Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova

Augusto Blotto, scomparso il 29 maggio a Torino, è stato forse l’autore più prolifico del Novecento italiano e uno dei meno noti fino al nostro nuovo secolo quando la critica ha iniziato a valutare più approfonditamente i suoi testi, 27 opere a stampa, a cui si aggiungono altrettanti inediti, tutti corposi volumi di poesia. Nel clima della sperimentazione degli anni Sessanta, Blotto venne recensito da Sergio Solmi che definì il suo approccio poetico, “scrittura divergente”. Nel 2010 una Giornata di studio dedicata a Blotto è confluita in un volume curato dalle università di Torino e del Piemonte orientale, “Il clamoroso non incominciar neppure”, dove sono riuniti i saggi di Giovanni Tesio, Stefano Agosti, Giorgio Bàrberi Squarotti accanto ad altri testi di critici e autori meno noti. Una nuova silloge di opere critiche è in preparazione a cura di Daniele Poletti. In ricordo e in omaggio dell’amico Augusto, ripubblico qui una nota su uno dei suoi ultimi libri. I lettori di poesia potranno raggiungere su queste stesse pagine un’intervista pubblicata dalla rivista semestrale “La Clessidra” nel 2009, con il titolo “In marcia con la poesia di Augusto Blotto”

L’ultima opera del poeta torinese Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per “l’enfin!”, è sconfinata più di quanto lo siano state le precedenti: conta attualmente 2700 cartelle ognuna delle quali riporta mediamente 28 versi componendo così un flusso di 75.600 versi.

Di questo corpus, le edizioni [dia-foria, di Viareggio hanno oggi dato alle stampe una piccola ma significativa porzione, così come lo può essere la cima di un mastodontico iceberg le cui algide luminescenze si intravedono da miglia marine di distanza e come di fatto recita opportunamente il sottotitolo: Estrazioni dai giacimenti dell’opera.  Il volume curato da Daniele Poletti è accompagnato da un apparato critico con saggi di Giacomo Cerrai, Chiara Serani, Stefano Agosti (ripreso da una precedente pubblicazione) e Philippe Di Meo. Sarà questo, prevedibilmente, un ulteriore punto di riferimento per la critica dopo la pubblicazione degli Atti della giornata di studio svoltasi nel 2009 con l’apporto di Giovanni Tesio, Giorgio Bàrberi-Squarotti, dello stesso Agosti, di chi scrive ora questa nota, accanto a Di Meo e ad altri autori e critici.

Solmi e Agosti

Parlare di Augusto Blotto nei termini consueti di una recensione, magari con il corollario e la retorica dell’autore alla macchia, sarebbe però fuorviante perché il libro voluto da Poletti è l’ultimo passo di un percorso che procede dagli anni Cinquanta,  che affaccia più di una ventina di libri editati e altrettanti inediti, e sulla cui eccezionalità formale si era già pronunciato Sergio Solmi parlando su Paragone, negli anni Settanta, di «scrittura divergente».  Solmi rilevava che  la poesia di Blotto si inscriveva nella fenomenologia  del vuoto tipica dello zen. Una lettura piuttosto semplicistica ma che a lungo è risultata

quella più frequentata. Si è così arrivati al 2004, quando un saggio di Stefano Agosti ha fornito un’interpretazione analitica e puntuale mettendo in luce il concetto di «lingua dell’evento». In Forme del testo (Cisalpino, 2004), Agosti scrive che le osservazioni di Solmi giungono a una conclusione fuori strada limitandosi a rilevare che le unità semantiche degli enunciati non intrattengono tra loro un rapporto logico.

«La scrittura divergente – scriveva Agosti – esibisce ciò che il linguista Tesnière (…) riconosceva come una delle proprietà fondamentali del linguaggio: vale a dire l’indipendenza dell’ordine semantico dall’ordine sintattico.» Per contro Agosti metteva in chiaro che il verso di Blotto faceva «corpo con l’evento» attraverso una lingua «né rimemorativa, né commemorativa, né mimetica, né narrativa, ove le parti del discorso si scambiano i ruoli, per cui l’aggettivo si scambia col nome, il nome col verbo (…) in un continuum eracliteo».

