Poeti nascosti o dimenticati – 6

Manoscritto cinquecentesco con esempli di calligrafie artistiche

Forugh Farrokhzad

Nessuno pensa ai fiori
nessuno pensa ai pesci
nessuno vuole credere
che il giardino sta morendo
che il suo cuore sotto il sole
si sta gonfiando
e la sua memoria lentamente
si svuota del ricordo del verde
e il suo seme sembra qualcosa di astratto
che si consuma in solitudine.
Il cortile della nostra casa è solo
il cortile della nostra casa
sbadiglia in attesa di una pioggia sconosciuta
e la vasca nel giardino di casa è vuota.
Piccole stelle ingenue
dall’alto degli alberi cadono a terra
e dalle pallide finestre della casa dei pesci
di notte giungono colpi di tosse.
Il cortile della nostra casa è solo
(…)
Forugh Farrokhzad, da “Mi fa pena il giardino“, trad. F. Mardani,  in Poesia n. 197, Crocetti, 2005

Sandro Florio

Ti ho saccheggiato stanotte paese di neve
barricato come una fortezza e chiuso come un monastero.
Le strade trafitte dagli zoccoli e maledette parole.
Gli strazi dell’inverno su solitarie stelle
e il tuo arruffato cielo urlante.
Ti ho saccheggiato con un’immensa espiazione
seduto su una delle tue finestre nebbiose
avvolto tra le sporche piume della mia svanita felicità.

Sandro Florio, “Poesie da casa“, Nuovi Argomenti, luglio-dicembre 1980. Garzanti https://www.garzanti.it/

Tomiyasu Füsei

Minuscolo, un fazzoletto di giardino:
malata, vi cade,
immensa,
una foglia
 
Tomiyasu Füsei, Minuscolo.
.., in Cento haiku, Longanesi, 1982

Louise Glück

C’era un melo nel cortile –
questo sarà stato
quarant’anni fa – dietro,
solo campi. Macchie
di crochi nell’erba umida.
Stavo in quella finestra:
fine aprile. Fiori
primaverili nel cortile del vicino.
Quante volte l’albero fiorì
davvero al mio compleanno,
proprio quel giorno, non
prima, non dopo? Sostituzione
dell’immutabile
per ciò che scorre, che evolve.
Sostituzione dell’immagine
per la terra spietata. Cosa
so di questo luogo,
il ruolo dell’albero per tre decenni
assolto da un bonsai, voci
che salgono dai campi di tennis…
Prati. Odore di erba alta, appena tagliata.
Come ci si aspetta da un poeta lirico.
Guardiamo il mondo una volta, nell’infanzia.
Il resto è memoria.
Louise Glück, “Nostos”, trad. M. Bacigalupo, in Poesia, N. 170, Crocetti

Mela cotogna. ill. codice medievale

Alfredo Giuliani

Fu nella calma resurrezione dopo la pioggia
l’asfalto rifletteva tutte le nostre macchie
un lungo addio volò come un acrobata
dalla piazza al monte
e l’attimo sparì di volto in volto
s’accesero i fanali e si levò la buia torre
contro la nostra debolezza
i secoli non ci hanno disfatti
 
Alfredo Giuliani, “Resurrezione dopo la pioggia”, da Chi l’avrebbe detto, Einaudi,1973

Günter Kunert

Le devastazioni più gravi
arrivano sotto la superficie e restano
dapprima invisibili.
Sprofondati i luoghi di tanti incontri.
Cave a gradoni in mezzo alle pianure
non scandagliate. A tumuli cresce l’erba
ma sotto stanno giusto tombe.
Facciate ancora ma dietro
le tendine già niente. E al legno assente
speculativa aderisce
l’impiallacciatura.
Vero non è più niente:
apri la porta
e non ti trovi in nessun posto. Apri
un libro e non contiene che parole.
Un velo ormai tuo fratello
e si muove intorno leggero
come certa carta. Quando
s’aprono i frutti
cadono mondi che mai fioriranno:
le fatiche della devastazione
hanno raggiunto il nocciolo che appare
quasi un cervello
minuscolo tra pollice e indice
facile da sbriciolare.
 
Günter Kunert, “Notizie dalla provincia”, trad. G. Cusatelli, da In viaggio verso Utopia, in Almanacco dello Specchio, n. 8, Mondadori 1979

Lettere, Art Brut

Kenneth Koch

Un giorno i Sostantivi facevano crocchio per strada.
Passò di lì un Aggettivo, bellezza oscura.
I Sostantivi ne furono colpiti, commossi, cambiati.
Il giorno seguente giunse in macchina un Verbo, e creò la frase.
Ogni Frase dice una cosa – ad esempio “Benché fosse un giorno
bigio e piovoso quando l’Aggettivo passò di qui,
ricorderò finché scampo la pura la dolce espressione
che aveva in volto lasciando la verde, vera terra”.
Oppure: “Puoi chiudere la finestra, per favore, Andrea?”
O ad esempio: “Grazie, il vaso di fiori rosa sul davanzale
di recente è trascolorato al giallo smorto per il calore
emesso dalla fabbrica di boiler che c’è lì vicino.”
In primavera le Frasi e i Sostantivi se ne stavano sdraiati in silenzio sull’erba.
Una solinga Congiunzione gridava qui e là: E! Ma!”
Ma l’Aggettivo non si faceva vedere.
Come l’Aggettivo è perso nella frase,
così sono io perso nei tuoi occhi, orecchi, naso e gola…
Mi hai stregato con un bacio solo
che non potrà mai essere disfatto
fino a quando non sarà annientato il linguaggio.
 
Kenneth Koch, “Indelebilmente”, trad. D. Abeni, da Nuovi Argomenti, n° 37, 2007.

Arte Postale

Roberto Juarroz

Si deve cadere e non si può scegliere dove
Ma c’è una forma del vento nei capelli,
una pausa del tonfo,
un certo angolo del braccio
che possiamo piegare mentre cadiamo
È soltanto l’estremo di un segno,
la punta imprevista di un pensiero
Ma basta ad evitare la conca avara di alcune mani
e la miseria azzurra di un Dio deserto
Si tratta di piegare un po’ di più una virgola
in un testo che non possiamo correggere.

Roberto Juarroz, “L’estremo di un segno” da Poesia Vertical, Catedra, 2012

Poeti dimenticati o nascosti – 5

Questa quinta sequenza ha probabilmente necessità di qualche premessa, che risulterà utile a spiegare perché, occasionalmente, ho già  inserito alcuni nomi – come Eugène Guillevic e  André de Bouchet, nella casistica. Ora tocca a Michel Butor e a Massimo Bontempelli…Ho voluto includere questi nomi per svariate ragioni: Eugène Guillevic è stato tra i maggiori poeti francesi del secondo Novecento, ma in Italia e altrove non ha avuto traduzioni (una con Scheiwiller in Italia) per la distanza della sua poesia dal pubblico più tradizionale. Lo stesso non vale per de Bouchet; tuttavia  a parte la rarefazione delle traduzioni, in Francia oggi appare marginale. Michel Butor è tra i maggiori autori del nouveau roman. Ugualmente le sue poesie sono poco frequentate. Gallimard ha editato una antologia che risulta poca cosa rispetto alla monumentalità della sua opera in versi, mentre per Bontempelli vale a metà il discorso fatto con Butor: la sua opera narrativa continua a troneggiare nella storia della letteratura italiana (a ragione), ma le sue poesie restano uno sfizio o poco più per gli specialisti dell’opera. Infine…Poco cale…la pergamena virtuale non ruba neppure la carta! (la sequenza riprende qui le lettere A-B)

Alida Airaghi

Perché tardi? Da sempre sono qui,
o così sembra alle mie dita inquiete
che tormentano le tasche
del vecchio impermeabile. E’ giorno fatto.
 
L’oscura primavera smuove appena
l’acqua del lago attento.
Nulla finisce, o tutto, se immobile
decido di non esserci.
 
Alida Airaghi, da “Omaggi” in Nuovi poeti italiani, Einaudi, 2012

Bernard Atmani

Non si conta più il numero delle parole morte o ferite sui campi di battaglia.
Nel vasto cimitero delle parole, si vede sfilare ogni giorno una folla di parole
storpiate, parole con una gamba sola, che vengono a deporre in silenzio una bracciata
di fiori sulla tomba della parola ignota.
 
Bernard Atmani, “Il cimitero delle parole”, trad. M. Conti da “ Mi chiamo gioco” in La tortue-lièvre, n. 70, 2008

Bernardo Atxaga

Nessuno raffigurerebbe questo sole sabato pomeriggio
come una tigre con la bocca piena di fuoco,
né come una grande lampadina, nemmeno
i bambini della scuola, così piccoli.
 
Questo sabato il sole è un sacchetto, di pomeriggio,
con dentro tante campanelle e caramelle;
i suoi raggi bisbigliano nel cielo, mentre ruotano,
come i raggi di una bicicletta nuova.
 
E le ciminiere delle fabbriche dormono,
la gente parla di calcio, la biancheria
fluttua sui fili stesi alle finestre;
 
(E Ainoha passeggia per queste dolci strade
con un vestito di vaniglia e fragola.)
 
Bernardo Atxaga, “Famiglia III”, trad. G. Soria, da Dall’altra parte della frontiera, Guanda, 2003

Dino Azzalin

Qui sono le parole che contano,
vengono, vanno, scendono, salgono,
poche volte si fermano al posto giusto.
D’inverno si attorcigliano sulla lingua
come sciarpe, d’autunno sono come
fiamme nel camino. Le cerco, le bacio, le rompo,
sillabe, vocali, amanti, fratelli.
Una storia, un dolore, mutano perché una
parola è stata cambiata di posto o perché un’altra
si è accovacciata come un bimbo dentro
un verso o una frase, dove non era attesa.
Quella parola è rimasta ubbidiente a dare un senso
all’istante, al giorno, o alla sola voce,
poi è scappata, come un gioco.
La poesia è mia sorella, mia semina
d’aprile, mia speranza stropicciata,
mia eterna fedeltà, e i miei frutti d’estate sono qui
sulla tua bocca, dentro le parole che dirai.
 
Dino Azzalin, “Qui sono le parole che contano” 1979, in Poesia, n. 215, Crocetti, 2007

Erbario del XVI secolo

Massimo Bontempelli

Piccoli uccelli dell’Ovest
spinti dal fumigare delle rose
dentro un piovere di petali fitto,
di là dalla pioggia son veli di sole.

Ogni coda ha nove penne
ogni penna ha nove colori
gli uccelli dell’Ovest
sono novantamila.

Una penna è caduta su una zattera
un’altra posa sul fumo rosa
una naviga in mezzo alle viole
ma l’ultima penna serpeggia tra i primi veli di sole.

Pioggia obliqua delle violazzurre
volo obliquo dei piccoli uccelli
non la notte li scompiglia
nessun’alba li dissolve.

E in cima a tutto c’è il Sole.
Addosso al sole
sta la cornice di ferro
rigida.

