Patrick Modiano e le botteghe oscure

Scrivete ciò che non ricordate, scrivete di ciò che non vi è vicino, scrivete di ciò che non conoscete. Inviti come questo ribaltano quelli di Hemingway e quelli di Singer. Lo fanno addirittura con strepito e chiasso come di casseruole, vasi, vetri scaraventati. Eppure invertendo la poetica positiva di quanto sappiamo, la narrativa autoriale ha esiti clamorosi, proprio come quei vetri rotti.
Sarà allora il caso di citare Proust? Lo è. Tutti sanno che i ponderosi volumi della Recherche nascono da un vuoto, da un viaggio nel passato, tra lentezze labirintiche e domande che alla fine almeno una risposta la trovano: Marcel scopre di essere lo scrittore che voleva, che cercava. E’ quanto basta e non è poco.
L’invito tuttavia è stato aggirato. Marcel ha scritto di ciò che conosceva, di ciò che ricordava, di quello che era perso. La contiguità è stata restituita in una forma nitida, tra sovrapposizioni, incertezze, soggetti raccolti, svolti, abbandonati.

I Guermantes

Come l’episodio escluso dall’edizione. Quel Guermantes, bibliofilo che sogna nel suo studio, lontano dalla moglie, dagli amici di famiglia, dalle visite mondane. Un signore stizzoso che adora parlare con il giovane Marcel. Così che quando il giovane arriva accolto dalla moglie, è inviato al piano di sopra appena lei si accorge che l’ospite si annoia. Una finzione strumentale a chi vuole allontanarsi a dispetto della sua effettiva lontananza.

«Spesso, quando andavo a trovare Madame de Guermantes, se lei credeva di accorgersi che i suoi ospiti mi annoiavano, mi diceva: “Volete salire a trovare Henri? Dice di non esserci, ma voi sarà felice di vedervi!” (rendendo così inutili, d’un solo colpo, le mille precauzioni che prendeva Monsieur de Guermantes affinché non si sapesse che era in casa e non lo si potesse considerare scortese per non si faceva vedere) “Non dovete far altro che farvi condurre alla biblioteca del secondo piano, lo troverete lì che legge Balzac”.

I brani inerenti queste visite si trovano nei Cahièrs di Proust ma sono stati tolti dall’edizione definitiva. Segno che per l’autore esisteva persino un’eccedenza della contiguità, della memoria. Benché sia vero che il ricordo gli consegna una qualità su cui dubitava, cioè la sua creatività letteraria.

La prima pagina delle bozze della ‘Recherche’ corretta da Marcel Proust

Via delle botteghe oscure

Tutto questo mi riporta al tema della poetica in generale e a Patrick Modiano in particolare, ai suoi romanzi scritti come se l’autore seguisse il filo di un sogno o di una storia raccontata da un altro. Proprio l’uso della prima persona, la sua intimità è il primo coinvolgimento avvertito dal lettore. Ecco l’incipit di Via delle botteghe oscure, settimo romanzo di Modiano nel 1978 e premio Goncourt:
 «Non sono nulla. Nulla, solo una sagoma chiara in quella sera, sulla terrazza del caffè. Aspettavo che finisse di piovere: un acquazzone che era iniziato nel momento in cui Hutte mi lasciava. Qualche ora prima ci eravamo ritrovati per l’ultima volta negli uffici dell’agenzia. Hutte stava, come sempre, dietro la scrivania massiccia, ma indossava il suo cappotto, in modo da sembrare davvero in partenza. Ero seduto di fronte a lui, sulla poltrona in cuoio riservata ai clienti».
La narrazione si riferisce a una agenzia di investigazioni che il responsabile, Hutte, decide di abbandonare lasciando gli uffici al collaboratore Guy Roland perché continui non il lavoro ma la ricerca della sua identità. Il nome Guy Roland è stato infatti una invenzione di Hutte, poiché circa dieci anni prima Guy aveva subito gli effetti di una amnesia che gli negava persino il ricordo del proprio nome.
Ora Guy resuscita altre briciole di vita, indizi, fotografie che lo portano in giro in una città che ha topografie mentali complesse quando non incerte. Scopre per esempio di essere stato amico di un certo Freddie Howard de Luz grazie a una foto che lo ritrae accanto ad un’altra importante amicizia.
In questa indagine traslata, dall’esterno all’interno, le domande avranno risposte parziali ma decisive; entreranno in scena nuovi personaggi  ed infine si scoprirà un alter ego, che potrebbe essere stato lo stesso investigatore, Guy Roland.  Come in altri romanzi il finale non vuole essere risolutivo: l’incertezza è dunque la verità.
Il romanzo di Modiano procede spiazzando il lettore, costringendolo a immergersi in un labirinto mentale, temporale, topografico per risolvere dubbi destinati a rinviare ad altri aspetti di una perenne penombra.

