Il tarantismo mediterraneo

Nel 1717 il filosofo George Berkley visita l’Italia e in Puglia è colpito dalle danze dei tarantati. Nel suo Diario di viaggio scrive che chi veniva morso dal ragno, ovvero la tarantola, diventava vittima «di una pazzia febbrile» e che, dopo aver concluso il suo ballo, si gettava in mare e finiva per annegare se qualcuno non lo avesse salvato. La fama delle tarantole pugliesi veniva da lontano. Nel 1470 un umanista, Elisio Carenzio, scrive infatti in una lettera che in questo territorio ci sono tarantole decisamente velenose, di tipo diverso, e che vogliono diverse modalità terapeutiche. Il quadro che dipinge è drammatico:

«alcuni chiedono di essere sepolti vivi, altri di essere trascinati per i piedi per la città, altri allo stesso modo per il mare, perché altrimenti morirebbero. C’è chi gradisce barche o battelli con canti e musica, c’è chi cerca sesso, chi lo rifiuta, chi mangia di continuo, chi fa qualcos’altro di ignobile.»

Sul mito della tarantola e sui riti curativi del suo morso, un libro di Vincenzo Santoro, a sessant’anni dalla straordinaria monografia di Ernesto De Martino, (La terra del rimorso), consente oggi uno sguardo complessivo e retrospettivo. Il tarantismo mediterraneo ha come obiettivo dichiarato quello di fornire un’immagine «plurale» del fenomeno partendo esattamente dalla ricerca di De Martino svolta nell’ambito del Salento. Nel giugno 1959 l’etnologo e la sua équipe indagarono le esperienze di 35 tarantati che andavano alla cappella di San Paolo, a Galatina, per ringraziare il santo della guarigione o per chiederla, e fra i quali scelse a caso 19 persone da visitare successivamente nei loro paesi di origine. Per gli etnologi come per qualsiasi storico delle religioni era chiaro fin dall’inizio che la funzione del santo costituiva un elemento sincretico. Al centro e all’inizio del rito sta infatti la credenza popolare secondo la quale il morso della tarantola può causare un forte e permanente disagio alleviato solo dal rito coreutico e musicale, periodicamente ripetuto.

L’osservazione diretta

Nel saggio Vincenzo Santoro privilegia le rappresentazioni del rito, gli aspetti inerenti la terapia e le credenze correlate, territorio per territorio, rispetto alla ricca storia interpretativa del fenomeno. Emerge così una sorta di rilevante cartografia storica che dalla Puglia si sposta alla Campania, alla Calabria, alla Sardegna e quindi alla Spagna e cita infine le sporadiche testimonianze inerenti la Dalmazia e Cipro per passare a una interessante comparazione con i riti di espulsione degli spiriti possessori nelle culture africane e, ancora, con altre esperienze religiose che comprendono tanto l’oriente islamico, quanto la trance para-statica delle Rusalii in Romania.

Uscendo dall’ambito del Salento, Santoro incontra un fenomeno straordinariamente sfaccettato che ora riguarda il ruolo mitico del ragno morsicatore, ora gli effetti individuali, l’intervento rituale e le pratiche utilizzate nei diversi ambienti. Il filo conduttore è da un canto il mito dell’aracnide e, dall’altro, l’uso della musica e dal canto, mutevole a seconda degli ambienti. Per esempio, un capitolo a se stante e non ricorrente, riguarda la funzione dell’acqua già attestata nel Quattrocento di Carenzio in Puglia e poi ribadita nell’Ottocento da una viaggiatrice, Janet Ross, che racconta come i musicisti vadano a sedere vicino a un pozzo da cui è attratta la tarantata. Lo stesso sesso dei tarantolati caratterizza aree diverse. Se nel Salento il ragno colpisce soprattutto le donne, in Sardegna le vittime risultano uomini. Eterogenei potevano essere inoltre i motivi musicali o i colori che attraevano le persone colpite. Le forme rituali appaiono dunque sfaccettate di luogo in luogo ma questa ricchezza rituale andrà via via assottigliandosi nel corso del Novecento. Santoro rileva che, in qualche caso, il tarantolato indicava gli strumenti adatti al ballo ed è documentata almeno una circostanza in cui un malato disegnò da sé lo strumento di cui aveva bisogno per trovare la propria tranquillità. Ordinariamente l’orchestra poteva variare ma la formazione prevedeva spesso l’uso di una chitarra, di un violino, di una “chitarra battente” (cinque corde di metallo per produrre un suono forte e aspro), un tamburello e un cupa-cupa, cioè una pignatta di terracotta sulla cui imboccatura era distesa una pelle d’animale.

