Il successo di Sade e Justine

“Justine” di Sade ebbe un immediato successo. Lo dimostra la prima segnalazione sul giornale dei librai del 1791, che pubblichiamo qui. Il commento è esemplare sia della ricezione che dell’interesse censorio suscitato fino al secondo ‘900. Ma dove nasce tanto scandalo nell’epoca dei libertini? Forse perché de Sade non pone al centro della sua opera l’eros e la morte dei romantici ma il discorso inaccettabile di ogni Potere

La prima edizione senza indicazione dell’autore né dell’editore figura stampata in Olanda come accadeva spesso per i testi che rischiavano il sequestro

Nel 1791 la Francia ha appena finito di scrivere la Costituzione basata sulle idee di Montesquieu e di Rousseau. I filosofi e i loro libri hanno in quegli anni di rivoluzione un peso che oggi possiamo solo immaginare. Ma si scrive di ogni cosa con grande slancio. Si scrive di storia, di morale, di viaggi e naturalmente si scrivono prose d’invenzione. La produzione è tutt’altro che avara, tant’è vero che si pubblica un bollettino di novità: La Feuille de correspondance du libraire, ou Notice des ouvrages publiés dans les différents journaux qui circulent en France e dans l’étranger. Nel dicembre di quell’anno cruciale i titoli sono centinaia. Dal primo giugno 1791 (quando si inizia a stampare “La Feuille” sostituendo “Annonces de bibliographie moderne”) al 15 dicembre, i titoli recensiti sono 2005. Tra questi compare Justine, ou les Malheurs de la vertu.

Justine, tra i best-sellers

Il frontespizio di una edizione del 1797 di Justine

Il libro, diviso in due volumi, stampato su carta pregiata, non riporta il nome dell’autore, il marchese Alphonse Donatien François de Sade. E come accade spesso per le opere che scottano, il frontespizio non riferisce neppure il nome dell’editore. Il testo risulta stampato in Olanda come tante altre opere clandestine. Per il marchese de Sade, uscito dalla prigione della Bastiglia appena tre anni prima, dove ha scritto l’opera, è il suo primo libro stampato. Ha 51 anni e sarà costretto a trascorrerne un’altra ventina in manicomio, vale a dire fino alla sua morte. Eppure, nell’immediato, non è la storia di Justine che lo mette nei guai. Il libro attira l’attenzione di molti intellettuali e avrà alcuni estimatori. Ma per capire meglio la portata della narrazione sadiana non è affatto il caso di richiamare le pagine ottocentesche di Heine o, più tardi, quelle di Breton. E’ esattamente un bollettino anonimo a mostrare l’interesse che suscita Justine in un lettore di fine Settecento.

La prima recensione di “Justine”

La Feuille de correspondance del dicembre 1791 non è semplicemente un elenco di titoli. La redazione si occupa spesso di aggiungere delle note di commento, di pubblicare brevi estratti e riprendere le critiche che i testi hanno già avuto. C’è anche una sezione, per così dire, politica, una rubrica in cui si parla delle “Opere relative alle attuali circostanze”…C’è insomma ben più dell’essenziale. Il fatto stesso che vi compaiano opere clandestine è una novità. La censura è stata abolita nel 1789 e se il romanzo di de Sade non indica editore e autore, ciò è dovuto al timore di incorrere comunque in una ritorsione visto che i temi sono inerenti la morale dell’individuo e della società.

Su 2005 titoli i commenti della redazione riguardano però solo la metà dei libri e quando questo accade le osservazioni non vanno di norma oltre le tre o quattro righe. Jean-Jacques Pauvert, coraggioso editore di de Sade negli anni Cinquanta (per questo finirà in carcere) e poi studioso e biografo dell’autore, scrive in Sade vivant: « Deux douzaines seulment des notices comptent 17 lignes ou davantage». Per lo più a guadagnarsi 17 righe sono di libri di viaggi o di filosofia. L’unico romanzo che sollecita tanta attenzione è quello di de Sade, venduto in quel mese a 7 lire e 10 soldi. L’incipit della recensione va al cuore di quello che sarà il tema principale dell’opera per altri due secoli:

Sade in un ritratto immaginario

«Se, per far amare la virtù, c’è necessità di conoscere l’orrore del vizio per intero, e le atrocità che questo può far compiere a quelli che non sanno mettere un freno ai loro desideri, questo libro può essere letto con profitto; è parimenti possibile, che spaventati dall’affresco orrendo che l’Autore ha saputo fare dei crimini, i più rivoltanti, della dissolutezza più malvagia, i lettori finiscano per vergognarsi di essersi abbandonati a tramiti così esecrabili e come l’eroina di questo romanzo, riprendano il sentiero della virtù, dopo averlo mille volte insozzato. Ma come essere contenti di un simile successo quando è dimostrato che di tutte le corruzioni, è quella del cuore la più incurabile?