Un’edizione economica francese del romanzo

Cercasi Dora Bruder

Il brandello di un giornale è invece decisivo per dare l’energia al suo romanzo forse più noto, Dora Bruder (1997):
«Otto anni fa, su un vecchio numero di ‘Paris Soir’ del 31 dicembre 1941 mi sono soffermato sulla rubrica di terza pagina: Da Ieri a oggi. Nelle ultime righe ho letto:
“Parigi
Si cerca una ragazza di 15 anni, Dora Bruder, m. 1, 55, volto ovale, occhi castano-grigio, cappotto sportivo grigio, pullover bordeaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive blu marrone. Inviare eventuali informazioni ai coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi”
Il quartiere di boulevard Ornano, lo conosco da molto tempo. Quand’ero bambino, accompagnavo mia madre al mercato delle pulci di Saint-Ouen. Scendevano dall’autobus alla Porta di Clignancourt e a volte di fronte al municipio del 18° Arrondissement. Era sempre sabato o domenica pomeriggio. In inverno (…)».
 Il confronto storico su cui l’autore si diffonde avviene tra il 1942 e il 1965, quando trova casualmente l’avviso sul giornale. Modiano, che identifica qui l’io narrante, scrive da un momento ulteriore… “Oggi” decide infatti di una attualità relativa agli anni Novanta.
Oggi il protagonista  ha saputo chi erano i genitori della ragazza, dove abitavano, quale era la scuola che essa frequentava.  Ecco allora lo scrittore al municipio che chiede l’atto di nascita, incontra difficoltà burocratiche, risale fino al 1926, al padre di Dora, un manovale, all’arrivo della famiglia Bruder dall’Austria ed eccolo che ricostruisce l’itinerario parigino fino a quando la famiglia viene deportata col padre ad Auschwitz. Ma le ragioni della fuga della ragazza e il posto dove si era nascosta adolescente, restano dati sconosciuti. E ad Auschwitz la ragazza torna a scomparire dietro a un numero di matricola.
Tuttavia è attraverso quell’unica domanda, attraverso l’ostinazione dello scrittore, che Dora Bruder può ancora oggi vivere nella memoria.
Modiano sposta quindi su un’altra persona le sue ossessioni: trasloca i temi dell’identità e della fugacità della vita e trova, forse, una volta di più, che quell’essere “nulla” che leggiamo nella prima pagina di Via delle botteghe oscure è dato inerente il destino umano.

Detective della memoria

Nel 2007 è la volta di Nel caffè della gioventù perduta.
«Dei due ingressi del caffè lei sceglieva sempre il più stretto, quello che tutti chiamavano la porta dell’ombra. Occupava lo stesso tavolino in fondo alla saletta. I primi tempi non parlava con nessuno. Poi ha fatto conoscenza con i clienti abituali del Condé, la maggior parte della nostra età, all’incirca tra i diciannove e i venticinque anni.»
E ancora: «Non veniva mai alla stessa ora. La potevi trovare lì il mattino molto presto. Oppure compariva verso mezzanotte e rimaneva fino alla fine.»
Ma in modo più stringente rispunta il tema di ogni opera dello scrittore: “Mi domando, dopo tanto tempo, se non fosse proprio la sua presenza a dare al luogo e alle persone quella loro aria strana, quasi li avesse impregnati del suo profumo. Se per ipotesi ti avessero portato lì con gli occhi bendati, ti avessero fatto sedere a un tavolino, tolta la benda, e concesso pochi minuti per rispondere alla domanda: in che quartiere di Parigi ti trovi?, forse ti sarebbe bastato osservare i vicini e ascoltare i loro discorsi per indovinare: dalle parti del carrefour dell’Odéon, che immagino sempre così triste sotto la pioggia”.
Il timbro è leggermente diverso, incline alla curiosità ma una curiosità fitta di inquietudini. Resta il mistero della presenza e viceversa l’eloquenza dei luoghi, la loro massiccia certezza. Si saprà che il protagonista è (ancora) un detective e che in questo caso non porterà a termine il suo compito. Dopo aver trovato la donna come gli è richiesto, la lascerà alla sua fuga.
 