Massimo Bontempelli, “Vetrate, 1”, da Il purosangue. L’ubriaco. Poesie nuove. 1919

Leonardo da Vinci, Codice del volo. Biblioteca Reale, Torino

Augusto Blotto

Il Novecento

Riposeranno ancora da coltri intraviste
i canti, i bambini, i pappagalli che chiamavano
mamma nella sonorità semindustriale dei cortili
– nostro Piemonte com’eri pacifico
da fabbrichette, nei miei paraggi, caldo
e seminato, con i voli, una cotogna
ai miei guanciali e alla mia bella frutta –
di luglio, unti di loto e bianca di cose
traboccava la notte da quei casamenti
elevati e stagnava col chiacchierìo di tutti
fino al fiume di silenzi e canzoni improvvise,
cani tram lungi, tutto un popolo come
una pesca rilasciantesi attorno vago
di bambine, foglie, luna rosa e bel
luglio e si sta sereni di sfinitezza
guardandoci le mani potenti e assillate.
S’aveva mato, s’aveva lavorato: si riposava
e il fianco era la terra, bruna di molto e luna
amante e il vago rorido alle case
e agli argini tra le erbe provate:
                                                   una maschile
severità di lampioni in cammino (strada ignota)
verso la campagna terrosa era solida
di treni periodicamente a scuotere i cinema,
e rossi luci come sigarette (…)
 
Augusto Blotto, da “Vuoti occhi” (1950-’52) in Il 1950, civile, Rebellato, 1959

La vivente uniformità dell’animale

Nulla è perduto: la compagnia
del mio corpo ai colli saprà seguitare
la vista, l’accomiatare (scalini scesi)
cercherà odori d’angolo e la nobiltà
riflessiva userà a quella pace il vigore
necessario: pontili di città
schierati rugiadosi, velari o filiera
disserrano il remoto marino delle aurore

Augusto Blotto, “Nulla è perduto” da La vivente uniformità dell’animale, con un saggio introduttivo di Stefano Agosti, Manni, 2003

Ve l’avevo detto!; che il sole – smorto
come soltanto il bianco caldo felìcia,
sopra i bitumi, le grasse
curve a sobborghi o raccordi – una vela
arancione pulsa o filigrana, quasi
un volo d’uccelli carnei sciacqui a mattino
il biascio, nel carminietto di smalto
d’un bacino caratteristico, a tramoggia;
e soprattutto che gli aghetti di solfore
da ferriera appaciano mercati, tricicli
o furgoni appena ricciolati d’oro, nostra
consuetudine che pendaglia passi
al disserrare verso città, il vero
avendo continuato a riconoscerlo
(oppure balbando fronte a tocchettarlo, basiti
come lacrimuccia di catarro, o ligneo accenno di sudore
sotto giacca patalonante., soverchia)
scossi leggermente, in briglia, dalla possa di quel deposito
cospicuo, o orca, o oceanico, che deteniamo
alle spalle e accanto e ci brusisce
mentre la mano raffaelllitica non conosce mica più bene
il cognome che ci designa e da un momento all’altro
può entrare in gioco (…)
Augusto Blotto, “La vivente uniformità dell’animale”, saggio introduttivo di Stefano Agosti, Manni, 2003

Ornithiaca di Dionisio di Filadelfia. II secolo a.C. Disegni del relativo codice Vindobonensis

Michel Butor

Siamo
persi fra
i semi d’una
gigantesca
polvere dura
 
come quella d’una
mola che si consuma,
ciascuno
dei semi molati
dal tempo, il
vento, la
polvere, da
 
una goccia
d’acqua persa che
s’è
infiltrata, che,
la notte
gela
facendo scoppiare
una scaglia
 
 
mentre
le nubi
accerchiano le
cime,
 
cambiando forma,
fanno cambiare di forma
le macchie chiare
della luna, fanno
 
cambiare, il giorno,
lo spessore
delle ombre,
 
l’importanza
delle fenditure,
 
velano o svelano
le ferite delle
 
pietre, sotto la mola
della luce che
trasforma tutto in
polvere.
 
 M. Butor, da Illustrations, I (estrapolazione), trad M. Conti, da Poèsie 1, Editios de la Différence, 2006

Erbario. Dioscoride di Matthioli

I tuoi occhi sono grevi come carboni

I tuoi occhi sono grevi come carboni
E larghi, perfetti
come selci tagliate
Ma i frutti degli alberi
Sono più belli ancora
E noi non saremo mai
Come
frutti d’alberi
Se non posso renderti ancora più bella
Di tutti i frutti degli alberi
A cosa ti servirò e tu
Non sei l’impossibilità stessa
Se non puoi farmi albero
Sul quale tu stessa
Fruttifichi

Michel Butor, da “La Banlieu de l’aube à l’aurore”, trad. M. Conti, in IV Poésie, Editions de la Différence, 2006.

Samuel Brussel

Miniatura

l’erba è cresciuta e copre le rotaie
lo spirito s’esercita a ricostruire
a nominare questo “passaggio” il luogo della tua
infanzia tanti fantasmi in agguato intorno
l’edificio il rovo trattiene nella sua
mascella di pietra e smalto –  ferma il tuo
sguardo: un bambino ti supplica con gli occhi
su quest’anima cento volte hai portato
la lama ora tu devi incidere
la tacca nel tronco dove “ricordo”
attraverso una vegetazione amara
non conserva che l’espressione d’una fine
 
Samuel Brussel, “Memoria” trad. M. Conti da Sosta lungo il percorso e altre poesie in Almanacco dello Specchio, 1989, Mondadori
 


 


 


 

Poeti dimenticati o nascosti – 4

Roberto Borra

Roberto Bertoldo

Arrendersi è una forza eretica,
dai monti anche il sole
dichiara la sua bestemmia.
E’ irrisorio screziare il cielo
con il nostro ultimo sangue
e se versiamo nel mare la chioma
che ha il verbo del cuore
venti gabbiani cancellano la devozione.
 
Roberto Bertoldo, “Arrendersi è una forza eretica” da La pergamena dei ribelli, Joker, 2011

Il mondo è ligio agli ordini dei capitani

Il mondo è ligio agli ordini dei capitani
che impiantano l’odio sui drappi e sulle monete:
le stelle litigano sulla carcassa del mare,
spezzano l’appello dei gabbiani, unghie di vento
forgiano cirri sul frontespizio delle onde,
nel rimessaggio del dolore sono saccenti
gli uomini con il pastrano, ma noi abbiamo
i loro bottoni d’avorio, ancora: i requiem
disfatti per la grandezza del coturno.
Un barlume ci appesta ed è il sole
trogolo per i nostri dipinti di felicità,
una tronchesina non basta per gli steccati
e nemmeno per le gole dei capitani.
Ci armiamo di incesti, noi figli dello stupro,
brandiamo le bombette come orinatoi,
si sente vacillare la tesa, nell’ora delle paure
divengono percosse, ma abbiamo schiene di tartaruga,
il male è un sorriso che scopre i denti,
è bianco l’orgoglio, da dentro le bocche
germogliano i confini.
Roberto Bertoldo, “IL mondo è ligio agli ordini dei capitani” da La pergamena dei ribelli, Joker, 2011

Angeli

Non ha significato nulla, per loro,
quella nebbia che si è alzata tra i pioppi,
né quel bosco che una volta
discesero tenendosi alle felci.
Sono balordi che ingrigiano
anche dentro. Fanno la spola
da una nuvola all’altra
e respirano solo aria di bergamotti.
Non dite loro qual è il significato
della passiflora né il profumo
che l’adagia sulle bestemmie.
 
Roberto Bertoldo, “Angeli”, da La pergamena dei ribelli, Mimesis, Hebenon, 2006

Chema Madoz

Alfredo De Palchi

Non li scrive i versi sul quaderno
della spesa a debito
il salterio dei poveri
li dice terragni
con inventiva anarchica, non fregi,
crudi che puzzano di letame nell’orto, del sigaro
monco, di corrosione…
– Niente
ti nausea quanto la scodella
di cioccolata alla prima
comunione; il prete mangia carne cotta
…nell’acqua –
commenta sardonico – e alla domenica con l’afa
mi carica sulla bicicletta
da corsa. In camicia senza colletto
e le mollette per la biancheria ai calzoni
dice la città: – Roma Parigi… –
e pedala
steso sulla mia schiena (il suo cappello
alto e largo mi fa ombra alla rapa oltre
il manubrio)
i piedi rattrappiti
in riparo tra fette di bambagia
nelle scarpe di pezza sforbiciate: – Lo vedi
da ogni direzione il campanile
carnivoro: ha poiane nei buchi -.
Alfredo de Palchi, da “L’assenza” (1954) in Paradigma, Mimesis Hebenon, 2006.

Quanto dannarmi

Quanto dannarmi…
di notte passeggio
senza camicia, con il foulard la giacca
di cammello le scarpe da tennis
– la sigaretta mi stordisce
alle vetrine reggipetti
mutandine, umido nylon che mi addossa
un sapore di bocca seno cosce;
guardo chi viene, non dico, la guardo
annuso la sottana
e ho nostalgia di me
dentro il tuo corpo
sinagoga.

Alfredo De Palchi “Quanto dannarmi”
, da Le viziose avversioni (1951-1996) in Paradigma, Mimesis Hebenon, 2006

Eric Mongeon

Michael Donhauser

Mattino è quando vedo e attendo.
Comincia con un primo grigiore, una pallida trasparenza.
E’ piuttosto esitante, velato all’inizio.
Non lo spuntare improvviso che debba essere annunciato.
Libera il giorno con lentezza, isola i rumori.
Riduce le parole a sottotitoli del suo muto lavorio.
O ripete nelle tracce l’esempio del gallo antico.
Nel tintinnio delle casse di birra, nello sbattere di porte.
Manca altrimenti ogni punto di riferimento.
Dissolve ogni memoria a vantaggio della visibilità.
Dell’evidenza, della facciata.
Di esso mi resta infine soltanto un presentimento.
Come di un mattino. Come fosse mattino di un mattino.

Michael Donhauser, “Il mattino”, trad. G. B. Bucciol, in “Poesia”, Crocetti, 2007


Maciek Lesniak

Juan Gelman

In ogni punto, un volto
di me che non è mio. Che tacciano
le finestre, il mondo.
Cosa faccio qui ai piedi di una parola
che non si lascia dire?
Inutile inseguirla, lei sa
che la sua unica casa è se stessa.
Non capirò mai come cantano i grilli
che cesellano la notte.
In quell’animaletto è racchiusa
la lontananza di esserci. La notte
che mi copre la mano
“autunna” fra nebbie andate
ed i motivi lenti
fanno freddo al cuore.
 
Juan Gelman, “La spirale” trad. L. Branchini, in Poesia, n. 295, Crocetti, 2014

Eugène Guillevic

La casa
Non era così grande.
 
Dipende, alla fine,
Da quel che  si chiama grande.
 
Si poteva andare
Da una stanza all’altra
Senza trovarci.
 
Così un giorno
in cui m’ero perso
Dietro la sala del consiglio
 
lei era là, accanto alla finestra,
In una stanza vuota
Dove c’era stato il sole.

Eugene Guillevic, “La casa”, trad. M. Conti, da “Autres”, in Etier, Nrf, 1980

Ci vorrebbe un piccione

Ci vorrebbe un piccione
Preferibilmente bianco
 
Fermo nell’aria
Proprio sopra di te,
 
E che restasse là,
Con te nella sera,
 
Senza agitarsi troppo
Dal momento che è là
 
Perché tutto ciò che si vede
Non smetta mai
Di precipitare
 
Nell’immobilità.
 
Eugène Guillevic, “Ci vorrebbe un piccione”,trad. M. Conti, da “Autres”, in Etier, Gallimard Nrf, 1980

Edmond Jabès

Dice che la luna è un cappello di sabbia, e calpesta la luna.
I folli hanno collere inaudite. Dice che le stelle sono picchi di sale, e sala
due volte i suoi cibi. I folli sono maghi. Penso questa canzone dormendo
tra i tuoi capelli. Dove tu m’abbandoni, io più non vedo. Egli dice anche che
con le nostre mani farà una sciarpa. Ma so che mente
 
Edmond Jabès, “Canzone per una terra promessa”, trad. A. Prete, da Canzoni per il pasto dell’orco, edizioni di barbablù, 1985

Canzone per il ritorno delle rondini

Masao Yamamoto

Se prendessi le tue braccia
e le tagliassi in quattro
tu avresti tante braccia
come fossi quattro.
 
