Patrick Modiano e le botteghe oscure

Scrivete ciò che non ricordate, scrivete di ciò che non vi è vicino, scrivete di ciò che non conoscete. Inviti come questo ribaltano quelli di Hemingway e quelli di Singer. Lo fanno addirittura con strepito e chiasso come di casseruole, vasi, vetri scaraventati. Eppure invertendo la poetica positiva di quanto sappiamo, la narrativa autoriale ha esiti clamorosi, proprio come quei vetri rotti.
Sarà allora il caso di citare Proust? Lo è. Tutti sanno che i ponderosi volumi della Recherche nascono da un vuoto, da un viaggio nel passato, tra lentezze labirintiche e domande che alla fine almeno una risposta la trovano: Marcel scopre di essere lo scrittore che voleva, che cercava. E’ quanto basta e non è poco.
L’invito tuttavia è stato aggirato. Marcel ha scritto di ciò che conosceva, di ciò che ricordava, di quello che era perso. La contiguità è stata restituita in una forma nitida, tra sovrapposizioni, incertezze, soggetti raccolti, svolti, abbandonati.

I Guermantes

Come l’episodio escluso dall’edizione. Quel Guermantes, bibliofilo che sogna nel suo studio, lontano dalla moglie, dagli amici di famiglia, dalle visite mondane. Un signore stizzoso che adora parlare con il giovane Marcel. Così che quando il giovane arriva accolto dalla moglie, è inviato al piano di sopra appena lei si accorge che l’ospite si annoia. Una finzione strumentale a chi vuole allontanarsi a dispetto della sua effettiva lontananza.

«Spesso, quando andavo a trovare Madame de Guermantes, se lei credeva di accorgersi che i suoi ospiti mi annoiavano, mi diceva: “Volete salire a trovare Henri? Dice di non esserci, ma voi sarà felice di vedervi!” (rendendo così inutili, d’un solo colpo, le mille precauzioni che prendeva Monsieur de Guermantes affinché non si sapesse che era in casa e non lo si potesse considerare scortese per non si faceva vedere) “Non dovete far altro che farvi condurre alla biblioteca del secondo piano, lo troverete lì che legge Balzac”.

I brani inerenti queste visite si trovano nei Cahièrs di Proust ma sono stati tolti dall’edizione definitiva. Segno che per l’autore esisteva persino un’eccedenza della contiguità, della memoria. Benché sia vero che il ricordo gli consegna una qualità su cui dubitava, cioè la sua creatività letteraria.

La prima pagina delle bozze della ‘Recherche’ corretta da Marcel Proust

Via delle botteghe oscure

Tutto questo mi riporta al tema di questa poetica in generale e a Patrick Modiano in particolare, ai suoi romanzi scritti come se l’autore seguisse il filo di un sogno o di una storia raccontata da un altro. Proprio l’uso della prima persona, la sua intimità è il primo coinvolgimento avvertito dal lettore. Ecco l’incipit di Via delle botteghe oscure, settimo romanzo di Modiano nel 1978 e premio Goncourt:
 «Non sono nulla. Nulla, solo una sagoma chiara in quella sera, sulla terrazza del caffè. Aspettavo che finisse di piovere: un acquazzone che era iniziato nel momento in cui Hutte mi lasciava. Qualche ora prima ci eravamo ritrovati per l’ultima volta negli uffici dell’agenzia. Hutte stava, come sempre, dietro la scrivania massiccia, ma indossava il suo cappotto, in modo da sembrare davvero in partenza. Ero seduto di fronte a lui, sulla poltrona in cuoio riservata ai clienti».
La narrazione si riferisce a una agenzia di investigazioni che il responsabile, Hutte, decide di abbandonare lasciando gli uffici al collaboratore Guy Roland perché continui non il lavoro ma la ricerca della sua identità. Il nome Guy Roland è stato infatti una invenzione di Hutte, poiché circa dieci anni prima Guy aveva subito gli effetti di una amnesia che gli negava persino il ricordo del proprio nome.
Ora Guy resuscita altre briciole di vita, indizi, fotografie che lo portano in giro in una città che ha topografie mentali complesse quando non incerte. Scopre per esempio di essere stato amico di un certo Freddie Howard de Luz grazie a una foto che lo ritrae accanto ad un’altra importante amicizia.
In questa indagine traslata, dall’esterno all’interno, le domande avranno risposte parziali ma decisive; entreranno in scena nuovi personaggi  ed infine si scoprirà un alter ego, che potrebbe essere stato lo stesso investigatore, Guy Roland.  Come in altri romanzi il finale non vuole essere risolutivo: l’incertezza è dunque la verità.
Il romanzo di Modiano procede spiazzando il lettore, costringendolo a immergersi in un labirinto mentale, temporale, topografico per risolvere dubbi destinati a rinviare ad altri aspetti di una perenne penombra.

Un’edizione economica francese del romanzo

Cercasi Dora Bruder

Il brandello di un giornale è invece decisivo per dare l’energia al suo romanzo forse più noto, Dora Bruder (1997):
«Otto anni fa, su un vecchio numero di ‘Paris Soir’ del 31 dicembre 1941 mi sono soffermato sulla rubrica di terza pagina: Da Ieri a oggi. Nelle ultime righe ho letto:
“Parigi
Si cerca una ragazza di 15 anni, Dora Bruder, m. 1, 55, volto ovale, occhi castano-grigio, cappotto sportivo grigio, pullover bordeaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive blu marrone. Inviare eventuali informazioni ai coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi”
Il quartiere di boulevard Ornano, lo conosco da molto tempo. Quand’ero bambino, accompagnavo mia madre al mercato delle pulci di Saint-Ouen. Scendevano dall’autobus alla Porta di Clignancourt e a volte di fronte al municipio del 18° Arrondissement. Era sempre sabato o domenica pomeriggio. In inverno (…)».
 Il confronto storico su cui l’autore si diffonde avviene tra il 1942 e il 1965, quando trova casualmente l’avviso sul giornale. Modiano, che identifica qui l’io narrante, scrive da un momento ulteriore… “Oggi” decide infatti di una attualità relativa agli anni Novanta.
Oggi il protagonista  ha saputo chi erano i genitori della ragazza, dove abitavano, quale era la scuola che essa frequentava.  Ecco allora lo scrittore al municipio che chiede l’atto di nascita, incontra difficoltà burocratiche, risale fino al 1926, al padre di Dora, un manovale, all’arrivo della famiglia Bruder dall’Austria ed eccolo che ricostruisce l’itinerario parigino fino a quando la famiglia viene deportata col padre ad Auschwitz. Ma le ragioni della fuga della ragazza e il posto dove si era nascosta adolescente, restano dati sconosciuti. E ad Auschwitz la ragazza torna a scomparire dietro a un numero di matricola.
Tuttavia è attraverso quell’unica domanda, attraverso l’ostinazione dello scrittore, che Dora Bruder può ancora oggi vivere nella memoria.
Modiano sposta quindi su un’altra persona le sue ossessioni: trasloca i temi dell’identità e della fugacità della vita e trova, forse, una volta di più, che quell’essere “nulla” che leggiamo nella prima pagina di Via delle botteghe oscure è dato inerente il destino umano.