La narrazione di Modiano è in prima persona, come un lungo soliloquio in cui si affacciano scene di dialogo e particolari dettagliati, oppure, e al contrario, dove si collocano figure immaginate, quasi evocazioni oniriche. Diversamente da quanto accade in Proust la sua frase è breve, il linguaggio semplice, classico, ma caratterizzato da un flusso verbale ritmicamente apprezzabile. E’ stato osservato più volte dalla critica francese che nella tessitura dei suoi romanzi, come nei titoli allusivi, si avverte l’importanza e il ruolo del discorso lirico, della poesia.

L’erba delle notti, la poesia e la fisica quantistica

Leggete questo incipit:

«Eppure non ho sognato. A volte mi sorprendo pronunciare questa frase per strada, come se sentissi la voce di un altro. Una voce incolore. Mi tornano in mente alcuni nomi, certi visi, certi dettagli. Più nessuno con cui parlare. Ci dovranno pur essere due o tre testimoni ancora vivi. Ma senz’altro ho dimenticato tutto. E poi alla fine c’è da chiedersi se davvero ci siano stati dei testimoni.
No, non ho sognato. Infatti mi resta un taccuino nero pieno di appunti.» (L’erba delle notti, 2012)
 
Nel confondersi con il passato (i passati trascorsi sarebbe il caso di dire pensando all’albero che ramifica) si radicalizza un altro tema, quello della ambiguità della vita: Jean, scrittore solitario, non riesce a separare con sicurezza i ricordi veri da quelli immaginari, avvolto da una Parigi evanescente come nella fluidità acquorea del vissuto.
L’ambiguità dei luoghi della memoria e il tema del doppio risultano paradigmatici, un modello che aspetta sempre il suo completamento.
Del resto le forme che Modiano adotta richiamano il pensiero poetico. Volendo allargare la prospettiva, penso che partecipino ad un altro linguaggio. In che modo ci si chiederà…
La risposta vuole un inciso inatteso.
Nella cultura occidentale (dalla filosofia aristotelica allo strutturalismo) le asserzioni positive presuppongono la conoscenza con un soggetto che percepisce un oggetto conosciuto, ma secondo la fisica quantistica non sono adeguate per conoscere ciò che effettivamente è, dunque ciò che è stato. Così come accade, paradossalmente, al personaggio del romanziere e del memorialista. Entrambi, attraverso la lingua dell’immaginario possono però andare oltre, avvicinare il vero.
Lo sguardo della fisica quantistica ha passato al setaccio il modello tradizionale della conoscenza sostenendo che quanto viene misurato dipende dallo strumento della misurazione. Soltanto il binomio osservato e osservatore sono il reale. Nient’altro. Ma al di là della pratica quotidiana quegli stessi fisici hanno mostrato un interesse insolito per il linguaggio della poesia in alcune forme prive di logica. Dopo il principio di indeterminazione, hanno pensato che occorra un nuovo mezzo linguistico. Niels Bohr trovava che il linguaggio lirico, con le sue presunte contraddizioni, con le integrazioni della sinestesia e di altre figure, permetteva di superare i limiti degli altri codici, cioè del linguaggio usuale, della logica. Punti di vista diversi, contemporanei e complementari, pensava Bohr, possono raccontare meglio il mondo. Forse lo fanno anche le doppie identità, i duplicati diversi e immaginosi di Patrick Modiano.
 
Marco Conti
© Riproduzione riservata

La copertina del romanzo più noto di Modiano


 

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