Imperatori
e quattro imperatrici
quattro malori
e quattro ore felici.
 
Se prendessi la tua bocca
e la tagliassi in quattro
tu avresti tante bocche
come se fossi quattro.
 
Laghi
e quattro
lune
quattro maghi
e quattro dune.
 
Se prendessi il tuo cuore
e lo tagliassi in quattro
tu avresti tanti cuori
come rompessi il quattro.
 
Alveari
e quattro
fondi
quattro altari
e quattro mondi.
 
Edmond Jabès, “Canzone per il ritorno delle rondini”, trad. A. Prete, da Canzoni per il pasto dell’orco, Edizioni Barbablù, 1985

Il remo e la vela

La lettera mente alla parola che mente alla frase che mente all’autore che mente.
La lettera sogna la parola che sogna la frase che esaudisce la parola che esaudisce la lettera.
La lettera scioglie la parola che scioglie l’immagine che scioglie il giorno.
La frase orna la parola che orna la lettera che orna l’assenza.
La lettera spende la parola che spende la frase che spende il libro che spende lo scrittore che si rovina.

Edmond Jabès, da “Il remo e la vela” in “Du blanc des mots et du noir des signes” (1953-1956). Trad. M. Conti. E. Jabès, Le seuil le sable, Gallimard Nrf, 1993

autografo


 



 

La strega di Miagliano

Storia di un’eretica condannata, delle convinzioni inquisitoriali e di alcuni culti pagani

Miagliano,, 22 giugno. L’arena del Festival di Miagliano ha ospitato quattro conferenze e una lettura. Nella foto un momento del mio intervento all’inaugurazione del Festival piemontese

Giovanna di Monduro

Nel 1470 bisbigliare incantesimi e fare pronostici sul tempo e sulla vita poteva portarti diritto al rogo dell’Inquisizione. E’ quello che accadde a Miagliano dove le autorità ecclesiastiche aprirono un processo contro Giovanna Monduro, sospettata di essere una masca, ovvero una strega, con tanto di compagne di congrega. Rileggendo gli atti del processo possiamo dire con certezza una sola cosa: Giovanna aveva un caratteraccio. Distribuiva maledizioni a destra e a manca, non accettava l’arroganza dei parenti, forse aveva il talento di una protofemminista. Per sua sfortuna viveva in campagna, vale a dire in un ambiente dove le credenze pagane risalite dal mondo romano e celtico avevano una storia secolare altrettanto antica.

Una fuga fallita

Originaria di Miagliano, sposata a un  miaglianese, viveva a Salussola col marito e un figlio facendo ora la contadina, ora la filatrice. Non sappiamo che età avesse ma la sua presunta adesione alla mascaria risaliva – a sentire lei, sottoposta a tortura – almeno a ventidue anni prima del processo che la condannò. Soltanto un anno dopo (segno che qualcosa non andava come di prammatica) venne bruciata al confine tra Miagliano e Tollegno.
La storia di questo processo entra nel merito il 5 febbraio del 1470 quando Giovanna  venne fermata a Salussola da un aiutante del vicario mentre tentava di fuggire. La donna sapeva che la sua libertà era ormai appesa ad un filo. Il suo nome era già stato fatto un mese prima dai suoi parenti in udienza per la morte sospetta di un nipote mentre, il giorno dopo, il 6 febbraio, le fu appioppato l’attributo di masca nella confessione di un’altra eretica: una certa Maddalena che sosteneva di essere andata al sabba con lei e di cui non si conosce la sorte. Ma certo non finì sul rogo.

Il sigillo creato per l’evento

“Non sono una strega ma…in sogno”

Inchiavardata in una cappella ancora una volta Giovanna parla a sproposito. Dice che non è una strega, ma riferisce anche che se è andata al sabba deve «essere stato per caso o in sogno». Un’affermazione incauta, a dir poco, perché gli Inquisitori sono convinti che alcune streghe usino degli unguenti per poter volare fino al luogo dei raduni. Questo è esattamente quanto emergerà in un altro processo di stregoneria, due secoli dopo, nel 1621, a Graglia, dove madre e figlia racconteranno di aver volato sopra i boschi dal Biellese fino alla Valle d’Aosta.
L’etnografia scoprirà solo nel Novecento l’effetto dell’uso di di pozioni con erbe psicotrope che portarono maghi e maghe (poiché questo sono in definitiva anche le streghe, là dove esisteva davvero un culto pagano) allo stato di incoscienza e ad avere la sensazione del volo. Oli, grassi, bevande che si accompagnano ad alcuni riti pagani rimasero nella cultura del pago e furono utilizzate dall’alto medioevo al Seicento.

Il 6 febbraio 1470

Ma torniamo ai fatti processuali. Il 6 febbraio è per Giovanna un giorno cruciale a suo discapito. E’ la stessa data in cui l’inquisitore, un certo Nicolao Costantino, domenicano, di Biella, dottore in teologia, priore a Vercelli, ascolta la testimonianza di Manfredo Vialardi, un nobile che racconta solo ciò che gli è stato riferito. E ancora una volta si parla di Giovanna che quattro anni prima facendo visita a sua nuora l’aveva messa in ansia perché Giovanna aveva fama di strega e la nuora aveva un bambino piccolo. Questa volta sarebbe però stata un’altra masca, Lanfranca, a vaticinare: «E’ inutile dare le medicine al bambino: egli vivrà ancora un anno da quando l’avete sentito gridare».
Il nobile dovette essere del tutto convinto del potere delle streghe perché commentò che il bambino morì esattamente nel giorno pronosticato.

Un pozzo stregato

L’Inquisizione si prende una pausa mentre Giovanna resta ai ferri e il 13 febbraio compare in scena un’altra teste. Si chiama Elena di Naxo, abita a Villanova, e anche in questo caso, ricorre, come un’ossessione, la presunta capacità delle streghe di uccidere i bambini. Elena parla dello stesso bambino morto di cui parlò a gennaio sua madre, Antonia, moglie di Guglielmino Monduro.  Elena depone: «Mentre passava nei pressi della nostra cascina, Giovanna disse: “Sapevo bene che (il bimbo) non avrebbe potuto vivere”». E infine testimonia che una volta, siccome l’accusata aveva una pessima fama, le negarono di poter attingere al loro pozzo e Giovanna disse che, se non avesse potuto avere quell’acqua, avrebbe fatto in modo che non potessero berla neppure gli altri.
A rigore sorge il sospetto che l’accusata, sapendo di essere considerata una strega, non perdesse occasione per vendicarsi e impaurire la gente…

Maghe e streghe operano con le erbe e gli unguenti

Processi all’invisibile

Bisogna del resto aver chiaro che questa detective-story è paradossale come sono paradossali tutti i processi dell’Inquisizione: processando la stregoneria si processa infatti l’Invisibile. Dal punto di vista della Chiesa l’invisibile faceva capo al Demonio; secondo quanti praticavano la magia l’invisibile si riferiva alle divinità pagane e dunque al demonio; per il mondo laico…al nulla.
Vale però la pena di aggiungere – a scanso di equivoci e in merito alla diffusione delle credenze – che nel giro di un mese le carte del processo di Salussola mostrano già l’esistenza di tre presunte streghe e una diffusione del credo demonologico che tocca tre villaggi: Salussola, Villanova e Miagliano.

E’ dichiarata eretica

Il sabba

Il 13 febbraio si avvicenda al tribunale anche un nuovo inquisitore, Giovanni Domenico di Cremona, ugualmente dottore in teologia che sostituisce, non si sa per quanto tempo, l’inquisitore biellese. Tocca a lui decretare che Giovanna Monduro è eretica e a proseguire investigazione per conoscere la verità. In sostanza finora si è trattato – a voler interpretare gli atti – di una sorta di “istruttoria”; ora c’è il rinvio a giudizio vero e proprio…Ma nei fatti (e soprattutto statistiche alla mano) gli innocenti accusati ingiustamente sono rari e rarissimi risulteranno dopo il Concilio tridentino.
D’altra parte l’accusata è sola, non ci saranno testi a discarico, non ci saranno uffici difensivi.
L’inquisitore prepara una serie di domande per conoscere quando  e come la masca aveva stretto il patto col diavolo, come si presentava quest’ultimo, come si chiamava, se si era accoppiata con lui e quante volte lo aveva fatto, chi erano gli altri aderenti alla mascaria (cioè la congregazione e il sabba), dove si svolgeva il raduno, quali malefici aveva fatto, con quali strumenti, quante volte, se conosceva l’arte della medicina, a quante persone e a chi aveva fatto del male.
Un “questionario” come si vede che non prende in considerazione ipotesi diverse dalla colpevolezza.

“Sono innocente”…Iniziano le torture

Il 15 febbraio non ci sono risposte perché Giovanna nega di essere masca. L’inquisizione dispone quindi che venga torturata. Ed ecco comparire ogni possibile confessione. Ma non basta. In quello stesso giorno si ascoltano  altre testimonianze a suo carico. Tre donne dicono al loro vicario che una volta c’erano nell’orto due alveari, e uno di questi pendeva vicino al terreno di Giovanna. Le chiesero di poterlo prendere ma lei disse: «Poiché non posso averlo io, farò in modo che voi non l’avrete».  E riferiscono che Giovanna si mise in ginocchio, biascicò qualcosa, forse delle preghiere, un incantesimo ed ecco che le api, sia quelle già raccolte, sia quelle pendenti dall’alveare dell’albero,  volarono via. L’episodio risale a dieci anni prima, anno di grazia 1460.  Infine le tre ricordano che Giovanna si era opposta all’idea che suo figlio diventasse sacerdote. Una deposizione quindi che non lascia dubbi, non tanto sulla pretesa stregoneria sulle api, quanto sul fatto che le testimoni vogliano levarsela di torno.

Il Malleus Maleficarum di Institor e Sprenger. I due inquisitori domenicani pubblicarono nel 1487 il manuale per condurre i processi di stregoneria e riconoscere le ‘malefiche’. Il libro è conosciuto anche come Il Martello delle Streghe. Nel 1608 comparve anche il Compendium Maleficarum di Maria Francesco Guaccio

Giovanna e il sapere pagano

Messa ai ferri e torturata, Giovanna inventa, confessa  ciò che può sapere ma non necessariamente ciò che avrebbe fatto: da una parte ci sono infatti le credenze diffuse sulla stregoneria e sulla magia pagana, dall’altra ciò che il clero stesso ha proposto come stregoneria nelle predicazioni. Tuttavia in alcuni processi le contestualizzazioni delle confessioni sono specifiche, riportano conoscenze particolari non avvalorate dai trattati di demonologia e dunque neppure moneta corrente nelle predicazioni. Sono queste deposizioni a mostrare che esistevano convinzioni pagane e riti conseguenti. Ma nel caso della “strega di Miagliano” tutto questo non accade, lo scenario della trasgressione resta quello generale, tranne per un unico particolare emerso spontaneamente prima delle torture e dello stesso processo… Quel riferimento al sabba a cui la donna potrebbe essere andata in sogno. A conti fatti neppure questa circostanza dimostra però nulla, resta un indizio.

Le risposte di Giovanna

Nella xilografia una strega, il demonio e la Bestia

Giovanna rispondendo ai quesiti rispecchia complessivamente ciò che il clero crede di sapere sulla stregoneria, quindi l’impressione è che gli inquisitori abbiano ulteriormente specificate le domande in modo che l’accusata potesse ripetere il “credo” ecclesiale con qualche necessaria contestualizzazione. Di fatto l’imputata dice che ventidue anni prima,  quando abitava ancora a Miagliano, ed era inverno, era andata a filare in compagnia di una certa Agnesina e  – passando vicino a un muro – si sentirono degli zufoli, dei flauti, delle zampogne. Un’ora strana per i concerti… La donna che era con lei la invitò allora ad andare a “tripudiare” … parola che nasconde non solo l’accezione del divertimento ma anche quella del raduno stregonico e dell’orgia. Parola “colta”, cruciale nel contesto, ma chissà cosa aveva davvero riferito Giovanna nel dialetto locale del tempo.
Si parla anche dell’aspetto del demonio. Giovanna dice che veste di bianco, che ha un cappello nero, è giovane e bello e si chiama Zen.