Questo libro è quindi quantomeno molto pericoloso, e se noi ne facciamo conoscere qui l’esistenza, è perché proprio come il titolo potrebbe indurre in errore dei giovani senza esperienza, che si impregnerebbero dunque del veleno che contiene, vogliamo preavvertire le persone incaricate di vegliare sulla loro educazione, affinché abbiano modo di sottrarlo accuratamente alla loro vista, o farne leggere i passaggi più adatti perché si ribellino, semmai per la loro immaginazione sono assolutamente necessarie suggestioni forti e terribili.»

Lo scandalo in 4 edizioni… e il suo seguito

Il 28 agosto 1804, il marchese de Sade è in prigione; in questa lettera rivolge una supplica al ministro della Polizia, Fouché. Nel 1793 era già stato arrestato e condannato a morte per due lettere anti-repubblicane, ma per un fortunato errore la sentenza non venne eseguita. Nel 1801 è nuovamente arrestato con il suo editore. Lo scrittore che non è stato condannato (né lo sarà mai in seguito a questo arresto), lamenta nella lettera a Fouché la detenzione arbitraria.

Questa è dunque la ricezione dell’opera dei contemporanei e questo il registro morale prevalente e persino più disponibile rispetto a quello futuro, quando l’opera di de Sade nel suo complesso sarà interdetta. Nel 1792 Justine viene ristampato in una nuova edizione (oggi si direbbe “in economica”) che costa 6 lire, ma c’è il sospetto che in realtà sia la terza perché alcuni bibliografi segnalano un’altra edizione in diciottesimo (un piccolo formato) ancora nel 1791 ed è del 1796 una quarta edizione. E’ inoltre probabile che vi siano state altre stampe con incisioni pornografiche come accadeva di frequente per i libri erotici che circolavano anonimi (fu il caso per esempio della Pulzella d’Orleans di Voltaire, anche questa comparsa prima anonima). Certamente Justine ha appena cominciato ad attirare gli strali che consegneranno l’autore, senza alcuna giustificazione, al manicomio di Charenton. Ancora nel 1792 sul supplemento di Affiches, annonces et avis divers, ou Journal général de France, figura un lunghissimo articolo dove si riassume l’intera storia del romanzo. Anche qui l’interesse del libro è ovvio e, come accade con il “Bollettino” indicato, il redattore chiude la sua fatica con alate parole morali di ammonimento: «…leggetelo per vedere dove conduce l’immaginazione umana; ma subito dopo, gettatelo tra le fiamme: è il consiglio che darete a voi stessi se avete la forza di leggerlo interamente.»

Il romanzo sarà ristampato ancora per cura dello stesso de Sade. A causa di questo, della nuova versione, ovvero La nouvelle Justine e dell’ Histoire de Juliette, sarà arrestato con il suo editore e tutte le copie verranno sequestrate. Ma mentre l’editore Nicolas Massé sarà liberato qualche giorno dopo, Donatien de Sade rimarrà detenuto in manicomio sino alla fine dei suoi giorni.

Lo sguardo collettivo

Juliette, edizione 1954 di Jean-Jacques Pauvert. L’autore e l’editore sono ancora legati nel secondo Novecento dalla censura repubblicana. Dopo la condanna (1956) solo il nuovo processo in appello restituirà la libertà di pubblicare il marchese de Sade. Tra i testimoni della difesa: Jean Cocteau, Georges Bataille, André Breton, Jean Paulhan