La Campania e le età della tarantola

In Campania, ugualmente, il tarantismo ha una storia stratificata. Nel Rinascimento si parla della malattia persino in rapporto alla demonologia, per quanto la Chiesa non se ne occupi con censure rilevanti neppure dopo il Concilio di Trento. Non mancheranno mai del resto dotti che negarono le conseguenze funeste del morso, tanto più che le credenze volevano che gli effetti si facessero sentire sulla vittima fin tanto che il ragno era in vita. Francesco Serao, medico dell’Accademia delle Scienze di Napoli è uno di questi positivisti e considera che il rito sia un erede dei culti orgiastici. L’impressione degli osservatori è che le vittime siano colpite da una forma di depressione e di disagio psichico, capace in certi casi di seguire il malato per un’intera vita. Lo psichiatra dell’équipe di De Martino, Giovanni Jervis, interpella anche anche gli ospedali del Salento e conclude che, nella regione, i casi di latrodectismo (la patologia provocata dai veleni neurotossici del ragno) sono rarissimi. Jervis ritiene in definitiva che la sindrome tossica sia stata usata come modello culturale per coprire svariati casi di nevrosi.

Ma per tornare alla Campania, il saggio di Vincenzo Santoro illustra il fenomeno anche attraverso gli esiti della ricerca condotta da Annabella Rossi nel Cilento, dove le credenze propongono un suddivisione tra i morsi e gli effetti, inerenti a condizioni diverse dell’animale: tarantole bambine (criaturo), che vogliono essere cullate, tarantole “signorine” (cioè non sposate) che vogliono ballare e cantare, tarantole gravide che provocano i dolori del parto e “vecchie” che, come le piccole, desiderano essere cullate. In questa regione il fenomeno colpisce in misura pressoché uguale donne e uomini e, in diversi casi, le crisi sembrano poter coincidere con episodi reali di morsicature…Per quanto risulti poi differente il percorso medico. Qui il rito coreutico-musicale si svolgeva sempre in un ambito privato e non comparivano né riferimenti ai santi, né ri-morsi periodici.

La Tarantata calabrese

E’ soprattutto la classe più povera ad aderire al culto e al suo immaginario. Non solo i medici come Serao e gli ecclesiastici, intravedono nel rito antiche sopravvivenze. Piuttosto interessante è il caso di una prolifica scrittrice inglese, Catherine Grace Frances, che nel 1837 pubblica La Tarantata, un racconto ambientato in un paese immaginario della Calabria ma che l’anno successivo scrive per una rivista un articolo dove dice: «Delle numerose superstizioni diffuse in Calabria, poche sono più straordinarie della credenza popolare per la tarantola, un grosso ragno comune nei dintorni di Brindisi, di cui si suppone che il morso infetti le sue vittime con una passione indomabile per la danza.» E più oltre, mostrando però di aver capito poco del contesto, precisa: «Le cerimonie (…) costituiscono un’occasione ricreativa per l’intero villaggio in cui la persona risiede.»

Santoro passa in rassegna il fenomeno con attenzione trasversale: non solo le specificità territoriali e rituali ma coinvolgendo anche la documentazione letteraria: così accanto ai testi di Marino e di Lubrano, ai viaggiatori letterati inglesi, compare la testimonianza di Tommaso Campanella, di Vincenzo Bruno, Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti, Baldassarre Castiglioni, Giovanni Pontano per restare unicamente in ambito italiano e sottolineare in un capitolo come le fonti letterarie antiche presiedano alla formazione di uno stereotipo etnico inerente soprattutto al mondo pugliese. Uno scorcio dedicato agli studi sulle musiche terapeutiche e uno inerente la rivisitazione del saggio di Ernesto De Martino chiudono un percorso che consente non solo di cogliere le peculiarità della ricerca più recente ma di tracciare la fisionomia storica del tarantismo.

Marco Conti

Vincenzo Santoro, Il tarantismo mediterraneo. Una cartografia culturale, pp. 251, ItinerArti Edizioni, 2021. Euro 16,00

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