Un perenne presente

Quella di Agosti è una chiave di lettura non eludibile e gravida di sviluppi. Proprio questo continuum eracliteo sembra evidente nel momento in cui si scopre, in ogni parte dell’opera, che la prospettiva temporale scompare, cancellata da un presente incessante, proteiforme, ramificato: un ventaglio di eventi (emotivi, riflessivi, percettivi soprattutto) che sembrano procedere come un vagabondaggio all’aria aperta. Vagabondaggio che richiama la stessa abitudine dell’autore di svolgere lunghe marce esplorative come indicano le date e i luoghi che contrassegnano i suoi testi quasi fosse un diario di bordo…Viaggi dove la percezione della materia procede con le immagini dell’ambiente e i pensieri in un movimento incessante dal quale sembra scaturire, almeno a un primo approccio, la scelta formale di questa scrittura.  

Di questi itinerari Augusto Blotto mi parlò fin dal nostro secondo incontro quando gli proposi una intervista e lui enumerò i suoi percorsi all’aria aperta, in Piemonte, in Francia e altrove. «Procedo come un verme» disse per sottolineare  come il mondo gli perveniva attraverso i sensi. Dunque senza filtro razionale, senza sintassi ma con una eccedenza, se così si può dire, di nuclei semantici e di “scambi” tra le parti del discorso.

Augusto Blotto

Il presente e lo sconfinato

Nel mio saggio Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto (1) ho parlato di «una sensorialità acuminata di cui la lingua fa sfoggio» in tutta l’opera edita e inedita,  una fisicità che si avvale di ogni possibile sintesi e figura nella messa a fuoco degli oggetti indipendentemente dal tono e dalla materia assunta dai testi.

In Traquillità e presto atroce (anni ’60-’61), titolo edito da Rebellato nel ’63, si legge:

Perché la punta del giorno è una lingua

di caffè nero, torridissimo, che fra balli

di galantina luce (baltei, freddo-centauro

sui maltosi da garages (…)

Qui la metafora calata nella quotidianità non è per questo meno visionaria e straniante. Il dato prosaico  precede e collide con il lemma prezioso: ecco qui comparire per esempio galantina, cioè un piatto freddo coperto di gelatina che offre un’opaca lucidità; il torrido caffè e la luce pronunciata con un lemma desueto contribuiscono alla suggestione del verso restando nel campo semantico dell’enunciato (cibo e bevande)  per poi ribaltarlo con una espressione parentetica in un mondo altro, distante: una luce scura, baltea, fredda… che subito per associazione richiama un altro ambiente, discosto da quello detto, cioè i maltosi dei garages che ospitano lucide motociclette/centauri.

Il movimento

Nella lirica di Blotto il movimento è strettamente connesso alla percezione sensoriale. L’autore passa da un oggetto materiale a un altro mentre trascorre da un luogo fisico ad un altro, sia all’interno di un singolo testo che nel complesso dell’opera.  E’ un movimento da cui scaturiscono sia la componente lirica, sia l’abbozzo, l’accenno  (e sempre solamente l’accenno) di una narrazione. Scrive in La vivente uniformità dell’animale (Manni, 2003):

«Comoda è la vista saliente in gradoni

di cuscini zeppi di grilli e erboni

glauco inchiostro arcigna rosa di nubi

alla sera sfiatata e pur cristallina:

sorprese piacevoli.»