L’amplesso con il diavolo

Resta ancora da stabilire chi partecipa al sabba con Giovanna e se la strega abbia avuto rapporti sessuali. Lei aggiunge, con modestia, che in effetti ci sono stati.
Il resto del dialogo, in estrema sintesi, escluse tutte le parole che le sono messe in bocca dall’ecclesiastico, lo si potrebbe immaginare così:
– Ha provato piacere?
– Non molto.
– Com’era il seme?
– Gelido.
– Lo avete rifatto?
– Sì un’altra volta.
– C’è stato coito sodomitico?
– Sì, una volta.
– Dove andavate a  svolgere il sabba ?
– Al Brianco di Salussola.

Il Bariletto

Emergono dalle domande anche gli strumenti dell’unzione o delle pozioni di erbe psicotrope. Si chiede a Giovanna dove tenesse bariletto e bastonetto.  Richiesta che mostra un implicito di cui ho già detto. Giovanna però risponde che Zen gli ha imposto di bruciarli. Forse nuovamente torturata fornisce poi un’altra versione: dovrebbero trovarsi sotto il pagliericcio oppure nell’aia. Ma non si trovano.
Secondo gli studi etnografici il bastonetto sarebbe quello che l’immaginario potrebbe aver trasformato nel manico della scopa poiché si presuppone che possa essere servito per spalmare gli unguenti psicotropi nelle parti più sensibili, cioè facili per l’assorbimento cutaneo.
 I testi dottrinali dei demonologi, il Malleus Maleficarum e il Compendium Maleficarum, riferiscono che gli inquisitori potevano anche cercare nel corpo della strega, attraverso uno spillone, un punto insensibile che sarebbe stato il segno del patto col diavolo (signum diaboli), oppure un semplice neo o una escrescenza in una parte nascosta del corpo.

La Mascaria

Il 20 febbraio, Giovanna dice che andava in mascaria  (al sabba o a tripudiare) con Maddalena (forse la donna che la chiamò in causa il 6 dello stesso mese) e il giorno dopo ritratta quanto ha detto in precedenza rispondendo al questionario e dunque anche ciò che ha detto il giorno prima. Si spiega: dice che era intontita, ma aggiunge che in realtà si trasformava in lepre insieme a Maddalena e alle altre per prendere in giro i cacciatori. In seguito racconta che uno dei figli dei Monduro, suoi parenti, era stato ucciso da lei e da Maddalena.
Persino gli accusatori, a questo punto, non possono fingere di non sapere che la masca sta inventando ma l’inquisitore riferisce che continuare nelle torture significherebbe portarla alla morte.

I culti pagani e i ‘Fana’

La nozione diffusa di medioevo, le versioni ecclesiali della stregoneria, hanno portato a divulgare un quadro del tutto falsificato della realtà storica ed etnografica.
Intanto non è vero che il medioevo fu l’età in cui avvenne la maggior parte dei processi di stregoneria e di condanne al rogo. E’ vero il contrario: l’alto medioevo fu l’età in cui la Chiesa ebbe un atteggiamento di maggiore comprensione per i culti pagani sopravvissuti: erano infatti i secoli più vicini al mondo romano e gallico e quindi alle consuetudini religiose sopravvissute nei villaggi di tutta l’Europa.
In quel tempo il sacerdote puniva spesso chi svolgeva pratiche magiche con la proibizione di entrare in chiesa per un certo periodo o la proibizione di accogliere l’ostia.  Di pari passo gli idoli venivano distrutti ma i luoghi di culto pagano (i  fana) restavano: proprio in quei luoghi, nelle vicinanze di sorgenti, megaliti, alberi di culto, si inserivano croci, Vergini, e si modificava poco per volta la tradizione orale. Valga per tutti quello che veniva ancora chiamato l’Albero delle Fate – in cui Giovanna d’Arco si raccoglieva a pregare – e le accuse anche a questo proposito che le fecero gli inquisitori quarant’anni prima della strega di Miagliano.

Sincretismi

I fuochi pagani per il solstizio invernale si sono mantenuti in diverse parti d’Europa e sono stati spesso riproposti dalla Chiesa come fuochi per la nascita del Redentore, Di pari passo la nascita di Cristo venne spostata al 25 dicembre già in epoca alto-medievale per cogliere l’opportunità di celebrarla nel momento in cui si celebravano i preesistenti culti solari a favore dei raccolti. In questa fotografia un’immagine del Fuochi dell’Abbondanza che si svolgono dopo la messa di mezzanotte a Natale nel paese di Masserano (Biella)

Questo complesso di fatti e sovrapposizioni si è trasformato in  riti sincretici accolti dal cattolicesimo (si pensi ai fuochi accesi in concomitanza col solstizio d’inverno e all’attenzione della Chiesa nello spostare la nascita di Cristo in quella data per poter raccogliere l’adesione del popolo nella notte del 24 dicembre), così come quello che più tardi è diventato superstizione ed eresia era mito, rituale magico, evocazione di culti diffusi e già differenziati a seconda delle regioni nell’alto medioevo. In epoca moderna, via via, quelle credenze si sono trasformate in semplici manifestazioni esteriori e folklore: si pensi al Giorno dei Morti, a Ognissanti, e lo si confronti con la preparazione del pasto per i morti e le candele accese nelle case in vaste aree italiane fino a pochi decenni fa. Un rito popolare risalente ad un’altra tradizione, cioè alla festività celtica di Samain del 31 ottobre.

I documenti

La diffusione dei culti risalenti dal mondo romano e celtico  è conosciuta e documentata proprio dalla Chiesa. Gli esempi sono tanti…Ne farò solo qualcuno: nell’alto medioevo, dal secolo VI e fino al mille, molti usi pagani sono impliciti nei cosiddetti Poenitentialia, i testi che si occupano di punire chi faceva ricorso a quegli usi. L’atteggiamento del clero è però di disponibilità, rispetto a quanto accadrà in seguito. Il Canon Episcopi è del X secolo e qui si parla estesamente delle donne che hanno il potere di compiere incantesimi e malie, di cavalcare sopra i demoni di notte.  La versione più completa del documento parla espressamente di Diana dea dei pagani (che a quel tempo  è da intendere in una accezione etimologica: dea di coloro che vivono fuori dalla città, nei villaggi, tra le campagne e le foreste).

Diana

Il nome di Diana non può essere casuale perché nella classicità Diana è Artemide e Artemide è Ecate triforme (con le teste di tre animali). Quest’ultima è una divinità notturna e fin dalla classicità è collegata alla magia, ai riti di fecondità, tanto che gli autori cattolici di area Italiana e Francese (gallo-romana) parlavano dei  Demoni riferendosi  alle stesse figure che i contadini gallo-romani chiamavano DIANI.
Sotto i nomi di “stregoneria” e “magia” vivevano insomma le religioni che avevano perso nella lotta contro il cristianesimo. Un esempio marginale ma qui di significato si ha nella storia dell’ebraismo medievale all’interno del mondo cristiano. Benché  a parlare per primo della magia come eredità di ignoranti, di gente votata al demonio, sia l’Antico Testamento e quindi la THORA’ (prima ancora dei Concili cattolici), la paura del diverso ritornò potente nell’Europa medievale dove il ghetto ebraico esisteva in quasi tutte le città di qualche rilievo demografico. In ordine alla stregoneria se ne ha un esempio eloquente. Il nome Sabba  per indicare il raduno delle streghe deriva da Shabbat  e la stessa riunione veniva anche chiamata in alcuni documenti come nella parlata, Sinagoga.

Un caso di culto estatico

Carlo Ginzburg in due saggi memorabili (I Benandanti, Einaudi, 1966 e Storia Notturna, Einaudi, 1989)  riunisce una serie di clamorose testimonianze storico-etnografiche e folkloriche per interpretare il raduno sabbatico e il volo notturno delle streghe, rilevando la presenza di culti realmente praticati nell’Europa  più contigua al Rinascimento. In particolare i culti agrari nel Friuli del Seicento sono oggettivati da una presenza – sconosciuta fino ai documenti studiati da Ginzburg – di uomini dediti al culto della fertilità chiamati Benandanti: questi si presentarono davanti all’Inquisizione come difensori delle coltivazioni agricole contro i demoni, o più precisamente contro le “streghe” e gli Strion. Dopo aver assunto sostanze psicotrope, tra cui la segale cornuta (cioè la segale parassitata) cadevano in uno stato di trance attraverso il quale – come gli sciamani della Siberia e di altri Paesi – potevano volare e incontrare in combattimento le forze avverse, i demoni. Tanto basta, almeno in questo contesto, per rispondere in merito alla fattualità e alla sopravvivenza del paganesimo sino alle soglie della modernità e oltre. Ma è altrettanto sufficiente per comprendere come il sogno appena citato da Giovanna Monduro, possa essere stato quantomeno una conoscenza diffusa, la presenza di una cultura “altra”, a fianco di quella accettata.

Nel volume compaio temi e i motivi simbolici delle leggende, accanto agli stessi racconti orali: la stregoneria è presente massicciamente nella tradizione biellese e piemontese. Saggi e narrazioni raccolte nell’edizione Giovannacci del 2004 sono accompagnati dalla traduzione in piemontese di alcune leggende fatta da Gustavo Buratti. Numerose note consentono comparazioni con altre tradizioni orali. La prefazione è di Pier Carlo Grimaldi, già docente di etnologia all’Università di Torino.


 


 


 


 

Poeti dimenticati o nascosti – 3

Terza parte di una rassegna antologica di poesia di autori italiani e stranieri poco noti al grande pubblico

“Passò su tutto il passo del gatto”

Fabrizio Barazzotto

Passò su tutto
il passo del gatto
con levità di poesia
(col rossore del graffio).
tracciò segnali – di percorso
e confini – sul goffo corpo
dei frutti.
lasciò nell’anima l’amnesia
di futili destini. l’indecoroso
segno della dolce follia o
fiore della libertà.

Fabrizio Barazzotto, da “Il passo del gatto”, All’Antico mercato saraceno Ed., 1988

Umberto Bellintani

Le mie parole sono capra
ed erano capra e pecora
le mie parole sono zappa
e asino vanga e pietra
per affilare la falce erba
medica farfalla e ragno
nella ragnatela al sole
nel granoturco e mulo erano
e cavalla scrofa e carretto
le mie parole amate.

Umberto Bellintani, “Le mie parole amate”, da Nella grande pianura, Mondadori 1998

Efraìn Barquero

Andrew Wyeth

“Voglio dormire nel granaio; nel granaio
di travi annose e pareti di fango.
Che mi stiano vicini gli arnesi che conoscono la terra.
Che mi dormano vicino le trecce dell’estate,
pieno d’aglio e di cipolle. Che il fieno secco
e i pezzi di legna mi sveglino col loro alito di notte.
Voglio dormire sulla pelle d’un puma ucciso da un antenato.
Voglio dormire assalito da ombre e sguardi antichi.
Che i cani mi sveglino ad ogni frutto che cade
Che l’udito profondo del mio cavallo sdraiato accanto a me,
mi porti per tutti i sentieri come un cavaliere addormentato,
Che i nodi di legno mi osservino nell’ombra.
Che la frutta messa a seccare mi tocchi nel dormiveglia.
Che s’annidino su me le civette centenarie,
e i loro occhi siano l’unica lampada accesa
a scrutare le tenebre.”
 