E’ curioso osservare che dal primo riscontro sul Bollettino bibliografico, fino agli anni Sessanta del Novecento, la disposizione dell’intellettuale, del moralista e del politico coincidano (sia pure con alcune eccezioni: Maurice Heine, Gustave Flaubert, André Breton, naturalmente il Georges Bataille di La letteratura e il male). Per tutti gli altri il desiderio di immergersi nella lettura di Sade e di ragionarvi è pari solo al desiderio di censurarlo a cose fatte. Il che appare vero non solo rispetto a un codice morale o religioso con il quale confrontarsi, ma anche rispetto all’ampia rassegna del successo letterario più osé di Eros e Thanatos. Dissoluzione morale e morte sono frequenti nel Settecento di Sade: Restif de la Bretonne (che a garanzia del successo di Sade scrive “L’Anti Justine”), Giacomo Casanova, Choderlos de Laclos, e successivamente Octave Mirbeau, a voler tacere dei versanti gotici e del vampirismo romantico. Lo scarto rispetto a questa letteratura è che la pagina di Sade non suggerisce né allude, e neppure crea un’atmosfera emotiva. Il tema sottostante della letteratura sadiana è quello rilevato da Roland Barthes: ogni gesto osceno è prima un discorso sull’oscenità, ogni trasgressione è, prima di essere rappresentazione, una parola che dirime e preordina la trasgressione. I personaggi sadiani non sono in definitiva reali ma sono incarnazioni di un discorso. E la voce del narratore che li pronuncia chiama ogni volta in causa, con l’eros, il potere. Un potere perentorio e trasversale. In scena non è solo il borghese, ma il nobile, l’ecclesiastico, il magistrato, fin là dove l’esemplarità sembra trascendere la storia. Ciò che alla fine il lettore percepisce (e a maggior ragione lo fa nell’allucinato Le centoventi giornate di Sodoma) non è il desiderio della carne o la sua fragilità, né lo scarto rispetto alla norma erotica accettata, ma la presenza gratuita del potere. «Le tonnerre» che Maurice Heine sentiva nelle pagine di Justine forse identificava propriamente questa qualità.

Marco Conti

 © Marco Conti, Il successo di Sade e Justine, Le muse inquiete.it

Henry e Anaïs, le lettere

Henry Miller, taccuino degli anni parigini

Nel luogo «degli istinti congelati», la Svizzera, Anaïs Nin scrive la prima lettera ad Henry Miller. E’ il 3 febbraio 1932. Anaïs e lo scrittore gangster, come un amico lo aveva definito scherzosamente presentandolo a lei, si conoscono da pochi mesi. Ma il tono della lettera è quello di due amici intimi, tanto più che Anaïs già si fa carico dei problemi di sopravvivenza di Miller. «Ti invio un telegramma che ti farà ridere e 150 franchi.»

Parigi e l’ospitalità di Anaïs

Miller approdato da poco a Parigi è vissuto in piccole stamberghe di Montparnasse e Montmartre prima di trovare, con un amico, Villa Seurat: «Abito a Villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli, e siamo morti. Ieri sera Boris si è accorto di avere i pidocchi. Gli ho dovuto radere le ascelle ma il prurito non ha smesso (…) E’ l’autunno del mio secondo anno a Parigi.»
Quando scrive le prime righe di Tropico del Cancro, Miller va a zonzo tra i suoi umori e i suoi pensieri. Non ha la minima idea del fascino che scaturirà dalle sue pagine. Ma sarà questa libera registrazione sopra le righe della vita vissuta, a fare il timbro del suo capolavoro. L’altro versante, quello quotidiano, è raccontato meglio dalle lettere che scrive e riceve da Anaïs.

«Cara Anaïs, negli ultimi giorni ho vissuto in uno stato morboso. Avrei voluto scriverti ma c’erano pulizie da fare (…) C’è il pericolo, se non si scrive continuamente, di perdere l’abitudine. Lo temo sempre. E se pensi in continuazione, se scrivi nel tuo cervello, se scrivi mentre ti spogli, ti lavi i denti, lavi i piatti, eccetera, non sai più dove sei, come se fossi drogato.» In questo 28 marzo 1932 Miller è già a Clichy, quartiere allora periferico che darà titolo a un altro suo libro. E’ uno dei tanti momenti appassionati e lucidi della loro relazione. Si scrivono anche dopo essersi visti, si scrivono quando sanno che si incontreranno il giorno dopo: «Ieri dopo che te ne sei andata mi è capitata una strana esperienza»… Si scrivono per dire quello che si diranno ancora: come quando Henry gli comunica che ha trovato suo  marito lungo il corridoio di un teatro e si è sentito in colpa davanti alla sua gentilezza, alla sua generosità. Hugh Guiler e consorte lo avevano  già ospitato a Louveciennes, nella casa dei coniugi e insieme gli avevano comprato una bicicletta.