Detective della memoria

Nel 2007 è la volta di Nel caffè della gioventù perduta.
«Dei due ingressi del caffè lei sceglieva sempre il più stretto, quello che tutti chiamavano la porta dell’ombra. Occupava lo stesso tavolino in fondo alla saletta. I primi tempi non parlava con nessuno. Poi ha fatto conoscenza con i clienti abituali del Condé, la maggior parte della nostra età, all’incirca tra i diciannove e i venticinque anni.»
E ancora: «Non veniva mai alla stessa ora. La potevi trovare lì il mattino molto presto. Oppure compariva verso mezzanotte e rimaneva fino alla fine.»
Ma in modo più stringente rispunta il tema di ogni opera dello scrittore: “Mi domando, dopo tanto tempo, se non fosse proprio la sua presenza a dare al luogo e alle persone quella loro aria strana, quasi li avesse impregnati del suo profumo. Se per ipotesi ti avessero portato lì con gli occhi bendati, ti avessero fatto sedere a un tavolino, tolta la benda, e concesso pochi minuti per rispondere alla domanda: in che quartiere di Parigi ti trovi?, forse ti sarebbe bastato osservare i vicini e ascoltare i loro discorsi per indovinare: dalle parti del carrefour dell’Odéon, che immagino sempre così triste sotto la pioggia”.
Il timbro è leggermente diverso, incline alla curiosità ma una curiosità fitta di inquietudini. Resta il mistero della presenza e viceversa l’eloquenza dei luoghi, la loro massiccia certezza. Si saprà che il protagonista è (ancora) un detective e che in questo caso non porterà a termine il suo compito. Dopo aver trovato la donna come gli è richiesto, la lascerà alla sua fuga.
 
La narrazione di Modiano è in prima persona, come un lungo soliloquio in cui si affacciano scene di dialogo e particolari dettagliati, oppure, e al contrario, dove si collocano figure immaginate, quasi evocazioni oniriche. Diversamente da quanto accade in Proust la sua frase è breve, il linguaggio semplice, classico, ma caratterizzato da un flusso verbale ritmicamente apprezzabile. E’ stato osservato più volte dalla critica francese che nella tessitura dei suoi romanzi, come nei titoli allusivi, si avverte l’importanza e il ruolo del discorso lirico, della poesia.

L’erba delle notti, la poesia e la fisica quantistica

Leggete questo incipit:

«Eppure non ho sognato. A volte mi sorprendo pronunciare questa frase per strada, come se sentissi la voce di un altro. Una voce incolore. Mi tornano in mente alcuni nomi, certi visi, certi dettagli. Più nessuno con cui parlare. Ci dovranno pur essere due o tre testimoni ancora vivi. Ma senz’altro ho dimenticato tutto. E poi alla fine c’è da chiedersi se davvero ci siano stati dei testimoni.
No, non ho sognato. Infatti mi resta un taccuino nero pieno di appunti.» (L’erba delle notti, 2012)
 
Nel confondersi con il passato (i passati trascorsi sarebbe il caso di dire pensando all’albero che ramifica) si radicalizza un altro tema, quello della ambiguità della vita: Jean, scrittore solitario, non riesce a separare con sicurezza i ricordi veri da quelli immaginari, avvolto da una Parigi evanescente come nella fluidità acquorea del vissuto.
L’ambiguità dei luoghi della memoria e il tema del doppio risultano paradigmatici, un modello che aspetta sempre il suo completamento.
Del resto le forme che Modiano adotta richiamano il pensiero poetico. Volendo allargare la prospettiva, penso che partecipino ad un altro linguaggio. In che modo ci si chiederà…
La risposta vuole un inciso inatteso.
Nella cultura occidentale (dalla filosofia aristotelica allo strutturalismo) le asserzioni positive presuppongono la conoscenza con un soggetto che percepisce un oggetto conosciuto, ma secondo la fisica quantistica non sono adeguate per conoscere ciò che effettivamente è, dunque ciò che è stato. Così come accade, paradossalmente, al personaggio del romanziere e del memorialista. Entrambi, attraverso la lingua dell’immaginario possono però andare oltre, avvicinare il vero.
Lo sguardo della fisica quantistica ha passato al setaccio il modello tradizionale della conoscenza sostenendo che quanto viene misurato dipende dallo strumento della misurazione. Soltanto il binomio osservato e osservatore sono il reale. Nient’altro. Ma al di là della pratica quotidiana quegli stessi fisici hanno mostrato un interesse insolito per il linguaggio della poesia in alcune forme prive di logica. Dopo il principio di indeterminazione, hanno pensato che occorra un nuovo mezzo linguistico. Niels Bohr trovava che il linguaggio lirico, con le sue presunte contraddizioni, con le integrazioni della sinestesia e di altre figure, permetteva di superare i limiti degli altri codici, cioè del linguaggio usuale, della logica. Punti di vista diversi, contemporanei e complementari, pensava Bohr, possono raccontare meglio il mondo. Forse lo fanno anche le doppie identità, i duplicati diversi e immaginosi di Patrick Modiano.
 
Marco Conti
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La copertina del romanzo più noto di Modiano


 

14 parole per fare un Simenon

Georges Simenon a Parigi, 1962. Fonds Simenon de l’Université de Liège

La frase breve e limpida è sempre stata per me, e non solo per me, un modello di riferimento. Così pretendeva Hemingway nei suoi racconti e con questo modello si è sentito a suo agio Raymond Carver. In modo diverso lo stesso è valso per Georges Simenon. Tra gli scrittori più vicini a noi si potrebbe citare ancora, a questo riguardo, Agota Kristof oppure, in certi romanzi (e solo in quelli), Italo Calvino. Non è d’altra parte il caso di spendere del tempo per dire che, se la brevità è attributo richiesto nel giornalismo, non lo è affatto in letteratura.
L’economia di un testo può essere sopravanzata da altre necessità di timbro, di carattere autoriale, e da circostanze insondabili per le quali solo l’esito ha significato e giustifica la scelta di una maggiore eloquenza, esattamente come accade per il periodare più stringato.
E’ sufficiente pensare a Proust, a Virginia Woolf,  a Céline, a Faulkner, a Gadda e a tantissimi altri.
Ma sembra indubbio che un testo “economico” sia più facilmente leggibile senza per questo essere superficiale. Un esempio? Samuel Beckett, accanto a tutti i romanzieri citati più sopra, compreso Simenon  la cui scorrevolezza non nega affatto originalità e profondità, benché in passato alcuni critici francesi abbiano voluto relegarlo nell’ambito dei romanzieri “popolari”.
Ma poiché si parla di lunghezza e lungaggini, di brevità e incisività dei testi letterari, dirò in base a una insolita analisi statistica, come hanno scritto i romanzieri di lingua francese e quale sia il numero di parole per cui ha senso parlare di brevità. Mi rifaccio alle analisi quantitative eseguite da François Richaudeau: Simenon: une écriture pas si simple qu’on le penserait. In: Communication et langages, n°53, 3ème trimestre 1982. pp. 11-32. A questo studio rinvio per una verifica più dettagliata e più ampia.
E’ evidente che l’analisi compiuta non ci dirà nulla sulla qualità estetica, ma non così sul carattere degli autori e persino su come hanno scritto al di là degli esiti numerici. Anzi devo anticipare che percorrere questa strada riserva almeno una grossa, enorme, sorpresa.

Come è stata fatta l’analisi

Di Georges Simenon sono state inventariate 238 opere narrative tra il 1929 e il 1972; altre sono state scritte dall’autore con pseudonimi (durante la giovinezza di cronista in Belgio e poi in Francia) e altre ancora sono state create dopo questa data. In quel periodo la media dell’autore è di sei romanzi all’anno; seicento milioni sono le copie vendute in 55 lingue diverse.
Richaudeau ha proceduto analizzando 25 romanzi, esaminando 192 frasi all’interno di ogni volume e sempre trattenendo la prima, l’incipit. E’ così arrivato a 4799 frasi che davano luogo a 72.245 parole.
Non contento di questa delimitazione l’autore ha preso in esame la cronologia già selezionata per ricavare dieci titoli: due dal ’40 al ’41, due dal ‘50 al ’51 e così via fino al ’72 badando di alternare un romanzo a un poliziesco, cioè un Maigret.
 Ed ecco come è stato calcolato il numero di parole per quella che è una astrazione, cioè la frase di lunghezza media. Lo studioso ha preso in esame tutte le parole di ogni frase e ha diviso la cifra per il numero di frasi.

