Emanuel e il libraio matto

Storia di Emanuel, figlio illegittimo di Carlo Emanuele I, e marchese di Andorno. Nel 1637 un libraio tenta di farlo scomunicare, viene imprigionato e poi liberato. Gli atti del processo negli archivi piemontesi.

Don Emanuel di Savoia, marchese d’Andorno negli anni della peste, aveva un feudo che gli stava stretto: lontano dalla corte, dalla musica e dal teatro, lontano da ciò che amava di più, era stato persino costretto a chiedere aiuto perché i biellesi non gli pagavano le tasse. Un giorno prese la penna e con molto compunzione scrisse al sovrano che, al posto dei soldi, gli andornesi gli servivano delle “buone parole”.  Mai e poi mai avrebbe pensato però di essere scomunicato da un libraio matto. Che fu, per l’appunto, quello che accadde.

Il 28 gennaio 1637 fu un giorno che ricordò a lungo. Col suo solito e noioso seguito attraversava la piazza del paese per andare a messa, quando uno dei sacerdoti gli  venne incontro. Aveva l’aria di chi è spaventato e appena l’ebbe raggiunto gli sussurrò qualcosa  all’orecchio.

La “scomunica” del marchese

Il “santino” scritto dal libraio e affisso al portale della chiesa

Quel mattino, nei due pesanti portali della chiesa erano apparsi due santini, uno con l’immagine della Madonna e l’altro con quella di Santa Caterina. Sul bordo di entrambi, una scritta in rosso: “Don Emanuele è scomunicato, e chi gli parla sarà scomunicato”. Tutto lì. Ma scomunicare i nobili di casa Savoia (anche se in quel caso si trattava di un cadetto nato da un amore illegittimo) non era questione da poco. Bisognava trovare il colpevole. E di colpevoli che sapessero scrivere, che fossero strambi e coraggiosi, non ce n’erano tantissimi. Probabilmente il marchese avrebbe preferito strappare i santini, andare a messa, tornare a casa e suonare il suo flauto. Ma  l’agitazione che aveva intorno gli imponeva almeno di essere offeso e costernato. Arrivarono il podestà, il luogotenente, gli archibugieri e persino il suo staffiere personale. Gli indizi erano vaghi, tuttavia qualche giorno prima il marchese aveva redarguito un libraio che, al solito, non salutava né s’inchinava al passaggio del nobiluomo. A indicare la pista è il fedele staffiere che, qualche ora dopo, con i soldati bussa alla porta del  commerciante.  Siccome non risponde nessuno, lo staffiere sfonda una finestra, entra e comincia a frugare.

Ci sono piatti di stagno, pentole di rame, farina e verdure, ma soprattutto ci sono gli strumenti del reato: le immaginette della madonna, di Santa Caterina da Siena, il cinabro con cui si è fatto l’inchiostro rosso, la farina per la colla e  “una penna di gallina d’India, volgarmente detta tacchino”… si legge negli atti.

Sentenza in contumacia e arresto

 Il caso è chiuso. Sulla porta del libraio compaiono in tempi diversi tre ordini di comparizione.  Il libraio Vincenzo Rossi, per caso o per furbizia,  ha però pensato bene di  raggiungere Torino con la scusa di comprare libri, né sembra avere intenzione di tornare. La sentenza è emessa in contumacia: bando perpetuo da Andorno  e confisca dei beni, a cui il Senato torinese aggiunge l’inverosimile, cioè la condanna a remare a vita sulle galere di Sua Altezza. Solo a questo punto, cioè dopo la sentenza del Senato, il libraio decide di tornare in paese. Il tempo per scendere della carrozza e lo accompagnano in prigione. Nessuno ha fretta di ascoltarlo. Passa una settimana. Il 27 maggio, Vincenzo Rossi, non ha nessuna perplessità. “Certo quei santini, quelle scritte sono opera mia, ma io non ho mai creduto alla condanna, per questo non mi sono presentato”.

