra del celebre, prolifico e libertino Réstif de La Bretonne, e da scritti di filosofi ed enciclopedisti che (diversamente dall’anonimo scrittore di “Teresa”) potevano contare decine di titoli in commercio, clandestini oppure no. A cominciare da Voltaire che occupava  la prima posizione dei best seller prima della rivoluzione francese con 69 opere a stampa. Il secondo è il barone d’Olbach, la cui filosofia materialista si era spesa in numerosi titoli e successi che declinarono solo verso la fine dell’Ottocento. In quel periodo sono quasi scomparse invece dal mercato le singole opere di Diderot. In fatto di trasgressioni anti-cattoliche, il curatore dell’Enciclopedia , aveva regalato l’eros de I gioielli indiscreti. Ma  Les bijoux indiscrets  era stato stampato in forma anonima  trent’anni prima nel 1748. Giù occupava quindi gli scaffali dei bibliofili. I librai, nell’analisi di Darnton, fanno notare invece che si vendeva ancora l’Opera completa dell’autore.

Sade e il marchese d’Argens

Illustrazione per “Thérèse”. La censura continuò a pretendere edizioni “rivedute” anche nel ‘900

Per trovare un altro successo simile a quello del libro del barone d’Argens, bisogna fare un salto in avanti. L’opera di Sade compare successivamente ed è esclusa dall’indagine di Darnton, ma le ricerche di Jean Jacques Pauvert in Sade vivant (Le Tripode, 2013)  hanno fornito alcuni dati che consentono un confronto.  Nel 1791 compare  il primo romanzo di Sade, Justine, recensito di pari passo su un foglio (La Feuille de correspondance) destinato ai librai dove di consuetudine sono riportati solo i nuovi titoli e le rare recensioni occupano lo spazio di una nota.  Ma per Justine il recensore trova spazio per  diverse righe. Come l’autore di “Teresa” Sade non firma il suo romanzo, nonostante la censura sia stata abolita due anni prima insieme ai privilegi e ai diritti feudali. E, visto il tema scottante, anche l’editore segue l’esempio. Ma al di là della prima impressione vale la pena sottolineare che, l’anno dopo, Justine viene ristampato e nel 1796 compare già una quarta edizione. Forse non casualmente lo scrittore appena liberato dalla Bastiglia, sarà anche il primo a considerare pubblicamente Teresa filosofo, un piccolo capolavoro o quanto meno, per usare le sue parole: «un lavoro incantevole». In comune con Teresa filosofo  il romanzo di Sade  non ha tuttavia solo l’erotismo ma, più incisivamente,  la dialettica tra eros e potere, tra il diritto del corpo e le censure della storia.

Il testo, la prosa

Leggendo Teresa filosofo è difficile non osservare che l’autore utilizza una affabulazione del tutto simile a quella di altri autori del suo tempo: una frase tersa, ragionativa, ipotattica. Come Diderot, come il Voltaire di Candido, come infine l’autore di un best seller coevo, condannato alla clandestinità, in cui si immagina un futuro a misura delle tesi di Rousseau, vale a dire Sebastien Mercier, scrittore di L’anno duemilaquattrocentoquaranta. Un sogno se mai ve ne è stato uno.  Rispetto a molte opere erotiche o pornografiche (se così si preferisce) il libro del marchese d’Argens   si differenzia perché ha per protagonista una donna filosofa e per tema centrale non la richiesta di libertinaggio, ma l’emancipazione sessuale in base a una filosofia deista, forse  atea (è discutibile), e  percorsa dalle idee dell’empirismo.