Il fraseggio dello scrittore

La conclusione è che Simenon risulta tra gli autori più stringati di tutta la letteratura francese: la media è di 12, 6 parole per frasi correnti (esclusi i dialoghi). La media sale a 14, 1 con il romanzo per il quale ha impiegato più tempo e al quale teneva di più, cioè  Le campane di Bicêtre e a 20 parole di media per la frase-tipo di La finestra dei Rouet, scritto in concomitanza con  l’autobiografico Pedigree.
Questa circostanza sembra casuale ma non lo è. Infatti tutti i sei libri autobiografici di Simenon hanno un periodare decisamente più ampio. I tre delitti dei miei amici ha una lunghezza media di frase di 20, 3 parole; Per Pedigree (prima parte) 14, 3; per Pedigree  seconda parte 20, 7; la terza parte 19, 4 ; Memorie intime, 18, 8; Mi ricordo, 17.  Inoltre nella prima parte di Pedigree la lunghezza media tra le frasi più lunghe (quindi calcolate a parte) è di 88 parole e di 78 nella seconda parte.

La memoria: Simenon come Proust

Andrew Wyeth

Questa perlustrazione va tuttavia oltre gli obiettivi previsti: sia in rapporto ad altri autori contemporanei, sia in relazione ai temi.
Richaudeau ha infatti scoperto che l’autore di gialli e di noir diventa straordinariamente più prolisso quando parla dei propri ricordi e del sonno o del sogno.  I libri autobiografici dell’autore belga hanno impennate di periodi lunghissimi,  raggiungendo in una frase fino a 187 parole. In breve la frase analitica, ipotattica di Proust, e quella di Simenon, risultano ugualmente complesse e concentriche quando si tratta di raccontare la propria memoria, vale a dire l’oggetto per eccellenza di Marcel Proust.
«E’ sorprendente – scrive Richaudeau  – che analizzando le frasi di Marcel Proust, abbia rilevato le stesse correlazioni fra la lunghezza e i temi: i ricordi, il sonno».
E’ l’unico dato così eclatante emerso da questa indagine, quando viceversa non risultano differenze sistematiche tra i gialli di Maigret e quelli di altri romanzi scritti da Simenon nello stesso periodo. Il che sembra suggerire un dipendenza dal tema per le scelte stilistiche o comunque consuetudinarie. Lo studioso si  è chiesto se Simenon non si sentisse prigioniero di automatismi psichici, di un flusso – in sostanza –  inconscio ma «implacabile, di esteriorizzazione della scrittura». Il nucleo semantico si imporrebbe così prescindendo dalla sua formalizzazione.
Riferendosi all’autore di Maigret, si è talvolta parlato, inoltre, di “processo medianico” della scrittura. I suoi riti prima di mettersi alla macchina, i brevi sonni per almeno 15 giorni durante la stesura, sembrano avere un ruolo. Ma di questo parlerò in un altro momento.
Vale la pena invece riportare i dati  inerenti gli stili di altri scrittori.

Le frasi più lunghe: Descartes e Proust

Il primato delle frasi più complesse non è di un romanziere ma di un filosofo: René Descartes. L’autore del Discorso sul metodo non temeva i periodi labirintici: la lunghezza media della frase comprende ben 74 parole; Rabelais si accontentava di 25; Michel de Montaigne, scrittore moralista del Cinquecento, si serviva mediamente di 30 parole.
L’autore che dà convenzionalmente l’avvio al romanzo moderno, Gustave Flaubert,  scrive Madame Bovary usando 22 parole per frase, tranne nei dialoghi, che risultano più lunghi come avviene per tutti gli altri autori esaminati. Stendhal per il Rosso e il Nero ne aveva usate 25.
Ed ecco qualche curiosità del Novecento francese: il filosofo Bergson usa 30 parole per la sua Evoluzione Creatrice contro le 22 di Paul Valery, le 15 dei romanzi di Jean Giono, e le 12 del giallista Frédéric Dard con il suo Sanantonio, tra i più celebrati negli anni Sessanta e stringato, evidentemente, più di Simenon.
E l’autore della Ricerca del tempo perduto? Al di là di quanto abbiamo scoperto a proposito delle narrazioni sulla memoria, la media di Proust è di 43 parole. Un tuffo nelle profondità come una lunga apnea. Ma sempre, si direbbe, con una stella marina da riportare in superficie.
 
Marco Conti
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Il Maigret per il cinema anni Cinquanta, interpretato da Jan Gabin (alla sinistra nell’immagine)

A lezione da Philip Roth

Chi come me conduce corsi di Scrittura Creativa deve confrontarsi lungamente con alcuni cliché legati all’attività letteraria e artistica. Spesso chi vorrebbe scrivere, come chi già lo fa con serietà, crede pregiudizialmente che doti naturali, cultura e ispirazione (qualsiasi cosa voglia dire questo sostantivo) costituiscano,  accanto ad alcune lezioni teoriche, il passaporto per produrre almeno discrete pagine di invenzione. Certo le doti, la capacità di immaginare e confrontarsi col passato e il presente sono essenziali, ma è davvero tutto?
La mia impressione è che il moltiplicarsi di sigle editoriali, così come dei corsi di Scrittura, accanto ai relativi successi di diversi autori oggi in libreria, non facilitino l’autore o perlomeno il potenziale autore.
Raccontandosi in Perché scrivere? (Einaudi, 2018) Philip Roth  fornisce un banco di confronto decisamente autorevole. Non solo. Perlustrando qui e là le interviste ho prelevato alcuni passi dove lo scrittore spiega e racconta temi e nodi strutturali della creazione letteraria; temi non ascrivibili semplicemente alla sua esperienza; nodi strutturali che formano altrettante tappe dei corsi di Scrittura Creativa: la creazione del personaggio, le incertezze davanti all’incipit, l’importanza di azzeccare il tono adeguato, i problemi psicologici che possono accompagnare la stesura del testo e…l’assiduità, il lavoro in sé.

Bozzetto di New York

Iniziare un nuovo romanzo

«Cominciare un libro è sgradevole. Ho grandi incertezze sul personaggio e la situazione, e quello che mi serve per cominciare è un personaggio nella sua situazione. Peggio ancora che non conoscere il tuo tema è non sapere come trattarlo, perché alla fine sta tutto lì. Batto a macchina degli incipit e sono orrendi, sembrano un’inconsapevole parodia del mio libro precedente, più che l’imbocco di una nuova direzione che è quello che vorrei. Ho bisogno di qualcosa che mi conduca al centro del libro, una calamita che attragga tutto a sé – è questo che cerco nei primi mesi in cui sto scrivendo qualcosa di nuovo. Spesso devo scrivere un centinaio di pagine, o anche più, perché venga fuori qualcosa di vivo. Okay, mi dico a quel punto , questo è l’inizio partiamo da qui; e quello diventa il primo paragrafo del libro. Poi riprendo in mano i primi sei mesi di lavoro e sottolineo in rosso un paragrafo, una frase, a volte anche solo un’espressione, che abbiano un po’ di vita, e li ricopio su un’unica pagina. Di solito ci sta tutto in una pagina, ma se sono fortunato quello è l’inizio della pagina uno. Per stabilire il tono cerco qualcosa che sia vivo.
Dopo questa tremenda fase iniziale vengono i mesi di divagazioni a ruota libera, e dopo le divagazioni arriva la crisi, la rivolta contro il materiale che ho scritto e l’odio per il libro.»