Efraìn Barquero, da “Granaio” in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972

Robert Bly

Prendendo le mani di qualcuno che si ama,
Ci si accorge che esse sono delicate gabbie…
Minuscoli uccelli cantano
Nelle segrete praterie
E nelle profonde valli della mano.
 
Robert Bly, “Prendendo le mani”, da La grande società in Almanacco dello Specchio 1975, Mondadori
 

Prendendo le mani

André du Bouchet

La parte bianca e la parte rumorosa
ho riconosciuto il giorno esatto
nella sua nudità
che si schiarisce
e si gela
la sua esatta nudità
la parete senza quadri
le ardesie
i ghiacciai
la neve dei vetri
dei ghiacciai.

André du Bouchet, da “Altro impulso”, trad. M. Conti, in Dans la chaleur vacante, Mercure de France, 1961

Eder Conti

Alain Bousquet

Dio dice al suo poeta:
“Ti ho scelto perché m’informi
sulla mia identità.”
Il poeta è dispettoso: traccia una parola,
poi una seconda, poi le cancella.
Dio si fa più pressante:
“Mostra agli uomini come venerarmi:
ti ho creato per questo.”
Il poeta sorride, scrivendo la parola ‘rosa’,
la parola ‘azzurro’, la parola ‘tucano’
la parola ‘silenzio’, la parola ‘dio’.
E dice:
“Sono tutte intercambiabili le parole”.
 
Alain Bosquet, “Dio dice al suo poeta”, trad. M. A. Basile, da Poeta in Francia, Libri Scheiwiller, 1991.

Francesco G. Bruno

E dunque mettiamo in conto proprio tutto…
dal fischio del merlo sfiorito sul ramo
del querciolo
al verso monotono del gufo
o barbagianni che fosse (sempre uccello notturno
tuttavia, dai non individuabili tragitti)
al vento che s’ingolfa nel camino
– aggiungi ancora la morìa di ranocchi nella vasca
e quella loro solfa d’agonìa – e dimmi
se tutto già non preludeva
a questa morte vegeto-animale…

“Ma io pensavo ai gigli, alle giunchiglie,
al raduno dei passeri
nel punto dove il campo dà nel bosco
con trame di edere e ginestre…”

Come se la farfalla non fosse stata mai
bruco dormiente
o l’acqua dentro il pozzo pioggia cupa.

Francesco G. Bruno, “E dunque mettiamo in conto proprio tutto”, poesie, in Nuovi Argomenti, Gennaio-giugno 1980.

Nadia Campana

Il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine
la metà del tempo pensavo a me
quando ero bambino pensavo da bambino
ero nella neve inondata
ho visto fare l’acrobata
ero un re
molto triste e buono nella mia stanza
arriva un nano i morti non si contavano
ero in un campo verde
dove passeggiava una donna bella
un uccello arrivò e le rapì la collana
mi trovavo in un posto
c’era una ruota e si saliva
ognuna di noi teneva un’amica sospesa
in aria poi in molti appesi e stanchi
ci si lasciava cadere piangevo
perché mi era scivolata direttore
chiudete ma lui non ascoltava
il ruscello ha
molta fretta e trascina
la sua famiglia senza fine

Nadia Campana, da “Verso la mente”, Crocetti, 1990

Giuliano Donati

Respiro male se dimentico il fazzoletto,
scopro pavimenti interrotti, tagli
bruschi della strada, vuoti nei cespugli
intorno, lente le curve che potevano
essere più dritte, anche se le faccio
inciampando quasi, o tagliandole
di netto se posso, se l’erba me lo fa capire.
E le strisce cancellate, il numero sbagliato,
la differenza ancora più pesante del riscaldamento,
troppe persone nelle stanze infine, e vorrei
entrare lo stesso, e parlarti,
se già da qui intuisco, ti vedo
che sorridi.
 
Giuliano Donati, “Respiro male se dimentico il fazzoletto”, da Api e cavalieri, Crocetti, 1988.

P. Greenaway, schizzo per ‘I giardini di Compton House’

Poeti nascosti o dimenticati – 2

Marc Chagall

Giovanni Ramella Bagneri

Dopo l’allegra stagione del grillo,
della cicala, il freddo
risale astuto la coda, s’insinua
nel pertugio, ferocemente azzanna:
ed io, prevista la perfida luna
di novembre, per rovinose plaghe
flagellate da svastiche mi aggiro;
un gallo rosso tra le braccia, canto,
voce di gallo con voce di gufo;
punito da denti di topo, lampada sotto il cappello,
percorro luoghi folli, m’infurio
e grido penitenza penitenza
finché non sia travolto tutto il nero del cielo,
Ezechiele venuto da lontano,
sparuto, spelacchiato lupo
vestito di agnello da due soldi. “

Giovanni Ramella Bagneri, da “Autoritratto con gallo” in Autoritratto con gallo, Mondadori, 1981.

Ferruccio Benzoni

Leon Wiczolkowski

Quante volte avrà squillato?
Squillerà a lungo nella casa
vuota dove non siamo più.
Rimanga pure là.
Eppure io ci credo
tra la lebbra di quei muri
in tanto deserto
ancora qualcuno risponde per me.
 
Ferruccio Benzoni da “L’amnesia dei morti” in Numi di un lessico figliale, Marsilio, 1995

Verbale


Verbale
(redatto da un flic)

Sono scappato con Doinel.
Anch’io volevo vedere il mare.
Ma già l’avevo visto e era un film
dalle parti di Pigalle.
Mio padre faceva l’operatore.
Era un mare triste e mi faceva pensare
a un azzurro capovolto
o a un vestito di quelli
pieghettati che portano le signore
alla domenica per andare a messa.

Ferruccio Benzoni, “Verbale” da Numi di un lessico figliale, Marsilio

Jean-Pierre Léaud interpreta Antoine Doinel nel film di F. Truffaut “I quattrocento colpi”

Gemma Bracco

Qui son palme pini platani giganti
che il vento percorre come il brivido
ombre tenui o scure
che sanno di fiume e di polvere
Da ogni buco sporgono
erbe di passaggio
bocche di leone oleandri e fichi trovatelli
sui tetti e sulle travi delle chiese
ciuffi stanno disseccando
ma fiamme cupe di geranio
si riaccendono più in là
Una luce si spegne
un’altra si illumina
non c’è riposo alla fame degli occhi
alla insaziabile rivincita
che continua anche nella più mesta grisaille
della sera cinerina
E’ tagliato il filo della giornata
ma prolungando nella notte
l’eco delle parole e dei sorrisi
il sonno ricuce la malinconia del mondo visibile
Getta la rete per la pesca scintillante
e tirala tra gli spruzzi
quando la luna l’ha irrorata d’argento
 
Gemma Bracco, “Passeggiata”, da Misure del tempo, Mondadori, 1993

Paul Cézanne

Joao Cabral de Melo-Neto

Sono tanti Severino
uguali in tutto nella vita:
con la stessa testa grossa
che a fatica si equilibra,
e le gambe tutte ossa,
e la pancia dilatata,
ed uguali anche nel sangue
così poco colorato.
E se siamo Severini
uguali in tutto nella vita,
moriremo d’uguale morte,
stessa morte severina.
 
       ***
 
E non c’è miglior risposta
dello spettacolo della vita:
vederla dipanare il filo
che anche si chiama vita,
vedere l’opera da essa,
tenacemente, costruita,
vederla germogliare come prima
in nuova vista esplosa;
anche quando è un’esplosione
come quella appena udita;
anche quando è un’esplosione,
come prima, in sordina,
anche quando è l’esplosione
di una vita severina.”
 
Joao Cabral de Melo Neto, da “Morte e vita severina”, trad. T. Barini e D. Ferioli, Einaudi, 1973

Adriano Sartori, “Il Sertao di tutti noi”

Italo Alighiero Chiusano

Freddo di neve
lavacro
ogni fiato un incenso.

I monti filo d’ascia
ghiacciata.
Crocchia il cielo
come seta
tesa.
Slittini
strilli di bimbi.
Flop flop di catene
sul cauto pneumatico.

Sogno?
Ricordo? O
fantastico?
Certo non vivo.
Troppo smaltato è quest’incanto.

Italo Alighiero Chiusano, “Neve a Vandorno”, Garzanti, 1987

Filippo De Pisis

Poca cosa chiedo!
Di pormi così al davanzale
di questa finestra qualunque
per guardare il cielo che si scolora.
Ho tanto sofferto
che il mio cuore è leggero
come una farfalla nel sole.
Un’ombra a pena di gioia
lo solleva e lo gonfia
come il vento placido lago.
Poca cosa chiedo,
guardar questo cielo
così puro, così vivo,
senza fretta,
e scordarmi di te
e di quando ero felice.

Filippo De Pisis, “Attimo”, da Poesie, Garzanti, 2003

Filippo De Pisis, Rue du Dragon, Parigi, 1930

Eliseo Diego

La poesia non è
che un discorrere nella penombra
del forno vecchio, quando,
lontani tutti, crepita

fuori il profondo bosco: poesia

non è che le parole
già amate, che col tempo
cambiano luogo e sono
nient’altro che una macchia, una
speranza che non dici;
la poesia non è
che la felicità, un discorrere
nella penombra, tutto
quanto è svanito ed è
ormai silenzio.
Eliseo Diego, “Non è”, trad. F. Tentori Montalto, da Poesie, Nuova Accademia, 1974

Jean-Pierre Duprey

Martha Nieuwenhuijs

Ho scoperto un grande sogno di ricordi
I fiori mi chiamano, i fiori che profumano di donne
Gli occhi dei fiori si tingono di lacrime

I pensieri vanno e vengono intorno a me

Il vento cambia spesso canzone
Il tempo cambia spesso cappotto
I fiori parlano sempre

La mia casa è in un angolo di cielo

Caddi malato in mezzo ai fiori
Quella sera, come la vita infinita
Io passeggio nella luna

Jean-Pierre Duprey, “Canzone nel vento” (1946), trad. P. Di Palmo, in Poesia, N.257, Crocetti, 2011
 




Poeti dimenticati o nascosti – 1

Giovanni Raboni, presentando nel 1988 la prima antologia dell’opera di Alda Merini (Crocetti Editore), scriveva che la poesia dell’autrice aveva sempre stentato a trovare «una collocazione adeguata nell’ambito degli studi del secondo Novecento» e accennava a quei manuali, quelle antologie che puntualmente risultano affollati di controfigure e comparse.
Ora nel pubblicare un ventaglio di autori poco noti o raramente ricordati, “Le Muse Inquiete” non hanno ambizioni e non potrebbero neppure averle visto l’esiguo numero di persone a cui si rivolgono queste pagine; tuttavia una lettura di autori che pochi ricordano o che non sono mai comparsi né in libreria, né sui giornali, se non di sfuggita e per il tempo che accompagna un nuovo libro, credo sia utile. Se non lo fosse pazienza. Spero quantomeno di aver proposto qualche pagina piacevole.
Proporrò una sequenza di autori in ordine alfabetico con i dati essenziali inerenti il testo, senza alcun commento. Le pubblicazioni sul blog avverranno a distanza di qualche giorno o anche solo di 24 ore l’una dall’altra.
Buona lettura.