L’anno 2440…Un romanzo utopistico con i desideri dell’illuminismo

Il dato più cospicuo è legato però alla derisione delle concezioni cattoliche e della visione clericale della sessualità. Dettagliate scene erotiche si succedono a capitoli di dialoghi di argomento metafisico. Darnton sottolinea in particolare lo scambio di ruolo tra fisicità e spiritualità quando il «molto reverendo» Padre Dirrag  in un coito da tergo vuol far scambiare l’ orgasmo per estasi spirituale, così come quando presenta il suo sesso come il «cordone di san Francesco».  Il romanzo è una beffa plateale del mondo clericale tanto che Sade, continuando l’elogio del barone d’Argens, scrisse: «Se (il romanzo) fosse stato reso disponibile al pubblico, come era nelle intenzioni dell’autore, avrebbe potuto rappresentare il paradigma del libro immorale».  Infine “Thérèse” è  storia di un intero percorso che, da una iniziazione, passa a una agnizione e a una conversione, per confluire infine in una educazione filosofica dove il sapere e il piacere sono la felicità «dell’uomo saggio».

L’editoria del XVIII secolo

Prima del 1793 gli autori non avevano diritti riconosciuti per legge. Solo in questa data acquisiscono il diritto esclusivo di riproduzione delle loro opere. Ma anche l’editoria era vincolata nell’Ancien Régime all’arbitrio dei poteri.  Jacques Proust in Diderot et L’Encyclopédie (Albin Michel,1995)  scrive a proposito dei librai e degli stampatori: «Erano colpevoli di reato tutti quelli che stampavano o vendevano libri senza avere la licenza di librai o stampatori, i colporteurs o i mercanti stranieri che vendevano qualcosa di diverso dagli almanacchi (…), quelli che avevano più di una bottega aperta a loro nome, i prestatori di nome, quelli che non facevano ispezionare i pacchi ricevuti dalla camera sindacale dei librai. Colpevoli erano i trasportatori e vetturini che portavano libri  di frodo. Colpevoli infine, ma in misura minore, gli autori di opere contrarie ai costumi, alla religione, allo Stato».   Nel 1725 il codice limitava il numero di maestri-stampatori a 36 e, in compenso,  tutti avevano operai chiamati a lavorare 13-14 ore al giorno. La situazione consentiva di pari passo la creazione di gruppi di potere per monopolizzare il mercato.  Del resto persino l’Enciclopedia  era stata messa in dubbio. Jacques Proust introducendo le Memorie sulla libertà di stampa di Diderot, annota che dopo l’attentato di Damiens «era stata presa una impressionante serie di misure d’ordine e condanne: l’Encyclopédie  era stata sospesa nel 1758 e il privilegio di stampa per De l’Esprit di Helvetius revocato, l’autore costretto a ritirarsi».

La stampa clandestina, le presse portatili

La stampa clandestina era quindi il naturale sollievo a questa situazione. Non solo all’estero in cui spiccavano i centri editoriali di Ginevra, Neuchâtel e Amsterdam, ma anche a Parigi e a Lione. Date di edizione e luoghi erano spesso falsificati. Non era raro neppure che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione alla pubblicazione, i tipografi aggiungessero qualche riga piccante o sediziosa al manoscritto, o che si pubblicasse il testo seguito da una appendice che ne modificava il significato. Nel 1789 si calcola che solo a Parigi ci fossero 100 presse portatili adoperate per i lavori clandestini (G. Dulac in P. Abraham-Roland Sesné, Histoire littéraire de la France, vol. 5, 1715-1794).

Le tirature.  L’Encyclopédie ha 4000 sottoscrizioni

Societé Typographique de Neuchatel. Gli editori e stampatori proponevano come molti altri un loro catalogo di opere censurate in Francia

E’ piuttosto evidente del resto che le cifre delle tirature non sono in alcun modo comparabili con quelle del Novecento. La diffusione della lettura è fenomeno pertinente alla industrializzazione. Si avrà un significativo incremento delle vendite solo alla fine dell’Ottocento, sia attraverso i giornali, sia attraverso i fascicoli in cui vengono spezzati i romanzi. Il Settecento di Voltaire e di Teresa filosofo ha sporadici lettori della nascente borghesia e distratti lettori aristocratici. L’Encyclopédie è il caso più eclatante: verrà stampata con quattromila sottoscrizioni. E’ l’epoca in cui il Mercure de France, il periodico più diffuso in Europa, conta una tiratura di 7 mila copie. E’ quindi straordinario che, proprio in questa situazione, la stampa abbia influito in modo tanto determinante nella realtà giuridica e politica post rivoluzionaria. 