Dialogo e narrazione

«Non si deve trovare necessariamente un equilibrio tra dialogo e narrazione. Si va dietro a quel che è vivo. Per uno scrittore possono funzionare duemila pagine di narrazione e sei righe di dialogo, per altro duemila pagine di dialogo e sei righe di narrazione.»
La narrazione può diventare dialogo e viceversa
Roth sostiene di averlo «fatto con la sezione Anna Frank nello Scrittore Fantasma. All’inizio non funzionava. L’avevo scritta in terza persona, ed era come se trattassi il materiale con riverenza. Stavo assumendo un altisonante tono elegiaco nel narrare la storia di Anna Frank che sopravviveva e arrivava in America (…) Alla fine il tema dello Scrittore Fantasma è diventato proprio questo: le difficoltà insite nel raccontare una storia ebraica. Come dovrebbe essere raccontata? In che tono? A chi? A che fine? Non sarebbe meglio non raccontarla affatto? Ma a quanto pare, perché potesse diventare un tema, doveva partire con un travaglio. Succede spesso, almeno a me, che nelle prime, incerte fasi della scrittura i conflitti da cui avrà origine la vita morale del libro vengano ingenuamente scaricati sul corpo del libro. In questo consiste il travaglio, e si è concluso quando ho preso l’intero brano e l’ho rifatto in prima persona: la storia di Anne Frank narrata da Amy Bellette. La vittima non avrebbe parlato delle proprie traversie con la voce di un cinegiornale. Non l’aveva fatto nel Diario, perché avrebbe dovuto farlo nella vita? (…)» Liberatosi dalla cadenze solenni, della dizione tetra, grazie alla finzione della narrazione di Ami Bellette, a quel punto «ho rimesso tutta la sezione in terza persona, e da quel momento sono riuscito a lavorarci su – a scrivere, invece di declamare o riverire.»

In merito alla facilità di scrivere

«A volte all’inizio capisci che non sei sulla strada giusta non perché scrivere ti viene difficile, ma perché ti viene troppo facile. La fluidità può essere un segno che non sta succedendo niente (…) Quello che mi spinge ad andare avanti è la sensazione di avanzare a tentoni da una frase all’altra».

Assiduità

«Lavoro per tutto il giorno, mattina e pomeriggio, praticamente ogni giorno. Se continuo seduto così per due o tre anni, alla fine ho un libro.»

L’aiuto della lettura

«Quando lavoro leggo sempre, di solito la sera. E’ un modo per tenere aperti i circuiti. E’ un modo per pensare al mio lavoro prendendomi un po’ di respiro dalla cosa a cui sto lavorando. Aiuta nella misura in cui alimenta l’ossessione dominante.»

Confronto durante la scrittura

«Mentre scrivo basto io a fornirmi tutta l’opposizione di cui ho bisogno, e gli elogi non mi servono a niente quando so che una cosa non è ancora a buon punto.»

Il personaggio. Rapporto tra narratore e io narrante, identificazione, falsificazione

«Nathan Zuckerman (il protagonista di molti romanzi di Philip Roth ndr) è una messinscena. E’ l’arte della personificazione, il dono fondamentale del romanziere. Zuckerman è uno scrittore che vuole essere un medico che si spaccia per un pornografo. Io sono uno scrittore che scrive un libro in cui mi spaccio per uno che vuole essere un medico che si spaccia per un pornografo – che a sua volta, per confondere la personificazione, per renderla più graffiante, finge di essere un noto critico letterario. Costruire una falsa biografia, una storia fasulla, escogitare un’esistenza semi-immaginaria a partire dai reali accadimenti della vita è la mia vita. In questo mestiere deve pur esserci del piacere, e il mio è questo. Andarmene in giro travestito. Interpretare il personaggio. Farmi passare per un altro che non sono. Fingere. Una mascherata astuta e perversa. Pensa a un ventriloquo. Parla in modo tale che la sua voce sembra provenire da qualcun altro. Ma se non ce l’hai davanti agli occhi la sua arte non ti procura alcun piacere. La sua arte consiste nell’essere presente e assente al tempo stesso (…) Come scrittore, per dedicarti all’arte della personificazione non devi per forza accantonare la tua biografia. Può essere più interessante non farlo. La distorci, la ridicolizzi, la scimmiotti, la torturi e la sovverti, la sfrutti…Tutto per conferire alla biografia quella dimensione che stimolerà la tua vita verbale (…) Céline fingeva di essere un medico insensibile, addirittura irresponsabile, mentre a quanto pare era molto coscienzioso e prendeva a cuore i pazienti. Ma quello non era interessante.»

Ancora sulla personificazione: Genet, Beckett, Colette, Gombrowicz

«La letteratura non è un concorso di bellezza morale. La sua forza dipende dall’autorevolezza e dall’audacia con cui è credibile. La domanda da porsi riguardo allo scrittore non è Perché si comporta così male? ma Cosa ci guadagna indossando quella maschera? Io non ammiro il Genet che Genet presenta come se stesso più di quanto ammiri il repellente Molloy impersonato da Beckett. Ammiro Genet perché scrive libri che non mi permettono di dimenticare chi è quel Genet. Quando stava scrivendo su Agostino, Rebecca West ha detto che le sue Confessioni erano troppo soggettivamente vere per poter essere oggettivamente vere. Credo che lo stesso valga per i romanzi in prima persona di Genet e Céline, e anche per Colette in libri come L’ancora e La vagabonda. Gombrowicz ha scritto un romanzo intitolato Pornografia in cui lui compare come un personaggio, col proprio nome – per meglio mostrarsi complice di alcuni comportamenti molto equivoci e scatenare così il terrore morale.»

Insicurezza o crisi alla fine dell’opera narrativa

Roth dice che nella sua esperienza la crisi al termine del romanzo è puntuale.  «Mi dico: Questo non va…ma cos’è che non va? E mi chiedo: Se questo libro fosse un sogno, che sogno sarebbe? Ma mentre mi faccio queste domande sto anche cercando di credere in quello che ho scritto, di dimenticare che è solo un libro e dirmi: Questo è successo davvero, anche se non è così L’idea è percepire la tua invenzione come una realtà e che può essere letta come un sogno.»

Psicoanalisi e scrittura

«Se non avessi fatto l’analisi, non avrei scritto Lamento di Portnoy  come l’ho scritto, né La mia via di uomo come l’ho scritto e anche Il seno sarebbe stato diverso. E anch’io sarei stato diverso. Probabilmente l’esperienza della psicanalisi mi è servita più come scrittore che come nevrotico, sebbene questa sia forse una falsa distinzione.»

Utilità della letteratura

 «Per il lettore normale? I romanzi danno ai lettori qualcosa da leggere. Al più, gli scrittori cambiano il modo di leggere dei lettori. Questa mi sembra l’unica aspettativa realistica. E mi sembra più che sufficiente. Leggere romanzi è un piacere profondo e singolare, un’attività umana avvincente e misteriosa che non richiede maggiori giustificazioni morali o politiche di quante ne richieda  il sesso.»

Estrapolazione dall’intervista della Paris Review realizzata da Hermione Lee, biografa di Roth; in Philipp Roth, Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti (1960-2013) Einaudi, 2018

La narrativa come strumento: cambiare il mondo o conoscerlo?

«La considero uno strumento per conoscere il mondo come altrimenti non potrebbe essere conosciuto. Si possono conoscere un sacco di cose sul mondo senza l’aiuto della narrativa, ma nient’altro può fornire il tipo di conoscenza prodotto dalla narrativa perché nient’altro trasforma il mondo in narrazione. Quel che si conosce leggendo Flaubert o Beckett o Dostoevskij non sono idee innovative a proposito dell’adulterio o della solitudine o dell’omicidio – quello che si conosce sono Madame Bovary, Molloy, Delitto e Castigo. La narrativa dipende da uno strumento di conoscenza unico, l’immaginazione, e il suo sapere è inseparabile dall’immaginazione. (…) Va tenuto presente che i romanzi non si rivolgono solo alla mente, ma instillano una consapevolezza più ampia, e per questo sono uno strumento per conoscere il mondo come altrimenti non potrebbe essere conosciuto.»

Brano estrapolato da Intervista su Zuckerman. Intervistatori Asher Z. Milbauer e Donald G. Watson per Reading Philip Roth (St. Martin’s Press, 1988).  

da Philipp Roth, Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti (1960-2013), traduzione Norman Gobetti, Einaudi, 2018 L. 22, 00 — ISBN 978-88-06-23854-

Philip Roth

I titoli dei paragrafi utili a introdurre gli argomenti sono nostri.









Gisèle Prassinos e la capanna indiana

Torniamo laggiù, vieni.
Nei campi
le capanne di foglie coprono ancora le nostre brevi ombre
sulla tua fronte la verde gloria non è appassita
– l’altra è stata un sogno –
e nei frutteti
i frutti di un tempo non hanno saputo
senza te
trasformarsi in albero.