Osvaldo Licini

Adali – Mortty

Quand’ero molto piccolo,
e Joe e Fred giganti di sei anni,
mio padre, loro e io mescolammo terra
al concime del cortile.
E lì piantammo cocchi,
chiamandoli coi nomi di noi fratelli.
Le palme crebbero più in fretta di me;
e presto, prima che mi facessi uomo,
fiorendo, raggiunsero il loro scopo.
Simili agli orecchini delle mie sorelle
vennero i teneri fiori d’oro.
Le spiai crescere, da dorati a verdi,
e poi le noci grandi come la testa di Tata.
Desiderai il latte che sapevo là dentro.
Ascoltai sussurrare le foglie,
mormorare, chiacchierare, sussurrare le foglie,
quando si destavano i venti della notte.
Mi seguono ancora, nel lavoro e nel gioco:
quelle sussurranti foglie dietro la fessura
sulla capanna del sognare e divenire dell’infanzia.

G. Adali-Mortty, “Foglie di palma dell’infanzia“, trad. Vanna Gentili,) da Letteratura Negra. I poeti, (Ghana), a cura di Mario de Andrade, Editori Riuniti, 1961.

C.W. Aigner

Il tralcio di vite sopra
le strie di nubi bussa
da ore alla finestra
 
La pioggia fili d’argento
appesi
Una falena si alza
e cade si alza e cade
 
Pensa a me
adesso aprirò
pensa a me con sentimento
 

Christoph Wilhelm Aigner, “Lettera”, trad. R. Novello, In Seminare sguardi, Poesia n. 114, Crocetti, 1998.

Masao Yamamoto

Lorenzo Calogero

Tu parli e il tempo vola
dentro le mie mani.
 
Scendono da lontananze
le taciturne ombre dei boschi
e risplendono tuoni
da lontani traguardi.
 
E quelle che apparivano essere appassite chiome
velano le nuvole danzanti nel sole
e i lontani richiami.
Lorenzo Calogero, “Tu parli”, da Ma questo, Lerici, 1966

Evaporò nella mano

Evaporò nella mano
quanto ella sapeva.
Era un attimo infermo
e non so più come il sonno verde amaro
che da una lagrima si versa
s’inumidì di sogno. Dal letargo
una luna trasse a riva
una linea d’una vita.
Lorenzo Calogero, da “Evaporò in una mano”
in Ma questo, Opere poetiche, Lerici Editori, 1966

Plenilunio

Lo spazio concavo era
Una meravigliosa uccelliera,
dove a un nido, ad un bacio ignorato
fluivano meravigliosi i fiumi,

di cui vedevamo la meraviglia da lungi
nel nostro silenzio ch’era fame.

Lorenzo Calogero, da “Ma questo, Lerici, 1966

“Lo spazio concavo era una meravigliosa uccelliera”

Persiane verdi

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.
 
Lorenzo Calogero, “I baci, le persiane verdi”, in Opere poetiche, II, Lerici, 1966

Pierre Bonnard

Bartolo Cattafi

Domani apriremo l’arancia
il mondo arancia nel verde domani,
si poserà la nuvola lontana
con le zampe guardinghe di colomba
sopra il tetto di tegole vecchie
sopra il tempo piovuto rugginoso,
serberò al tuo petto quell’odore
d’arancia viva, di verde domani.

Bartolo Cattafi, “Domani”, in Poesie scelte, Mondadori, 1978

Gabriel Celaya

A volte quando mi perdo,
sento una cosa rara. Diciamo: la bellezza.
Bellezza? Parola vana.
Diciamo, non la bellezza, diciamo l’indifferenza
con cui si ammette tutto.
Diciamo, l’accettazione che rende tutto bello.
Diciamo come il riso si confonde col singhiozzo.
Diciamo come il piccolo e il grande sono alla pari
e come quelle onde che rompendosi non fanno rumore.
No è l’amore. E’ la pace
imparziale del ritmo del mondo:
la dolce luce del nulla.

Gabriel Celaya, Il Neutro,  trad. M. Conti, da Itinerario poetico, Catedra, 1982

Andrew Wyeth

Emanuel Carnevali

Il vento è uno stallone
selvaggio e splendido.
Il vento è un cavaliere
che cavalca sul dorso di una nuvola.
Il vento è uno sciocco
a far l’amore con gli alberi infedeli
che non lo ricambiano,
perché vorrebbe piegarli mentre loro
stendono le braccia al cielo.

***
Fumo

Tutto il fumo delle sigarette dei sognatori salì al cielo
e formò quella volta azzurra che si vede lassù.

Emanuel Carnevali (1897-1942), “Il vento è uno stallone” da Castelli sulla terra; “Fumo” da Neuriade in Il primo dio, Adelphi, 1978, trad. dall’americano di M.P. Carnevali.

John Constable

Corrado Bianchetto Songia

Parole vane, gesti, vino
e rose andati  amale. Al dito
l’anello si stringe, tu
che ti stringi sempre di più
nelle spalle…Ma sono lame
le ali che nascondi, so
che in un giorno sfavillante
d’ira tele vedrò
spiegate, per spiccare.
 
Corrado Bianchetto Songia, “Parole vane, gesti, vino”, da Esercizi d’astinenza, Firenze Libri, 1999

Tra le righe delle minute

Sono tra le righe delle mie minute
– in corpo zero, in margine –
le cose che non ti ho mai
detto, quelle che di me non sai. Fra le tue
scapole, alate di preghiera
come una lunga cicatrice…
 
Corrado Bianchetto Songia, “Sono tra le righe delle mie minute”, da La chiave a scheletro, a cura di M. Conti, Firenze Libri, 2007

Abiti quella chiaria laggiù

Abiti quella chiaria laggiù
nel verde acceso dei temporali
tra le ultime case e l’orizzonte
piatto della serra.
 
Da qui, da questa
collina brucata dal vento
e dalle nuvole – da me
 
a te – una distanza :
un anno di luce nel tempo
e nello spazio. Un buco
 
nero di lettere
mai spedite, mai
neppure scritte.

Corrado Bianchetto Songia, “Abiti quella chiaria laggiù“, da La chiave a scheletro, Mef, Firenze libri, 2007

Jòzef Czechowicz

inquietudine dal fuoco
cascata biancogrigia
i capelli arruffati di mia madre
quando li pettina sono divisi a metà
la tristezza irrompe dalla finestra
finire di sognare finire di dormire
giungere alle cattedrali con l’ultimo
giro di ruote
come fondo di un mosaico la mano
screpolata sul manico di una pala
può essere la mia un crimine
e un bel dono
janek joanna anna
bisbiglia lo stelo autunnale
come mai negli occhi umidi
quella rossa brace
così mi ha marcato il segno
andando a fondo vedo nell’abisso
vedo chi i miei giorni sgrossa
dal dolore e dalle cifre
non risolveranno niente
colonne ardenti in fila
si stendono
c’è la falce
soffierà un forte vento
Jòzef Czechowicz, “niente di più“, trad. P. Statuti, da Poesia, N 324, 2017, Crocetti Editore.

Britt Hallowell







A spasso con Beckett

Samuel Beckett a Londra

Una bella giornata per iniziare

Si passeggia molto, girovagando tra sentieri e periferie, tra spiagge, pietraie e bordi, nell’opera di Beckett. Durante questi vagabondaggi sulla strada, tra i fossi, davanti ai marosi o sulle tonde colline irlandesi, il paesaggio si mostra ridondante di segni. Ma la lucentezza del paesaggio, come l’eccesso della natura, sono tutt’altro che salvifici nella letteratura di Beckett. Lo si capisce meglio facendo un passo indietro tra i primi racconti, là dove si fa strada il disagio psicologico.  
Belacqua, protagonista pervasivo di More pricks than kicks e alter ego di Beckett, avverte la dissonanza tra le proprie disavventure, il proprio stato d’animo e lo sfarzo  impassibile del mondo esterno. La quotidianità  inondata da un sole smagliante interrompe persino la narrazione  in terza persona per dar modo di chiosare all’autore: «Tutti questi piccoli incontri e contrattempi avvengono in una Dublino inondata di sole». (1)

Il sole splendeva senza possibilità di alternative

Roger Line

Non c’è del resto maggiore evidenza della luce solare che possa contraddire il personaggio beckettiano. Murphy alza perentoriamente il suo sipario narrativo proprio con questo spunto umoristico: «Il sole – sono le parole dell’incipit – splendeva senza possibilità di alternative».
Ma già il vagabondo Belacqua passa dal piano psicologico a quello esistenziale nel momento in cui  mostra di non sopportare l’alba convinto che, questa evenienza, echeggi una nascita oscena.
 La stessa cosmologia quotidiana, si ripresenta in Watt. La semplice esistenza del sole e della luna  provocano l’insofferenza del protagonista: «[…] se c’erano due cose che a Watt proprio non piacevano, una era la luna e l’altra era il sole»; e poi con biblica e ironica iterazione: «E se c’erano due cose che proprio disgustavano Watt, l’una era la terra e l’altra il cielo». (2)

Una ragazza

Nel racconto Fingal, Belacqua accompagna una ragazza (l’ultima «prima che un memorabile eccesso di risa lo rendesse per qualche tempo inabile alla vita galante»)  sopra un colle per una escursione di piacere. Lo sguardo della coppia spazia intorno incontrando le rovine di un mulino, i pendii coperti di cespugli di ginestre ma, appena giunto in questo punto d’osservazione, Belacqua si sente triste mentre la ragazza è di ottimo umore. Il dialogo diventa un contrasto tra Winnie curiosa ed entusiasta e Belacqua, che lamenta la monotonia e la vuotaggine della scena perché – ingiunge Beckett – «I paesaggi interessavano Belacqua solo nella misura in cui gli fornivano un pretesto per fare la faccia scura».
Anziché essere semplicemente un “carattere”, Belacqua mostra una fisionomia paradigmatica (la prima tra le figure emarginate della vasta galleria dello scrittore irlandese), ancorché sorretta da un incandescente desiderio parodistico prossimo alla satira.

Prosa e poesia

Dai primi racconti ai testi poetici e fino alla Trilogia, i luoghi sono un correlativo oppure un contrasto rispetto la voce narrante. Il percorso poetico anticipa tuttavia un processo di rarefazione del mondo esterno che si concluderà con la quasi totale scomparsa degli oggetti in L’Innommable. Nelle poesie in francese basteranno alla fine pochi scarnificati  indizi per mostrare lo scenario di emozioni e pensieri. Ma se i paesaggi illustrati di Dublino a tinte vive e feroci, quasi come cartoline surrealiste, sono destinati presto a scomparire, nondimeno fin dall’inizio, la natura offre all’immaginario beckettiano  gli elementi utili alla rappresentazione, non meno degli abissi e delle vette per i romantici  di Ruskin.

Ossi dell’eco

È curioso osservare come negli stessi anni Trenta, il paesaggio lirico di Beckett abbia due eterogenee ma complementari valenze formali: l’una cupa e simbolica per le poesie di Echo’s Bones end Other Precipitates (scritte tra il 1931 e il 1934 e pubblicate nel 1935) e l’altra, falsamente luminosa perché parodistica, per i primi racconti e per le opere narrative fino a Watt nel decennio successivo.
In Enueg I, uno dei testi più rappresentativi di Echo’s Bones, il paesaggio è formato da uno scenario dominato da un rabbioso vento di distruzione e da un’insofferenza diffusa, come del resto annuncia il titolo con cui è ripreso il genere trobadorico dell’enueg nel quale l’autore si incaricava di parlare dei proprii dispiaceri. La scena inizia nel momento in cui il poeta “esce” («exeo») di casa, stanco del «rosso sputo» dell’amata colpita dalla tubercolosi, incamminandosi in un panorama «soffocato da nubi» dove  ogni oggetto parla con la lingua del disfacimento. Sembra di passeggiare tra le rovine di una civiltà, tra periferie di detriti, un canale livido, e il buio che inghiotte aria e acqua.