Il linguaggio divergente (così come inteso da Solmi)  è qui assente ma il dettato mostra la folla di oggetti e il continuo trasferimento cognitivo tra di loro. Ugualmente il processo creativo è analogo a quello di versi più oscuri, di cui potrebbero essere migliaia le citazioni rimarcabili. Ma per mostrare questo modo di procedere, è sufficiente coglierne alcune, o una sola. In questo ultimo, visionario, Ragioni a piene mani per “l’enfin!”, ecco l’ incipit di pagina 113 datato St. Ouen sur Morin Sablonnières, aprile 2011:

«Unghia di corno giallino, ammirevoli

vegetazioni sottostando, ha corrugato

la crema del cielo, il suo lindo silenzio

a quadri di vagoni e margini (e per crema

s’intenda quel raggrupparsi a frangia

spinaciosa appresso a un piede che entra

in bagnarsi con dita ad arco, cenere e brusco

il tratteggio della pelle): aspettarsi (…)»

Scribens

Il viaggio della persona fisica corrisponde al movimento, alla dinamica del verso dell’autore o, per essere più chiari e usando i termini di Roland Barthes inerenti ai ruoli messi in campo durante la scrittura  (persona, scriptor, author, scribens), con Blotto  la persona privata sembra non solo anticipare ma corrispondere a scribens, cioè all’io che sta scrivendo, che vive nella scrittura quotidiana sulla paginna. Ciò che Stefano Agosti ha chiamato “lingua dell’evento”  identifica questo processo creativo. Il mondo si esprime dunque in Blotto attraverso il movimento e questo non può vivere, non può essere (cioè esser-ci) che in un perenne qui e ora. Sotto il profilo formale questo modo di generare la scrittura sceglie quindi non tanto l’invenzione lessicale quanto l’elisione, la ricombinazione dei nessi e infine lo sradicamento della parola dal suo codice abituale di contesto: storico-letterario, tecnico, regionale, discorsivo, disciplinare.

Ancora sull’evento

Ciò che accade nella lingua dell’evento è lo spostamento continuo del campo semantico ma in presenza, sempre, di una fisicità debordante e in assenza di prospettiva. Una mancanza che corrisponde alla mancanza di prospettiva temporale: poche le circostanze del passato emergenti dal discorso lirico (le più cospicue forse nel secondo libro editato “Il 1950,  il civile”  e ancora in Due mansuetudini congiunte al rozzo) e mai legate ad una progettualità d’insieme. La fisicità, la ridondanza, il dispiegamento dei sensi, qualificano anche qui la poesia di Blotto, dove l’energia del verso si consegna al lettore attraverso l’accumulazione.  Il dettato arriva così agli esiti opposti a quelli profilati da Solmi, cioè l’azzeramento dei significati. Viceversa con Blotto la lingua poetica non consente mai di eludere la referenzialità ma semmai la ricombinazione logica del conosciuto. Blotto rende vero ciò che ha detto il Novecento europeo: il linguaggio poetico è  reinvenzione del mondo.

Marco Conti

Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!”, a cura di Daniele Poletti, Pp. 252,  [dia-foria, 2021, euro 20,00

(1)Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto in «Il clamoroso non incominciar neppure», Atti della Giornata di studio in onore di Augusto Blotto, Torino, Archivio di Stato, 27 novembre 2009, a cura di Mariarosa Masoero e Gabriella Olivero, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2010.

Poletti, il piacere della scrittura complessa

Roland Barthes ha distinto il piacere del testo dal suo godimento. Nel primo caso Barthes parla di «lettura che appaga» e che risulta «confortevole», nel secondo, di lettura che «mette in stato di perdita», «che fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche, del lettore». Questa distinzione torna in mente leggendo l’insolito ventaglio riunito da Daniele Poletti con il programmatico titolo di Continuo. Repertorio di scritture complesse. Repertorio, dice il sottotitolo, non antologia e tantomeno antologia di poesia «complessa», anche se la matrice del fare poetico prevale in fin fine sulle altre. Il concetto di base, cioè quello di «scrittura complessa» si deve allo stesso curatore che chiarisce i termini del percorso: «L’idea di scrittura complessa viene da me inaugurata – in modo quasi indolente – nel 2014. Non si tratta di una categoria critica, di una corrente costituita o individuabile o di un manifesto (seppure la situazione delle lettere, almeno in Italia, lo richiederebbe), piuttosto di un osservatorio su quelle scritture che risultano incompatibili con precisi inquadramenti di comodo.»