Vieni, Rosso mio, prendi le armi
avrà i miei cardi
mi chiamerò Fiore di ciliegio.

Il tempo non è niente
non c’è letto per i nostri morti
non c’è fine per i nostri volti
i corpi mentono
gli specchi sono ebbri.

Gisèle Prassinos, “Viens”, da La vie la voix, Flammarion, 1971. Trad. Marco Conti

Gisèle Prassinos (1920 -2015) nata da padre greco e madre italiana, ha cominciato a scrivere a 15 anni testi surrealisti nei quali il gruppo di Breton riconobbe quelle libertà di immaginazione e figurazione nate dall’onirismo, in breve dall’inconscio. Man Ray – in una celebre fotografia – la mostra a Parigi durante un incontro con Breton, Paul Eluard, René Char e altri mentre legge i suoi scritti. Benché nel 1939 la Prassinos si sia allontanata dal movimento surrealista, l’anno successivo André Breton incluse due suoi testi nell’Antologia dello humor noir. Numerose sono le raccolte poetiche da lei scritte e consistente è anche l’opera in prosa, interamente in francese.


La chiave a scheletro

Le poesie di Corrado Bianchetto Songia

Sono tra le righe delle mie minute
-in corpo zero, in margine-
le cose che non ti ho mai
detto, quel che di me non sai. Fra le tue
scapole, alate di preghiera
come una lunga cicatrice…

***

C’è stato un tempo
che dormivo bene – al buio dell’inverno
della luce guasta della strada.

Eppure com’è dolce l’inferno
mi dicevo, attraversarlo ad occhi
aperti – così – a cuore spento.

***

Abiti quella chiaria laggiù
nel verde acceso dei temporali
tra le ultime case e l’orizzonte
piatto della serra.

Da qui, da questa
collina brucata dal vento
e dalle nuvole – da me

a te – una distanza:
un anno di luce nel tempo
e nello spazio. Un buco

nero di lettere
mai spedite, mai
neppure scritte.


****

Sei la cosa più bella che non ho
in questi giorni chiari, fatti
di niente, che si sfanno come rose.
Rileggo le tue cartoline
senza francobollo spedite

da un aldilà di campagna: metà
maggio ’92…L’eternità
sbavata di un inchiostro che
si fa sempre più labile, a mano
a mano che lo ripasso

con la matita, con la biro…

Corrado Bianchetto Songia, da La chiave a scheletro (a cura di Marco Conti) L’Autore Libri Firenze, 2007

Il volume riunisce i testi scelti scritti tra il 2001 e il 2006

La poesia della disappartenenza

Corrado Bianchetto Songia (1968-2006) è stato un autore appartato che ai vagabondaggi nella poesia ha dedicato gran parte della sua giovinezza, fino alla morte prematura, la notte del 20 maggio.

Lo avevo lasciato poco prima, in un bar, dopo una giornata di lavoro intenso, fianco a fianco, cercando insieme di “chiudere” le pagine di un giornale in tempo per la tipografia. Qualche mese dopo ero invece costretto a occuparmi della cartella di testi che aveva lasciato e che avrebbe voluto inviare di lì a poco all’editore. Scelsi gran parte delle liriche che avevo a disposizione ricordandomi soprattutto delle ultime che mi aveva recitato a memoria, tra un caffè e una sigaretta. Mi piacevano persino ascoltate dalla sua voce, il che non mi succede mai, sia perché non mi piacciono le intonazioni degli autori (faccio salva Alda Merini), sia perché sono convinto che quasi tutta la poesia del Novecento sia fatta per l’ascolto interiore, figuriamoci per una approssimazione, per il poetry slam, la performance, la competizione al posto della chiacchiera, ma con un obbligatorio contorno di chiacchiere.

In quei versi dattiloscritti c’era la solitudine dei desideri, il braccio teso ad afferrare il vuoto, un paesaggio di « giorni chiari,/ fatti di niente» e il paesaggio «combattuto e incerto degli amori, spesso traguardati con ironia», come scrissi allora. Un distacco, certo dolente, ma senza ulteriori attese. Rileggendolo e rileggendo il suo primo libro, Esercizi di astinenza, vedo lo spazio di quel distacco, ne misuro il bordo dove il verso lascia in disparte ogni tentazione. Scriveva nella sua prima raccolta:

Un branco di pesci morti
le foglie scosse, in indolenza
fatta carne, in presagio
di ben più terribili sonagli –

se il temporale fa di quattro
pali una selva di forche
e del tuo ovale di zingara
un dolce incolmabile vuoto.

Quelle foglie, quel temporale, così come il viso zingaresco erano quasi “primi piani”, incombevano con l’emozione della contiguità. Niente suggeriva le lontananze che perseguitano gli ultimi versi. Ma sì, Corrado aveva « messo via lo stretto indispensabile, ridotto all’osso le parole».



Corrado Bianchetto Songia. Arles, 1999

4-fine/ Paul Auster e i tre cedri

Showdown

Con l’aria annoiata di sempre Sandro raddoppiò una giocata-limite di duecento euro, mentre sul tavolo erano già in ballo  fiches per ottocento euro ed io dovetti fare altrettanto pur avendo solo una coppia. Adam sorrise e mise sul tavolo un full di jack. Tanto bastava per il tris esibito dal nostro amico e per la doppia coppia del “muto”. Le prossime carte sarebbero state decisive. Peter avrebbe cercato di ridurre la posta e noi saremmo stati costretti e a barcamenarci per evitare una interruzione, consultare Fabio e semmai risederci ai tavoli.
Si scartò un nuovo mazzo. Guardai i miei due compagni, quello al tavolo e il barista. Non riuscii però  a intravedere  neppure un battito di ciglia. Fabio prese i posaceneri e ne portò quattro puliti. Adam chiese una minerale e fu servito, poi si diresse verso una porticina sul cortile e l’aprì per arieggiare la sala. Cominciavamo a sentire la stanchezza o quantomeno quella tensione che appena svapora sembra metterti del piombo dalla testa alle ginocchia. Poco prima mi ero sbagliato:  la serata era iniziata male e finiva peggio.
Si iniziò un nuovo giro mentre Fabio chiudeva la porta del personale di servizio. Alzai le carte e ne cambiai tre; Sandro due, Peter fece altrettanto e Adam disse d’essere servito.
Ancora una volta il tavolo accatastò un mucchio di gettoni. Toccava a Sandro, che rilanciò il massimo stabilito. Se avessimo perso eravamo morti. Guardai Fabio; lui chiuse gli occhi, un battito che forse non sfuggì ad Adam mentre Peter gettava le carte sul tavolo togliendosi di mezzo. Non mi rimaneva che seguire ancora una volta il gioco di Sandro. Perdemmo. Adam si alzò dal tavolo, si sgranchì le gambe e disse: «Vogliamo chiudere qui?».
Erano le quattro e trenta del mattino; fuori si sentiva qualche rumore provenire dai garage dei condomini.
«Abbiamo detto alle cinque» ribatté stizzito il mio compagno.
«Lo dicevo per voi due! »
Era una provocazione. Sandro si alzò e si appartò con Fabio,  poi il barista mi si avvicinò. «Finora hai vinto e perso con i miei soldi», adesso o lasci il tavolo o ci aiuti con quello che hai. Non intendeva parlare dei quattrocento euro che avevo ancora a disposizione, ma di liquidi miei.
Sapevo che avrei dovuto andarmene ma il gioco mi tormentava e incalzava come il Cenzullo del professore davanti alla ricotta insanguinata. Dissi che potevano contare su altri mille euro; tirai fuori il libretto degli assegni. Contanti non ne avevo.
«Accetta un assegno?» chiesi rivolto ad Adam.