La sortita non è per niente peregrina e tantomeno stupida. Che questo sia vero o falso, resta il fatto che il libraio non ha testimoniato. Mentre lo mettono ai ceppi per la spavalderia, nomina un difensore, un certo Fabrizio Lovera, nobile d’origine. Nelle udienze successive, non si toglie nessuna colpa ma dice di aver sentito parlare di scomunica proprio dai religiosi. E facendosi più preciso nei dettagli spiega che i sacerdoti avevano ricevuto la bolla di scomunica ma non osavano consegnarla. Dice inoltre che non è stato aiutato da nessuno, che non ha conti in sospeso col marchese e aggiunge: “Io non voglio dire che il marchese abbia molestato ragazze, vedove e maritate” ma sostiene che su questo argomento gli stessi andornesi possono dire più di quanto sappia lui.  In breve, non soltanto il libraio si mostra ingenuo, ma proprio per questo trova il modo di accusare nuovamente il marchese pur avendo sulla testa una sentenza di condanna.

«Cestinate la sentenza! Il libraio è matto»

Una vecchia cartolina del paese di Andorno

Una giornata difficile per i giudici: se confermavano la sentenza non avrebbero fermato le chiacchiere, i “ si dice”, i sospetti sul marchese;  se non la confermavano lasciavano libero un cittadino che aveva leso l’onore del loro Signore e dei Savoia. La soluzione più semplice era  fu un’altra: trovare conferma che il libraio era matto. E almeno su questo fronte il lavoro non fu  impervio. Ascoltarono dei testimoni ma  solo per sapere se il libraio Vincenzo Rossi era pazzo. Come non dar ragione a quel sospetto? Si parlava di uno che aveva già mandato a gambe all’aria le panche della chiesa, uno che  se la prendeva coi padri cappuccini e diceva che quando arrivavano ad Andorno “il tempo si guastava”, mentre quando arriva lui, “si rasserenava”.  Per l’appunto una strada in discesa.

Cestinata la prima sentenza, il libraio matto se la cavò con qualche giorno di prigione. Il 27 giugno 1637 Vincenzo Rossi uscì dalle porte strette della sua cella e in certo modo da vincitore… Perché… a leggere bene le deposizioni e ad aggiungere quello che sul marchese d’Andorno trapelava da alcune  delle sue strette amicizie, maschili più che femminili, il risultato,  probabilmente, è che non erano le insidie alle donne ad essere argomento di pettegolezzo e tantomeno quelle “alle maritate”. C’erano  dicerie che forse coinvolgevano lo stesso staffiere, c’erano quei suoi modi raffinati e la debolezza sociale di non essere che un cadetto nato da un amore clandestino,  benché  ( o proprio per questo) don Emanuel fosse tra i più assidui ai doveri della sua carica.

La sfortuna del marchese

La vita di don Emanuel di Savoia è il tema del romanzo di Gina Lagorio, “Il bastardo” (1996).

Alla fine della vicenda, tenendo conto del rango, fu il marchese  il più sfortunato. La correttezza nei confronti dei “suoi” sudditi  passò quasi inosservata.

Negli ultimi mesi di vita prese le difese di due delle Figlie di Maria alloggiate a Oropa e  licenziate, facendo  restituire loro le capre requisite di cui vivevano entrambe e dandogli alloggio. Poco prima aveva predisposto le difese per evitare il contagio della peste in un tempo in cui nessuna tutela  era dovuta alla popolazione.

 Il marchese morì nel 1652 nell’assoluta indifferenza della Casa Reale a cui era stato costantemente fedele. Fu la comunità di Andorno a pagare le spese del suo funerale. Fu – come dice un documento – “caciato  in monumento” di un familiare del curato di Andorno. Poco dopo gli incaricati di Madama Reale vennero a requisire i suoi beni, mobili compresi e nessun religioso venne pagato per il funerale.

Marco Conti