Miglia e miglia

Then for miles only wind

and the weals creeping alongside on the water

and the world opening up to the south

across a travesty of champaign to the mountains

and the stillborn evening turnig a filthy green

manuring the night fungus

and the mind annulled

wrecked in wind  (3)

*

Poi per miglia e miglia soltanto vento

e le scie che strisciano appresso all’acqua

e il mondo che si apre verso il sud

attraverso una finta campagna verso le montagne

e la sera nata morta che volge al verdesporco

concimando il fungo della notte

e la mente annullata

nàufraga nel vento.

La spiaggia di Les Saintes Maries de-la-mère

Poesia e prosa in francese

Lo spazio descritto da Beckett è diventato una connotazione della coscienza e si trasforma ancora nelle successive liriche scritte in francese fino a risolvere le immagini di natura e paesaggio negli elementi fondanti: terra, cielo, acqua, o l’aria percepita spesso nell’accezione violenta del vento e accompagnata dall’immagine della pioggia.  Questo itinerario verso l’essenziale troverà esiti evidenti nella trilogia ma sostanzialmente si definisce già nel contesto dei versi in francese dove, parallelamente, le forme del discorso sono più asciutte avvicinandosi a quel timbro di parlato, sommesso e spoglio, che caratterizza i romanzi dei primi anni Cinquanta, Molloy, Malone meurt e L’innommable.

La mosca

Per la prima volta in questi testi  – di cui la sequenza più cospicua è stata scritta tra il 1937 e il ’39; la seconda, di sei poesie, tra il 1946 e il ’49 -il mondo esterno non consegna presenze allegoriche o parodie; si diradano l’inventario arboreo e quello zoologico.
Assumendo una banale contingenza, il testo di La Mouche  rimette in gioco la divisione  tra la soggettività e il mondo. Nella poesia, un vetro divide Beckett dall’esterno come avviene specularmente per una mosca:
 
entre la scène et moi
la vitre
vide sauf elle
 
ventre à terre
sanglée dans ses boyaux noir
antennes affolées liées
pattes crochues bouche suçant à vide
sabrant l’azur s’écrasant contre l’invisible
sous mon pouce impuissant elle fait chavirer
la mer e le ciel serein  (4)
  *
tra la scena e me
il vetro
vuoto tranne lei
 
ventre a terra
stretta nelle sue budella nere
antenne agitate ali legate
zampe adunche bocca che succhia a vuoto
sciabolando l’azzurro schiacciandosi contro l’invisibile
sotto il mio pollice impotente fa capovolgere
il mare e il cielo sereno.

Il cielo capovolto

Il rovesciamento di mare e cielo è tout court il rovesciamento equivalente dello spazio, dei punti di vista. Intorno è l’azzurro, l’aria come un vetro invisibile. Ma l’immagine di imprigionamento nello spazio ricorre altrove all’interno della raccolta. Per esempio in Ascension, per quanto in quest’ultimo caso il mondo esterno sia quello quotidiano, abituale, movimentato, di un ricordo di giovinezza:
 
à travers la mince cloison
ce jour où un enfant
prodigue à sa façon
rentra dans sa famille
j’entends la voix
elle est émue elle commente
la coupe du monde de football
 
toujours trop jeune  (5)
 *
 attraverso l’esile tramezzo
nel giorno in cui un ragazzino
a modo suo prodigo
tornò in famiglia
ascolto la voce
che emozionata commenta
la coppa del mondo di football
 
sempre troppo giovane

Peggy Sinclair

Riprendendo la lettura di Ascension…:La separatezza e lo sdoppiamento rispetto alla voce lirica sono altrettanto marcati: c’è una parete divisoria, c’è un personaggio (un ragazzo), e l’autore che recensisce ciò che ascolta dal «sottile tramezzo» e al tempo stesso dalla finestra aperta, anzi quasi  «attraverso l’aria» da dove proviene il rumoreggiare delle voci, l’indizio di una festa, della marea dei fedeli, «la houle des fidèles». Ad un tratto interviene un altro ricordo, forse quello della sua prima relazione sentimentale con la cugina Peggy Sinclair, morta nel 1933:
 
son sang gicla avec abondance
sur les draps sur les pois de senteur sur son mec
de ses doigts dégoûtant il ferma les paupières
sur les grands yeux verts étonnés
 
elle rode légère
sur ma tombe d’air   (6)
 
*
 
Il suo sangue sprizzò con abbondanza
sulle lenzuola sui piselli odorosi sul suo ragazzo
con le sue dite disgustose chiuse le palpebre
su grandi stupefatti occhi verdi
 
lei vaga leggera
sulla mia tomba d’aria
 
Una tomba d’aria su cui volteggia la memoria di Peggy (altrimenti elle si dovrebbe riferire alla “voce” del ragazzo, cioè in virtù dello sdoppiamento allo stesso autore) che procura non solo un senso di spaesamento ma di netta chiusura, di “reclusione” all’esterno.
L’idea di una prigione d’aria corre del resto, come una filigrana, attraverso quel senso di disappartenenza  onnipresente nell’opera beckettiana.

Prigione d’aria

I pochi elementi naturali convocati sono contingenze o correlativi del vuoto e del nulla e, ancora una volta, il silenzio diventa un involucro, così come lo è stato in  Musique de l’indifférence :
 
musique de l’indifférence
cœur temps air feu sable
du silence éboulement d’amours
couvre leurs voix et que
je ne m’entende plus
me taire                              (7)
 *
musica dell’indifferenza
cuore tempo aria fuoco sabbia
del silenzio frana d’amori
copri loro le voci, che
io non mi possa più sentire
tacere            

Un baratro di sussurri

Ora quel silenzio è un baratro di sussurri, un abisso uguale e opposto allo spazio del cielo che s’alza sopra la polvere della zavorra in questa poesia senza titolo (come gran parte delle liriche convocate in questa silloge):
 
que ferais-je sans ce monde sans visage sans questions
où être ne dure qu’un instant où chaque instant
verse dans le vide dans l’oubli d’avoir été
sans cette onde où à la fin
corps et ombre ensemble s’engloutissent
que ferais-je sans ce silence gouffre des murmures
haletant furieux vers le secours vers l’amour
sans ce ciel qui s’élève
sur la poussière de ses lests
 
que ferais-je je ferais comme hier comme aujourd’hui
regardant par mon hublot si je ne suis pas seul
à errer et à virer loin de toute vie
dans un espace pantin
sans voix parmi les voix
enfermées avec moi       (8)
 
*
cosa farei senza questo mondo senza volto senza domande
dove essere non dura che un attimo dove ogni attimo
versa nel vuoto nell’oblio di essere stati
senza quest’onda dove alla fine
corpo e ombra s’affossano insieme
cosa farei senza questo silenzio abisso di bisbigli
ansimante furioso verso un aiuto verso l’amore
senza questo cielo che s’alza
sulla polvere dei suoi fardelli
 
che farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare lontano da ogni vita
un burattino nello spazio
senza voce tra le voci
rinchiuse con me.

Filastrocche

Acqua, aria, la terra nella sua forma più fragile e corpuscolare, cioè la polvere (altrove e più frequentemente sarà la sabbia, per quanto questa nozione sia compresa nel lest spesso composto da sabbia). Lo spazio cosmico che Beckett in Serena II definiva «clonico», è ora uno «spazio burattino», ugualmente fatto di contrazioni, idea e suggestione che si ritrovano esattamente nella versione autoriale in inglese della stessa poesia: «in a convulsive space». L’assenza di fisionomie naturali è il luogo d’approdo dell’opera di Beckett, quasi come trascorrendo da un’arte figurativa ad una astratta. La mancanza di storia, coincide con la sottrazione del paesaggio ed è dichiarata fin dall’incipit («que ferais-je sans ce monde sans visage sans questions») così come è bandita, perché inconcludente, qualsiasi riflessione filosofica. Nelle sue brevi, ironiche Mirlitonnades (quest’ultimo essendo neologismo dell’autore è per lo più tradotto con “Filastroccate”),  Beckett scrive:
 
notte che fai tanto
implorare l’alba
notte di grazia
cadi                   (9)

Note

1) Samuel Beckett, Che disavventura, in Novelle, Garzanti, Milano, 1975. Trad. it. di More pricks than kicks di Alessandro Roffeni.

2) S. Beckett,  Watt, Einaudi, Torino, 1998. Trad. it di Gabriele Frasca.

3) Poems in English, John Calder Ltd, London, 1961. Traduzione di Rodolfo J. Wilcock in Poesie in inglese, Einaudi, 1971

4-9) Poèmes suivi de mirlitonnades, Les Editions de Minuit, Paris, 1978. Traduzione di Marco Conti

Marco Conti, estratto da Beckett sulla spiaggia. Paesaggio e natura nella poesia di Samuel Beckett in Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett (a cura di Sandro Montalto). Testi di Raffaello Bisso, Norma Bouchard, Marco Conti, Marco Ercolani, Lucia Esposito, Alessandro Forlani, Stanley E. Gontarsky, Sandro Montalto, Laura Piccioni, Federico Platania, Massimo Puliani, Giuseppe Zuccarino. Joker, 2009. www.edizionijoker.com

                                   

Concordanze notturne

Da Gozzano a Montale otto suggestioni, otto sguardi, otto nottiTredici versi

Guido Gozzano. Farfalla strana, figlia della notte (Epistole entomologiche)

F.to Yamamoto

Moretti. La notte immensa palpebra sul mondo (Poesie scritte col lapis)

Op. Baron Adolph De Meyer

Sbarbaro. Vado per la città solo la notte (Pianissimo)

Op. G. De Chirico

Campana. La lunga notte piena degli inganni delle varie immagini (Canti orfici)

Campana. La notte, la gioia più quieta della notte era calata.

Campana. Fuori è la notte chiamata di muti canti

Op. Joan Eardley

Ungaretti. Solo ho amica la notte (La Terra Promessa)

Ungaretti. Quando hai segreti, notte hai pietà (Sentimento del tempo)

Montale. A notte quando i più accesi fiori si fanno neri (Quaderno di Traduzioni)

Montale. Le notti chiare erano tutte un’alba (Ossi di Seppia)

Op. G. Usellini

Pavese. Ogni notte è la liberazione, si guarda i riflessi (Lavorare Stanca)

Pavese. E la notte che sazia (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)

Op. Andrew Wyeth

Quasimodo. Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte (la vita non è sogno)

Esercizi creativi

Si scriva un testo poetico, in versi o in prosa, iniziando da uno dei tredici versi qui sopra riportati. Successivamente si scriva un secondo testo in versi (unicamente) partendo da un verso scelto tra quelli indicati e concludendo con un altro verso ugualmente ripreso da questa casistica. Non ha alcuna importanza che il tema svolga quello prescelto della concordanze, ovvero che il centro sia inerente la notte. Un terzo esercizio: iniziate e concludete i vostri versi con lo stesso che avete prescelto per iniziare, come accade nel limerick tradizionale….In modo che, per esempio, il verso Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte, sia quello dell’incipit e quello della fine. L’obbligo, il vincolo, come accade per la rima, mette in moto l’immaginazione. Inoltre potete esercitarvi badando alla lunghezza del verso e al registro, il timbro e il lessico usati dall’autore.