Il tipo si scrocchiò le dita e sorrise: «Ho una proposta: mancano venti minuti alle cinque. Non ho voglia di passare le notti in bianco per un paio di migliaia di euro…E poi fino a oggi avete sempre vinto no? Quanto? Occhio e croce sono almeno cinquemila euro. Facciamo una sola partita, puntata minima mille euro. Se vinco ce ne torniamo a casa, se perdo ne facciamo un’altra alla stessa stregua, altri mille euro». Dissi che per quanto mi riguardava avevo chiuso. Sandro ribattè che la proposta era folle, del tutto sbilanciata a favore del «signor Adam». Pronunciò le parole come aveva fatto con me quando mi ero seduto. Ma questa volta sentivo soltanto l’ironia indispettita di quel signore a fior di labbra.
«Bene – ribatté l’altro – allora un solo giro di carte con duemila euro ciascuno in ballo». Si sarebbe così concluso con una puntata di seimila euro visto che Peter ci osservava dal bancone del bar sorseggiando il suo Grand Marnier. Ripetemmo per bene il programma, precisando che avremmo potuto cambiare le carte e alla fine ognuno di noi avrebbe girato sul tavolo le sue chances. «O vivi o morti» urlò Peter dal bancone.

 Sandro si consultò col suo finanziatore, io sentii che avvampavo  appallottolandomi come un riccio.  Dovevo giocare, ecco tutto. Dovevo mettermi in gioco. Non era questo quello che mi era sempre mancato? Non era quello che persino il professore aveva fatto ribellandosi alla famiglia quando era tornato da Napoli con la sua saracena dal culo nero? Pensai a tutto, alle porte che non avevo aperto, al film che non avevo sceneggiato per timore di perdere un posto in un liceo di provincia, al libro dalla carta ormai ingiallita che non avevo mai spedito.
«Ci sono – dissi con un tono di voce più alto del solito – io ci sono». Ripresi in mano l’assegno posato sul banco e lo strappai. Ne presi un altro, firmai e restituii le fiches al titolare del locale. Per qualche ragione la sua sortita non mi era piaciuta. Al tavolo ebbi al primo giro un tris di quadri, al secondo un full di assi. Deglutii e mi rilassai per pochi secondi, il tempo di vedere Sandro impallidire.
«Showdown!» disse Adam e gettò sul tavolo una scala di colore. Sandro richiuse il ventaglio delle carte: «Guardatele voi… Se vi fa piacere». In un attimo aveva indossato il suo giubbotto ed era alla porta.

Ci lasciammo con un ultimo abbondante whisky, un Lagavulin invecchiato offerto da Fabio. Ci stringemmo la mano e notai che il mio amico era cambiato ancora una volta. Peggio delle saracene. Aveva perso almeno cinquemila euro ma aveva la faccia distesa e il fair play che all’inizio della serata attribuivamo allo sconosciuto: come ci fosse stata una carta da passare sottobanco.
Mi tornò in mente quest’immagine mentre mi mettevo a letto. Un paio d’ore e sarei stato nuovamente in auto verso la scuola. Spensi e riaccesi il cellulare. Nessuna notizia dei miei amici invitati alla serata di Paul Auster; non un solo messaggio.

Due mesi dopo il locale chiuse i battenti. Un collega mi disse che da tempo navigava in cattive acque. Uno dopo l’altro erano ormai decine, tra negozi, bar, discoteche, le attività che si erano fatte persuadere dalla bontà dei nuovi orizzonti europei; ma forse anche questa era una storia come quella di Cenzullo.
Un giorno, poco prima di Natale, incontrai Peter appiccicato allo stipite di un bar. Mi fermai per salutarlo.
«Non hai avuto molta fortuna» disse dopo gli auguri di rito. Scossi il capo:
«Cioè?».
«La partita» disse in un soffio sorridendo.
«Certo, alla sala biliardi… Mi ero fatto prendere dall’entusiasmo…»
«Adam e Fabio se ne sono andati»
 Ancora non capivo. Ma la truffa, se di truffa si poteva parlare, era risaputa, almeno tra i giocatori come Peter e Sandro.
In breve, la sera delle fate ci avevo rimesso duemila euro; Sandro a quanto pare ne aveva lasciate sul tavolo qualche centinaio nelle ultime partite e il bottino imbastito notte dopo notte aveva permesso ai due di chiudere bottega e filarsela.
«Insomma il locale era di Adam, e Fabio gli faceva da secondo scegliendo i polli. Io e te per esempio…».
Cominciava a nevicare.
Mi sistemai la sciarpa e porsi la mano: «Buon Natale Peter!»

(fine)

© Marco Conti per le Museinquiete.it

“Buon Natale, Peter!”

3/ Paul Auster e i tre cedri

(3 Segue)

Un fico ritorto

«Mi lasci così a becco asciutto?» gli gridai alludendo alla storia, mentre già affrettava il passo. In strada c’era il  chiasso dei fine di settimana e una pioggia sottile imperlava il tettuccio delle auto.
«Il resto è un feuilleton –  mi urlò ormai distante; poi fece qualche passo verso di me, si sporse come se si fosse trovato dietro a una finestra – … La storia è che quella volta Cenzullo si è portata a casa la saracena ma…non c’era nessuna colomba in vista né allora né mai… E anche se oggi ci fosse sarebbe troppo tardi…» Cominciò a ridacchiare e non aveva ancora finito quando svoltò in un’altra via.
Spensi la sigaretta. Non saprei dire se davvero volevo raggiungerlo. Ero convinto che abitasse nel quartiere  e infatti vidi la sua sagoma in fondo alla via sul bordo del marciapiede. Salii sull’auto. Augusto camminava a passi incerti e veloci. Mi fermai ad un semaforo preoccupato che mi vedesse seguirlo. Feci appena in tempo a scorgerlo svoltare e quando ripresi la marcia era scomparso.

 Il vicolo era una stradina senza uscita e dopo un paio di palazzi sembrava aprirsi in un cortile fangoso. Scesi dall’auto e giunsi fino in fondo accorgendomi che i condomini nascondevano due vecchie case con le balconate di ferro, una persiana penzolante sui cardini, buie le finestre. Non mi sembrò vero che Augusto potesse vivere in quelle catapecchie. In un angolo della corte c’era un vecchio fico storto che sporgeva le braccia come nel racconto che mi aveva fatto. Dopotutto il professore poteva essersi inventato il seguito della sua storia, così come il fico napoletano. La sua saracena poteva aver abitato sempre in quel cortile e magari aveva gettato la secchia nel pozzo, un rudere si ritagliava ancora accanto all’alberello. Oppure aveva semplicemente immaginato il fico nel suo cortile trovando che fosse una bella cosa da raccontare.  Sì, le storie, proprio come la mia serata, biforcavano almeno due sentieri per volta. Mi avvicinai a un cancello ma la cassetta postale appesa con uno spago non indicava nessun nome.  Del resto non c’era giustificazione per il mio inseguimento notturno fino alla porta di casa. Men che meno a quell’ora. E se mi fossi sbagliato? Mi allontanai e poco dopo vidi accendersi una luce gialla all’estremità della casupola. Troppo tardi. Il mattino seguente tutto sarebbe sembrato più ovvio e semplicemente non ci avrei pensato più.
«Non vada scalzo chi semina spine», così si concludeva la nostra fiaba. D’altra parte che spine stavo seminando? A quell’ora della notte l’unica cosa certa  era che non volevo tornare a casa, sentire il freddo avvolgermi, aspettare che la gatta trovasse comodo l’incavo delle mie ginocchia prima di addormentarci insieme.

Tornai sulle strade ormai luccicanti e vuote, ripassai nella piazza dove il corteo aveva lasciato a terra qualche fazzoletto di carta tricolore, inseguii un’auto che mi pareva potesse essere quella di Caterina, una ragazza che avevo rivisto senza poter ricordare le nostre fughe in ascensore …Avevamo quindici anni e nella notte l’ascensore era diventato il nostro pied-à-terre. Un’alcova stretta e sicura. Bastava farlo arrivare alle soffitte, infilare un quaderno tra le porte e se per sfortuna qualcuno l’avesse richiamato, c’era tutto il tempo di sistemarci, togliere il quaderno e rispedire l’alcova da basso. Non accadde mai.
Alle due  la birreria doveva aver chiuso, ma quando ripassai davanti alle vetrate vidi in fondo al locale una lucetta accesa. Scesi e mi affacciai.