Opportunamente nell’introduzione il critico cita Munari, per il quale complicare è facile e semplificare difficile, ma con l’aggiunta chiarificatrice che complessità e complicazione non appartengono allo stesso insieme: «complessità è pensiero frastagliato che si ramifica in atti diversificati.» Di pari passo ha ruolo la nozione per cui nella scrittura complessa non vale soprattutto l’operazione (linguistica, artistica) di togliere ma quella di attraversare «nella sua unità, in modo attivo e partecipativo.» Insomma non Petrarca è l’ideale, ma lo sono Dante, Rabelais, Folengo, Leporeo, Garzoni.

Senza manifesto

Il repertorio così raccontato parrebbe se non un manifesto almeno una dichiarazione di gusto e di orientamento, un segno per i manovratori nel bailamme dell’estetica dei consumi e dello spettacolo. Le scelte fatte da Poletti non consentono però questo percorso: lo stesso curatore spiega che non c’è «un obiettivo o una categoria di riferimento per la scrittura complessa.» L’avanguardia e lo sperimentalismo (quello anni ’60 e ’70) non hanno ruolo, benché proprio la complessità risulti indigesta alla nozione di lettura o di letteratura di consumo con le valenze politiche che questo concetto implica. Un dato costante per tutte le esperienze chiamate in causa è individuabile nel fatto che tra opera d’arte e comunicazione non vuole esserci qui alcun rapporto di necessità. Per Poletti i «bei libri sono scritti come in un lingua straniera» e l’opera d’arte è comunque un atto di «resistenza» e strumento contro l’omogeneizzazione del sistema capitalistico.

Gli autori convocati, il caso di Augusto Blotto

Morena Coppola, da Quadrati d’Atòr introdotta da Marco Giovenale in “Continuo”

Gli autori convocati propongono scritture con radici diverse: ci sono poeti, ci sono artisti multimediali, autori sperimentali come Franck Leibovici ed eclettici come Lucio Saffaro (1929-1998), pittore prima che scrittore, poeta e matematico. L’arco temporale dei testi è contrassegnato dalla contemporaneità. La presenza di Augusto Blotto con versi degli anni Sessanta è un’eccezione del tutto formale, come precisa Chiara Serani: «Inserire dei testi degli anni Sessanta in un repertorio di poesia contemporanea potrebbe sembrare una mera provocazione o un divertissment, ed è invece una scelta che centra alla perfezione e omaggia appieno la straordinaria attualità – trans-storica – dell’opera di Augusto Blotto». E’ il caso forse più interessante e incisivo, non solo rispetto al concetto di scrittura complessa. Blotto venne già salutato da Sergio Solmi come un autore impervio e originalissimo, mentre nel 2003, Stefano Agosti, introducendo La vivente uniformità dell’animale (Manni), indicò nel concetto di scrittura divergente, cioè di indipendenza del piano semantico da quello sintattico, il carattere dominante della poesia di Blotto…Opera costituita da una ventina di volumi pubblicati e oltre il doppio di inediti (o quantomeno non stampati) ai quali altro potrà forse seguire. Gli altri autori sono Daniele Bellomi (introdotto da Francesco Muzzioli), Alessandro De Francesco (con una nota di Brunella Antonmarini), Marilina Ciaco (Bianca Battilocchi), Marco Mazzi (introdotta da Erica Romano), Luigi Severi (Gian Luca Picconi), Niccolò Furri (Fabio Teti), Morena Coppola (Marco Giovenale), Gabriele Stera (con nota di Andrea Inglese), Alessandra Greco (Lorenzo Mari), i già citati Leibovici (Gabriele Stera) e Lucio Saffaro (introduzione di Gisella Vismara).

Visualità, grafismi, complessità

Alessandro De Francesco, da Orbite instabili, in “Continuo”

Tra i percorsi poetici più ricchi ci sono le pagine di Luigi Severi, Ecloghe, dove la tradizione è un prestito fondante ma utilizzato per «destituire l’ecloga della sua natura elegiaca per consegnarla» a «una nuova sostanza tragica» (Gian Luca Picconi):

«a. Vicino all’inizio, deve essera stato un giorno d’estate, stavamo insieme in un giardino nero, e da lontano ne vedevi le mura. Glicini, cavi d’acciaio, altri appigli. E’ una specie particolarmente robusta, chioma e fuso anche ad altezza elevata.»