«Sto leggendo Proust »

L’autrice de  La Casa dell’incesto, di Delta di Venere, non è da meno. Quasi ogni giorno trabocca di parole e sensazioni, quasi ogni giorno gli riferisce le sue ore e le impressioni: «Sto leggendo Albertine disparue perché me l’hai chiesto. Avrei voluto conservare più a lungo possibile l’esultanza che tu mi hai dato, e adesso ridiscendo in regioni infernali», scrive il 3 aprile concludendo: «Ti amo».

Devo essere una sirena, non ho paura
delle profondità e ho una grande paura
della vita superficiale.

Storia di una passione

L’edizione nei tascabili Bompiani riprende quella del 1989. La scelta fatta nel carteggio Miller- Nin copre un ventennio, è oggi la più ampia disponibile ma non comprende la totalità della corrispondenza

Come tutte le storie esemplari, anche questa è oggi per noi un piccolo prezioso rutilante e polveroso mito di seduzione. Lo ridice questa ristampa della corrispondenza,  Storia di una passione. Lettere 1932-1953,  che torna in vetrina con Bompiani dopo l’edizione del 1989. Un  trentennio che non è servito però a darci una lettura più ampia o con rinvii biobibliografici più ricchi. Del resto è l’unico carteggio significativo a nostra disposizione per quanto incompleto a fronte della cospicua, inverosimile mole di lettere scambiate trai due autori.  
Gunter  Sthulmann il curatore dell’edizione originale scelse infatti di presentare un resoconto a due voci che coprisse il ventennio più importante della relazione: era il 1987, due anni dopo la morte del marito della Nin, circostanza che permise  al curatore testamentario dell’opera della scrittrice (il suo secondo marito Rupert Pole) di iniziare a dare alle stampe anche i monumentali Diari in sei volumi  senza lacune, e senza umiliare Hugh Guiler. 

I Diari di Anaïs

Anaïs Nin nella sua casa di New York negli anni Quaranta

Anaïs Nin morì infatti nel 1977 ma aveva voluto evitare che il marito, finché in vita, venisse a conoscenza delle sue passioni amorose e in particolare di quella con Miller che, pur comprendendo le remore, la incitava invece a pubblicare quanto poteva. A posteriori e lasciando in disparte le spinosità delle implicazioni, Miller aveva visto giusto: i Diari sono certamente la più importante eredità letteraria dell’autrice, qualcosa di paragonabile per vitalità e riscontro degli ambienti del tempo al Monsieur Nicolas di Retif de la Bretonne.

L’ultima lettera

Anaïs Nin in visita a Henry Miller a Big Sur

L’ultima lettera, nell’ottobre 1953, è ancora della scrittrice. La tensione amorosa ha lasciato il posto ad un reciproco interesse per le rispettive vite e la fortuna letteraria delle loro opere.  Sapendo che Miller è riuscito a fare una capatina in Francia, a Vienne, ospite di un amico,  Anaïs Nin  si stupisce che  l’Europa non entusiasmi più l’amico e, come nelle altre lettere di questo periodo, entrambi finiscono col parlare delle edizioni dei loro libri. Miller è ancora ostracizzato in Inghilterra e negli Stati Uniti; Anaïs Nin  comincia in quegli anni a suscitare l’attenzione degli editori e  ha appena concluso un contratto con Mondadori ma già nel 1945, Winter (La voce) e Under a Glass Bell (Sotto la campana di vetro), trovarono un editore inglese che le fece uscire in un unico volume.

Tuttavia la loro intesa aveva superato trasferimenti e vicende personali. Lui viveva a Big Sur in California, lei a New York.  Nell’aprile del 1945, Anaïs gli scrive: «Henry, mi hai scritto esattamente ciò che avevo in mente io di scriverti. Sono completamente libera da ogni forma di tormento e sono immersa in un’atmosfera così ampia e luminosa che non riesco a ricordare che cosa ci abbia separati, ma solo ciò che ci ha avvicinati.»

Marco Conti

Anaïs Nin, Henry Miller, Storia di una passione. Lettere 1932-1953, Tascabili Bompiani, 2019. Euro 15,00