Una partita a poker

Le porte erano chiuse e stavo tornando indietro quando mi sentii chiamare. Fabio aveva sporto la testa. «Arrivi al momento giusto» disse sottotono. «Leone va via, abbiamo bisogno di qualcuno che faccia il quarto…». Il poker era nelle corde dei ritardatari. Ma prima di sedermi al tavolo Fabio mi spiegò che era una serata speciale perché c’era un nuovo arrivato, un presuntuoso, uno che si giocava due, tremila euro per volta, perdendo quasi sempre.
«Se pensi che abbia due o tremila euro da buttare sei uscito di melone», gli buttai lì chiedendogli una birra. «Non preoccuparti, i soldi te li presto io adesso. Se vinci, in coppia con Sandro, a voi tocca il venti per cento. Se perdete, pago io tutto, il tetto è di tremila».

Non c’era voluto molto per spiegare l’arcano. Si trattava di spennare l’ultimo arrivato che a quanto pare non lesinava su niente. Fatti suoi, mi dissi, mentre mi presentavano al tavolo. Il tipo, un uomo sulla cinquantina, segaligno, un blazer grigio sulla camicia aperta azzurrina targata Corneliani, mi spalancò un ampio sorriso mentre chiudeva la raggera delle sue carte. Sandro mi dette un’occhiata e poi guardò serio Fabio che, a sua volta, fece un cenno.
«Non sono un grande giocatore» dissi sedendomi appena concluso il giro. Sul tavolo c’erano solo alcuni gettoni di colore diverso. Sandro mi ragguagliò sul loro valore con grande cortesia. Aveva la voce suadente, il lessico pretenzioso di chi voleva fingersi di un’altra classe sociale. Colsi un bagliore negli occhi della vittima, un certo Adam Sanesi.
«Il limite è di duecento a puntata», aggiunse Sandro.

 Calò subito il silenzio. La partita sarebbe andata avanti finché uno dei giocatori non fosse rimasto all’asciutto e se si proseguiva senza intoppi avremmo smesso alle cinque in punto. Accadesse quel che doveva accadere. Per me era una passeggiata: di Fabio mi fidavo e, d’altra parte, tremila euro potevo racimolarli allo sportello bancario se proprio avessi dovuto. Ma non sarebbe accaduto. Fabio prese una sedia e si sedette alle spalle di Sandro. Era l’unico spettatore.
C’era la possibilità che la posizione delle dita sulle carte fossero dei segnali (così mi aveva spiegato uno zio che qualche esperienza ce l’aveva; in fondo tutta la mia erudizione in materia era nata giocando con lui o contro di lui), e in questo caso rimaneva comunque da stabilire se il ruolo di Fabio fosse unicamente quello dello spettatore e finanziatore.
Quanto a me non avrei saputo decifrare un bel niente. Il mio ruolo era quello di aumentare la puntata seguendo la strategia di Sandro ed evitare così che il nostro uomo se la cavasse con qualche centinaio di euro. E’ vero, il modo con cui mi erano state presentate le cose non era corretto, ma chiunque poteva fare lo stesso senza trasgredire alcuna regola del poker. L’uomo in Corneliani doveva essere abbastanza esperto per saperlo, così come il quarto giocatore che conoscevo soltanto di vista: un certo Peter, un tipo di poche parole chiamato “il muto”.

 La questione di fondo era che sia Adam Sanesi che Fabio erano disposti a spendere, e Sandro aveva fama di essere un gran giocatore.
Mentre giravano le carte della prima mano mi sorpresi a pensare che Fabio doveva avere una fiducia assoluta nel suo giocatore perché, se mai fosse accaduto che il nuovo arrivato avesse avuto un accordo con Sandro per dividere le proprie vincite, ne sarebbe uscita una truffa o addirittura una faida. Una cosa in cui non ci avrei mai messo becco.
Nel giro di mezz’ora vinsi una bella cifra e benché sapessi che i soldi non erano miei, ebbi una scarica di adrenalina. In un attimo quella serata zeppa di imprevisti noiosi mi trasformò in un giocatore che guardava l’orologio con dispetto. Proprio non avrei voluto che fossero già le tre di notte. Tra me e Sandro ero quello che aveva la meglio e mentre le fiches sul suo tavolo si erano dimezzate, le mie erano pericolanti per l’altezza delle loro torri imbastite. Degli altri due era  Peter ad essere messo male, mentre lo sconosciuto aveva quasi la mia fortuna. Inaspettatamente Fabio a quel punto mi disse che Non sapeva se meritavo quel successo.

Le cose cambiarono però in un battibaleno.

(3 – Continua)

2 / Paul Auster e i tre cedri

(2- segue)

Napoli andata e ritorno

«Vagamente è troppo poco».
«C’era un principe se non sbaglio che cercava la sua sposa e la trovò nei frutti di cedro…»
«E’ così o meglio…Se non vogliamo fare di ogni erba un fascio le cose sono più interessanti. Allora…La storia dice che il padre, il Re in questione, voleva una discendenza ma il figlio, il principe Cenzullo, non ne voleva sapere. Un bel giorno tagliando una ricotta si ferì a un dito e fu affascinato dal sangue sgorgato sul latte. Sta di fatto che in quel momento decise di partire per cercare una ragazza bianca e rossa come quel latte…»
«In genere – interruppi – il principe cerca tre mele rosse e quando le apre sente una vocina, ecco allora spuntare la fata.»
«Già, ma nel nostro caso Cenzullo naviga mari, perlustra terre e alla fine capita nell’isola delle Orche dove incontra due vecchie che gli consigliano di scappare lontano: “Squaglia di qua se non vuoi servir da merenda”, dice la seconda vecchia. Ma saprai che questo ricordo mi viene dal mio caro Croce, che ha tradotto  dal napoletano il libro…. saprai che Basile scrisse le fiabe nel milleseicento…».

La mia irritazione a quel punto gareggiava con la curiosità. Partito con l’intenzione di raccontare i modelli della fiaba nel nostro gruppo di lettura, mi toccava risentire una storia che avevo letto almeno tre o quattro volte. Ugualmente, mentre lo invitavo fuori dal locale per poterci accendere una sigaretta, mi resi conto che per Augusto  sarebbe stato umiliante se non lo avessi fatto finire. Così mi raccontò del terzo incontro decisivo, di come alla fine Cenzullo si trovò in un boschetto “dove le ombre facevano palazzo ai prati perché non fossero veduti dal sole”. Smontato da cavallo vicino ad una fontana il ragazzo cominciò a tagliare il primo cedro vedendo spuntare la fata che gli chiese da bere, e troppo meravigliato per la sorpresa, la vide anche scomparire.

«Sì – continuò – anche qui il numero tre è magico. Solo all’ultimo momento intagliando il terzo cedro avviene il miracolo. Esce la fata, chiede di poter bere, e lui gli porge l’acqua. Ecco allora una bellezza paragonata alla soppressata di Nola e al prosciutto d’Abruzzo. Ma è nuda e così decide di nascondere la fata sopra un albero; riprende il cavallo e va a preparare le nozze dicendole che tornerà con i vestiti che debbono vestire le principesse. Il resto è noto…»

Non ero affatto d’accordo. Il resto era importante ma il professore in un attimo si era rabbuiato come se gli fosse venuto in mente qualcosa di sgradevole. Tirò fuori da una scatola un sigaro e ci volle un minuto buono per scartarlo e accenderlo. A quel punto io avevo cominciato a raccontargli quanta importanza avesse dato Paul Auster alla narrazione orale e come in alcuni romanzi si ritrovassero le stesse situazioni della fiaba. Certo la conclusione dello scrittore non poteva essere la serenità ritrovata, i denari disseppelliti eccetera eccetera…Anzi i protagonisti non concludevano la ricerca o quando lo facevano il finale non era consolatorio.