«b. Si può morire, cantavi, ma al centro dela luce. Sorridevi al pensiero. Facevi anche foto, è un ambiente ideale. Sopra passavano i caccia, ma per andare altrove (…)».

Marilina Ciaco in Ouroboros include versi e scrittura prosastica che Bianca Battilocchi definisce «plurileggibili»: il che, al di là dei rimandi all’avanguardia, sembra riferirirsi a un linguaggio polisemico atipico e ai temi di Emilio Villa tra i quali, per l’appunto, la figura mitica dell’uroboro. Ecco alcuni versi:

ho incontrato troppo tardi le persone per poterle amare 
ho incontrato troppo tardi le persone per poterle non amare 

arriva un giorno, è tardi 
le persone sono arrivate e così se ne vanno 
uno dice non me l'aspettavo 
l'altro dice c'era da aspettarsi

tempo impiegato per: quello che non sono
altro tempo per: la vita da immaginare 
la storia di una vita è una storia delle grammatiche 
quelle che impari e quelle di cui non sai liberarti  

Del tutto esemplari rispetto all’opera i testi scelti di Augusto Blotto dove i registri lirico e prosastico si incontrano con lemmi inusuali, mentre il flusso discorsivo evita ogni coordinazione tra figure referenziali e immaginario come in questo incipit di Tranquillità e presto atroce (Rebellato) risalente agli anni 1960-1961:

Dall'inverno orletto di selve, crogiolo 
del budino rosso ha lumeggiato, e scabro, lo stanchino, 
vi era tanto fiume, la feluca e lo zoccolo 
del beige, e impiglio di foglie in quella bisaccia. 

Rispetto a queste esperienze, la letterarietà prende la strada di una poesia visiva straniante in Alessandro De Francesco, Morena Coppola (Giovenale cita come nuclei storici di derivazione di questa poetica Artaud e Sanguineti) e Gabriele Stera: quest’ultimo in una accezione del tutto provocatoria e ludica. Altrove il tema concettuale di testo e paratesto sembrano prevalere sulla scrittura fino a renderla oggetto traslato nel suo insieme. E’ il caso di Marco Mazzi con vernici industriali dove l’appunto introduttivo con il quale Erica Romano rileva che l’autore assume per tema «le vernici in quanto tali», è del tutto condivisibile ma lascia aperta la questione se l’opera sia pertinente al tema della scrittura complessa. La godibilità non sembra poter concretizzarsi sulla lingua, piuttosto in un’azione. Ugualmente in Niccolò Furri l’opera in forma di repubblica si incarica di produrre senso attraverso la caricatura e la polisemia di modelli mediali comuni; per Fabio Teti «Furri parassita contesti mediali e semiotici preesistenti, adibendoli a usi impropri». Da qui i grafismi di messaggi, i simboli del web. Certo si può ben parlare di sovvertimento ma attraverso un ordine concettuale diverso da quello letterario, criticamente rilevante nei confronti di ciò che Marcuse, citato da Poletti, chiamava «il linguaggio dell’amministrazione totale». Tuttavia è dai tempi di Joseph Beuys, e dunque dagli anni Sessanta, che il linguaggio artistico più avanzato segue questo “sovvertimento” senza che l’habitat del capitale ne avverta l’impatto. Resta cruciale viceversa il tema enunciato e il notevole ventaglio di esperienze confluito in questo libro.

Marco Conti

AA.VV. Continuo. Repertorio di scritture complesse (a cura di Daniele Poletti), dreamBook edizioni, 2023; euro 22.00

Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova

L’ultima opera del poeta torinese Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per “l’enfin!”, è sconfinata più di quanto lo siano state le precedenti: conta attualmente 2700 cartelle ognuna delle quali riporta mediamente 28 versi componendo così un flusso di 75.600 versi. Di questo corpus, le edizioni [dia-foria, di Viareggio hanno oggi …

Back to Top
error: Content is protected !!