Pennati, modulando il silenzio

Op. Mitakuie Oisannin

Da  Sotteso blu (Einaudi, 1983) il segno distintivo di Pennati è l’aderenza all’osservazione dell’evento, al fatto naturale pronunciato con un lessico ricco, eloquente, e con una “voce” senza coloriture di tono. La forza lirica di questo dettato, ciò che lo individua, è l’accumulazione di segni, il dividersi e moltiplicarsi degli oggetti. Come una cellula nel suo processo di sdoppiamento, l’enunciato di questa poesia si scinde in una continua sineddoche che assume però valore descrittivo piuttosto che immaginifico. Detto altrimenti: l’oggetto lirico si fa parte e si ricompone. Estrapolando tra i soggetti dal suo ultimo libro troviamo tra gli altri: il nido, la notte, le nubi, il riccio, le foglie, il silenzio, i petali, l’aria, il vento, gli usignoli, la scogliera, il gabbiano. Per ogni denotazione Pennati circoscrive l’evento, lo dettaglia, lo rivede nelle sue relazioni e nei suoi parallelismi. E’ questo incedere del discorso a definire esattamente il movimento e la qualità del verso, anche se non mancano enunciati di più vasta portata, di implicazione filosofica, di visione cosmica,  perennemente fondati però sull’immanenza dell’essere.

Storia lirica di un nido

Il testo che apre Paesaggi nel silenzio con figure, (Interlinea, 2012)“Mentre l’accadimento avviene”, è interamente articolato sull’immagine di un nido in due momenti successivi: l’inverno e la primavera, la nudità dei rami che svela l’oggetto, il rinfoltirsi della vegetazione che lo nasconde:

                                     Ora è scomparso il nido tra il fogliame

                                     nell’impercettibile dettame così vistoso della primavera

                                      quando da cesto spoglio s’era andato abitando

                                      che tutto l’ha celato al denudato ultimarsi invernale

                                      d’invisibili gridi ed un continuo andirivieni d’ali

                                      attigue a un fusiforme corpo che là vi si posavano

                                      quindi planando altrove o sul brullo adagiarsi

                                      dei campi alla cerca di cibo anche da riportarne

                                      lassù dove tornavano ora singolarmente o a coppie.

                                      Scorgessi la trasparenza delle prime foglie visibili

                                      a stento controluce in quella appena svolta consistenza

  Il nido (cesto spoglio), gli uccelli (per sineddoche invisibili gridi  e andirivieni d’ali) e il fogliame (anche dettame della primavera) sono gli elementi su cui si fonda la lirica fino agli ultimi versi  che commentano l’impossibilità di percepire il tempo reale  della trasformazione stagionale vegetativa:
 
                                         che le rivede ulteriormente espanse: non ci si accorge
                                         e ancora meno in noi di ciò che nel contempo accade
                                         mentre l’accadimento avviene che si è già compiuto.

Il discorso lirico

La poesia si articola in due periodi che accrescono la loro energia attraverso il continuo inarcamento del verso senza mai abbandonare l’evento fisico nel suo apparire che – sembra ingiungere la poetica di Pennati – è anche tutto il nostro sapere. Contemporaneamente l’uso di immagini retoriche non porta all’esterno del soggetto l’immaginario del lettore, non fonda una ambiguità polisemica,  ma in modo centripeto, dettaglia il campo semantico intorno al prima e al poi della trasformazione vegetativa, cioè a due tempi di cui l’ultimo (ora) è l’argomento che motiva il discorso lirico dell’inadeguatezza dell’osservatore e, insieme, la sua meraviglia.
 
In merito al concetto dell’ osservazione, Pennati ha scritto in Sotteso blu un testo che con eloquenza chiarisce l’intenzione creativa fin da titolo, “Straniamento, oltre lo”: «Sappi invece osservare: mediante l’occhio/ penetrando accarezzare tanto l’intuizione/ quanto l’affioramento del visibile in imagine (…)». E più avanti: «Scruta e non saprai che scorgere/ l’innamorato filo della vita». Una poetica che tenta di evitare quindi lo straniamento šklovskijano, o perlomeno i suoi esiti novecenteschi più immaginosi, anche se  ottiene sicuramente una visione, anziché un semplice riconoscimento della cosa

Le nubi

Le “Nubi” della raccolta  Modulato silenzio (Joker, 2007) sono descritte  invece attraverso forma e movimento:
 
                                                   Eccole qui alla fonda da altrove ricomparse
                                                   a risvuotarsi d’ogni più insostenibile zavorra
                                                   in turbolenze grigio plumbee di vorticanti marosi
                                                   o in un opaco galleggio di stazze (…)
 
In Modulato silenzio e in  Paesaggi del silenzio con figura  il riccio è soggetto di due liriche  che lo traguardano attraverso l’andatura, la movenza impacciata e gli immediati dintorni fisici del suo microcosmo. Ma ancora più ricche e varie – prevedibilmente – sono le insistenze tematiche sul mondo marino e i suoi mutamenti e su quello vegetale.  In questa fenomenologia poetica, è costante la tensione di uno sguardo rivolto a cogliere non la contingenza personale (il dato appunto paesistico, oppure esistenziale e psicologico) ma la circostanza fattuale. Pennati non parla insomma di quel riccio, di quella pioggia in relazione a un avvenimento riconducibile all’io empirico, ad una presunta biografia, ma ritaglia nel verso tutti i ricci e tutte le piogge, occupandosi dell’evento nella sua dichiarata esemplarità. Fanno eccezione, nelle tre raccolte menzionate, pochi accenti diversi in relazione all’io poetico,  poche poesie di soggetto non naturalistico e, fa eccezione, l’intera sezione “La vibrazione del racconto” compresa in Sotteso blu,dove Pennati elabora una propria libera versione dell’haïku:
 
                                                        Onda frangente
                                                        in suono il suo volume d’acqua mi trasale
                                                        la mente srotolandola.

Ciottoli

Ciottoli

In “Lichene-ciottolo”, (Modulato silenzio)  il discorso lirico propone un testo che scorre verso le metamorfosi di uno zenit e calcina le ore “a fiore d’ombra”. L’energia scaturisce ad ogni inarcamento da questa sospensione che a poco a poco, richiamando nuovi elementi, si definisce e ancora rinvia il senso con ulteriori accumuli d’immagine.
 
 
                                             Questo che pare sparpagliarsi d’incastonate
                                             gemme e filigrane del suo antico disegno
                                              sull’incavato contorno di un ciottolo nero
                                              nel palmo che contempo della mano
                                              di un nero così impietratamente vellutato  
                                              simile all’ispessimento stesso di un sidereo
                                              frammento caduto dall’illune opale
                                              (…)                                         
Il tema del titolo non è ancora stato pronunciato. La sospensione si concluderà con la nominazione dell’oggetto per essere successivamente ripresa nella descrizione. Il testo prosegue così:
                                                   
                                             di un notturno accadimento serico come la pelle
                                               sognandone il corpo è un’orma forse
                                               più orme di un effuso lichene inserto del suo tallo
                                               (…)
 
Il ciottolo mostra l’indizio (l’orma) di un lichene scomparso, ma nel contempo Pennati ha convocato intorno a questo segno un mondo sensoriale affollatissimo di colore e di sensazioni

Gabbiani

Sulla figura del gabbiano Pennati ha scritto due poesie in due diverse raccolte

Significativa, ancora, è la struttura lirica del suo “Gabbiano” in Paesaggi del silenzio con figura . Il verso procede con un continuo giustapporsi di similitudini appartenenti allo stesso campo semantico ma anche ad elementi naturali diversi:

                                                       Forse a che sembri

                                                       il biancheggiare di un’onda scorto dall’alto

                                                       il volo di un gabbiano.

                                                       Ma da che occhi rapaci

                                                       mimetizzare le estese remiganti di candore

                                                       con lo schiumante boccheggiare

                                                       per un abbaglio

                                                       che non è di mare. Non da un altro

                                                       gabbiano

                                                       che scorgendolo volare

                                                       di quel suo volo si infonde e se ne inonda

                                                       e già vi si trasfonde

                                                       nell’inchinarsi della chiglia

                                                       lasciando il suo scoglioso meditare

                                                       sospinto ad imitarlo.

                                                       Ed ecco come aliante

                                                       una distanza ne sorvola d’onde poi posarsi

                                                       sopra una scogliera di mare.

                                                       In un contiguo cullarsi galleggiando.

L’onda e il volo

L’intera orditura poetica delle similitudini unisce il gabbiano al mare ed entrambi all’osservatore, qui discretamente celato nel beccheggiare della chiglia con la quale diventa parte dello spettacolo. La sequenza avvia un primo parallelismo  tra l’onda e il volo del gabbiano. Nella terzina successiva  il gabbiano è presente per sineddoche: le sue ali riflettono specularmente le due estremità schiumanti del moto ondoso quasi volesse mimetizzarsi ma questo è  un «abbaglio» non ascrivibile al mare né ad «un altro gabbiano», piuttosto sembra dovuto alla visione dell’osservatore «nell’inchinarsi della chiglia». La chiusura prosegue il gioco di rispecchiamento: il gabbiano-aliante finisce per posarsi su «una scaglia di mare», galleggiando allo stesso modo in cui il poeta sulla chiglia beccheggia.

Un altro gabbiano

L’onda, il volo

Ma lo stesso referente, vale a dire il gabbiano, ha dato il titolo ad una precedente poesia contenuta in Modulato silenzio. Il primo verso proponeva la stessa analogia e un diverso itinerario immaginativo articolato con minore enfasi attraverso una pronuncia più diretta, novecentesca, mentre il “gabbiano” che scaturirà dalla raccolta successiva sarà circoscritto entro una stringa metrica composta di sostantivo e verbo oppure aggettivo più sostantivo, un verso più incline a richiamare il periodare classico. Ecco il primo testo del 2007:

                                                        Aliante scafo
                                                      come a volarmi tra le sopracciglia
                                                      dentro planando l’atmosfera

                                                      altissima sopra uno specchio
                                                      di mare d’un blu lavagna o grigioplumbea
                                                      l’una che intride l’altro del colore

                                                      sfrecciando sagomato
                                                      oltre il fondale dove solo scompari
                                                      a un batter di ciglia

                                                      nell’avvolgente
                                                      silenzio di fragore tutto di sé
                                                      che permea

                                                      l’immanente
                                                      esistere di là d’un apparirne
                                                      in meraviglia.

Farfalle, grilli e cicale

Camillo Pennati, “Di farfalle, grilli e cicale”, Joker Editore, 2017
L’ultima raccolta poetica dell’autore

Una lirica che troverà energia dieci anni dopo per guardare ad una insospettabile entomologia: Di farfalle, grilli e di cicale (Joker, 2017) è il titolo di cui ci occuperemo a parte. Il percorso è però ormai chiaro:  l’io lirico, benché reticente così schermato dal mondo naturale, è sotteso (per usare un lemma dell’autore) in questa ondosità universale che assembla ungarettiane “fibre dell’universo”

Marco Conti, estrapolato da La Clessidra, semestrale di cultura letteraria delle Edizioni Joker, Anno XVII, n.1-2, 2012. www.edizionijoker.com

Camillo Pennati durante una lettura

Biobibliografia

Camillo Pennati (Milano 1931- Todi 2016) è stato un poeta e traduttore italiano. visse a Londra, dove fu bibliotecario dell’Istituto Italiano di Cultura; in seguito fu umpegnato, come redattore e traduttore alla casa editrice Einaudi a Torino. Tra gli autori curati e/o tradotti  compaiono tra gli altri: Thom Gunn, Philip Larkin, Ted Hughes, John Hawkes, Patrick White, Ronald Laing, Ivy Compton-Burnett, Harold Pinter, Bernard Malamud, J. R. R. Tolkien. Ha scritto: Una preghiera per noi: luglio 1955-gennaio 1956, Parma, Guanda, 1956; L’ ordine delle parole: 1957-1963, Milano, Mondadori, 1964; Erosagonie, Torino, Einaudi, 1973; Sotteso blu: 1974-1983, Torino, Einaudi, 1983; Una distanza inseparabile, Torino, Einaudi, 1998; Modulato silenzio, Novi Ligure, Joker, 2007; Paesaggi del silenzio con figura: 2003-2010, Novara, Interlinea, 2012; Di farfalle, grilli e di cicale (Joker, 2017)