Avevo l’impressione che Augusto non mi ascoltasse più; rientrammo al caldo della birreria, e questa volta il mio amico ordinò due whisky, chiedendomi soltanto dopo se volevo altro.
«La storia di Cenzullo – riprese con una voce mogia che non gli conoscevo – è che quando arriva alla fontana non trova più la fata ma la saracena, la serva che ha preso il suo posto e così torna al paese scornato con una sposa miserabile, o come dice lei stessa “un anno faccia bianca, un anno culo nero”».
«Dimentica una parte professore…»
«Mah…a me sembra che la sostanza sia questa».
«La colomba e il finale sono importanti»
«Già…fossero rose e colombe, lo sarebbe…»

Non raccolsi il commento. Dissi: «La saracena alla fontana ha infilato uno spillone in testa alla fata e subito una colomba è volata via mentre l’infingarda ha preso il suo posto. E poi il finale, lo sa meglio di me, è decisivo. Quando celebrano il matrimonio con la serva nera appare una colomba che la saracena fa uccidere per mangiarsela. Allora il cuoco…»
«…Il cuoco esegue l’ordine e butta via l’acqua della bollitura nel cortile. Tre giorni dopo sorge un cedro e nel giro di altre tre giornate spuntano i frutti. Il Re vuole mangiarli ma ecco che gli nascono di fronte una, due, tre fate. L’ultima è quella di Cenzullo. La serva è messa al rogo e la fata diventa principessa».
«Allora se la ricordava!»

«Un altro!» Augusto voltò la sedia verso di me: «Mi faresti un piacere se fossi meno formale. Manca solo che mi dai del ‘voi’ come nel Ventennio…».
Mi raccontò che quella fiaba la conosceva quasi a memoria ma che per lui la storia finiva quando la saracena prendeva il posto che non le spettava. 
C’era stato un giorno, mi disse Augusto, in cui aveva lasciato casa:

«Fu subito dopo l’università ma ero un Cenzullo che non sapeva dove andare e che non aveva neppure l’auto. Sono salito su un treno e mi sono detto che sarei andato giù fino a Napoli dove un amico mi aveva invitato qualche mese prima.  Non sapevo se davvero sarei andato a trovarlo, ero soltanto disgustato per quello che mi succedeva intorno. La fidanzata aveva rotto tirando in ballo delle storie ridicole e, per rincarare la dose, avevo perso il posto di supplente dai salesiani nel momento in cui ne avevo più bisogno».
Mi chiedevo se il giorno dopo si sarebbe pentito di questa confessione. Cercai di scherzarci sopra e siccome non la smetteva, alla fine mi dissi che non toccava a me togliermi dall’imbarazzo.

Mi parlò di una certa Sara, di una ragazza che aveva conosciuto tramite il suo compagno di studi. Sembrava che andassero d’accordo e «un bel giorno – riprese – eccomi convinto…Ah  c’era un albero di fichi nel cortile dove viveva, era da vedere, ritorto come un ricamo abbandonato, sembrava davvero di stare fianco a fianco al Basile. Ma i soldi stavano per finire. Me ne sono andato e sono tornato la settimana successiva. Al suo posto non c’era nessuna saracena e men che meno una serva. Lei era esattamente la stessa, bianca e rossa, trecce nere, un culo che faceva girare la testa anche agli asini».
Augusto si fermò qui. Si rimise il giubbotto, andò alla cassa dove non riuscii a pagare nulla di quanto avevamo ordinato.

(2 – continua)

J.Heiden (part.)

Paul Auster e i tre cedri

Una sera, non molto tempo fa, volevo raccontare una storia.  Immaginavo di farlo intorno a un tavolo, come un tempo davanti a un camino. Gli ingredienti c’erano tutti e ad essere sinceri ricalcavano un cliché che avevo sempre trovato fastidioso: una notte piovosa, il vento che spazzava le prime foglie cadute, la giornata festiva che sarebbe seguita. Ma dopotutto non dipendeva da me. La storia che volevo raccontare parlava di uno scrittore, dei suoi personaggi vagabondi e di quanto  quei vagabondi assomigliassero agli eroi delle fiabe. Ero rimasto nell’incertezza fino all’ultimo. Mi dicevo che le fiabe erano – e letteralmente sono – storie troppo vecchie per piacere o sorprendere davanti alla mole di immagini e intrecci dei romanzi.

Ad ogni modo mi trovavo ormai sul posto. Accese le luci, acceso il fuoco nella stufa, mi ero messo a sedere. Ma dopo una decina di minuti ancora non  vedevo nessuno. Un corteo celebrativo con fiaccole e microfoni aperti era passato davanti alla casa sciogliendo nell’aria un brusio sottile come una polvere e poco dopo si era slacciato in una piazza cupa, troppo grande anche per le celebrazioni.

Così ero salito in auto pensando che una partita a biliardo non sarebbe stata una cattiva idea. In città c’era un locale con undici tavoli di biliardo aperto sette notti su sette. Le tende scure che drappeggiavano le pareti, i neon accesi sui panni verdi e un vecchio mobile intarsiato dove i proprietari tenevano i giochi della dama e degli scacchi, mi rendevano familiare l’atmosfera di un vecchio film. Se Paul Newman fosse improvvisamente entrato, labbra increspate, occhi luminosi e stecca alla mano, avremmo cercato di vedere dov’era la cinepresa, lasciando in disparte il tempo e qualsiasi brandello di ragione.

Quando Augusto mi venne incontro all’ingresso abbracciandomi non avevo ancora raggiunto il biliardo e, senza lasciarmi dire niente di più di qualche saluto, mi invitò al suo tavolo.
Augusto era stato mio insegnante e neppure trent’anni prima assomigliava al suo nome. Piccolo, macilento,  la faccia rossa intaccata da due rughe alle guance… Ora con il giubbotto di velluto e la barba bianca  fin sotto gli occhi, sembrava più a un pastore che ad un insegnante in pensione. Mi resi immediatamente conto  che il professore mi parlava come fossero passati pochi giorni dal momento in cui avevo lasciato la scuola.
Dopo aver ordinato due birre cominciò a interrogarmi. Da dove arrivavo a quell’ora della notte? Davvero insegnavo anch’io? Avevo in mente di raffrontare i vagabondi delle fiabe con Paul Auster e magari anche con Samuel Beckett, infilandomi in un ginepraio di citazioni? Ero troppo colto o troppo ingenuo? E perché non avevo continuato a scrivere quelle poesie?

Augusto era uno dei miei primi lettori e probabilmente tanto gli era bastato, o forse, semplicemente, non aveva avuto notizia di quello che avevo scritto dopo.
«Te la ricordi la fiaba di Basile? Voglio dire Il Pentamerone…La fiaba dei Tre cedri che vi avevo spiegato guardando quei pioppi andati a male nel cortile?»
Mi fece la domanda mentre seguiva con gli occhi la ragazza che ci aveva appena serviti.
La ricordavo ma in quel momento mi infastidiva il suo tono e la voglia di salire in cattedra. Dissi: «Vagamente…»

(1 – continua)

© Riproduzione riservata

E. Hopper (particolare)

Borne, solo con la Bellezza

La campagna era bella
come un arazzo
di mille fili
frementi in un incendio
 
Io vorrei che la terra
non fosse che un arazzo sul muro
e che mai cadano foglie
e che mai muoia
quella figura rappresa nel suo gesto
 
Io vorrei
che la terra rimanga semplice selvaggina
tra i denti del sole
 
Alain Borne, La campagna era bella, traduzione Marco Conti, da Seul avec la beauté, Voix D’Encre, 1992.

Borne, poeta francese nato nel 1915, è autore di diverse raccolte di liriche. Morì nel 1962. In questo blog si può leggere un breve saggio sul volume “Poeta al suo tavolo” curato da Lucetta Frisa (ed. Joker), unica edizione italiana della sua opera.
 

M.C. Escher, “Pozzanghera”, 1952