La Nuova Eloisa

Gli autori del Settecento francese non si limitano a organizzare il pensiero intorno alla ragione e alla scienza. Quello di Voltaire è anche il secolo in cui si affaccia un atteggiamento diverso dello scrittore e del lettore verso i sentimenti. Lo dicono in modo netto le quattromila copie della prima edizione della Nouvelle Héloise di Jean Jacques Rousseau.  E’ il maggior investimento di quegli anni. Charles XII di Voltaire ne avrà solo mille, mentre la tiratura media per un autore di rilievo andava da 500 a mille copie.

Un osservatorio particolare, da cui emerge il quadro delle fortune degli autori dell’epoca, è quello approntato da Daniel Mornet in Les origines intellectuelles de la revolution française, 1715-1787 (Armand Colin, 1947).  Mornet  ha svolto l’indagine su 500 biblioteche private appartenenti ad altrettante ricche famiglie borghesi dell’inizio del Novecento. Ed ecco alcuni dati. Le Œuvres di Buffon sono presenti con  220 esemplari, la Henriade di Voltaire con 181, la Nouvelle Héloise 165, il Saggio sull’intelligenza umana di Locke, 156, il Dictionnaire di Pierre Bayle (un saggio sulla tolleranza che influenzò Voltaire), 288; Pamela (romanzo preromantico di Richardson) , 105; L’Encyclopédie, 52, Il contratto sociale, una.

I lettori a confronto

La natura dell’indagine di Mornet non consente conclusioni certe. L’aleatorietà delle scelte è compensata solo dalla ricorrenze puntuali che sembrano premiare la bellezza dei volumi di scienze naturali di Buffon e un’opera modesta come l’Henriade (il poema celebra le gesta di Enrico III e permise allo scrittore del Dizionario filosofico di ottenere una pensione), insieme al corposo e lacrimoso romanzo di Richardson Pamela, lasciando in disparte  proprio L’Encyclopédie (il rapporto è di una copia su dieci biblioteche) e proseguendo la disaffezione per il Contratto sociale, il quale avrà un soprassalto editoriale di vendite solo nel secondo dopoguerra, a ridosso delle ansie sessantottine. A distanza di un secolo tondo, parrebbe di poter dedurre che le richieste di libri clandestini prima della rivoluzione francese fossero – sia pure con la scorta del fascino fosforescente ed effimero della proibizione – un migliore indizio di vivacità intellettuale, rispetto a quelle della borghesia placidamente seduta sull’alloro del primo Novecento. Per fortuna arriveranno Apollinaire, Jarry, Valery, Breton, per voler restare in Francia,  a far piazza pulita di tanta tozza comodità.

Marco Conti

Bibliografia

Robert Darnton, Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all’origine della Rivoluzione francese, il Saggiatore, 2019 (ed. orig. 1996); Thérèse Philosophe, ou mémoires pour servir à l’histoire du Père Dirrag et de Mademoiselle Éradice (1748); Teresa filosofo o memorie per servire alla storia di Padre Dirrag e di Mademoiselle Eradice, in Le regole del piacere. Romanzi e scritti erotici da L’Enfer de la Bibliotèque Nationale, a cura di Andrea Calzolari, Mondadori, 1991;Jean Jacques Pauvert, Sade vivant, Le Tripode, 2013; Jacques Proust, Diderot et L’Encyclopédie (Albin Michel,1995); G. Dulac in P. Abraham-Roland Sesné, Histoire littéraire de la France, vol. 5, 1715-1794; Edtions sociales, 1976; Daniel Mornet, Les origines intellectuelles de la revolution française, 1715-1787 (Armand Colin, 1947).

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