In principio era la Notte

Appunti per una mitopoiesi della luce

Colibrì in una raccolta del XVI secolo di exempla calligrafici

Discorrere della luce significa incontrare la ragione stessa del mito, scoprire come la parola non possa allontanarsi dalla sua valenza di traslato, di metafora. 
Dove inizia la luce se non nel Caos, nell’invisibile, nel buio?
E’ questo il luogo in cui la parola comincia a mettere ordine, a fornire al tempo e allo spazio una forma e una definizione.
Così come il mito diventa un modello esemplare staccatosi dalla servitù dell’emozione, la Luce diviene la sostanza impalpabile dello svelamento. E non c’è svelamento dove non c’è enigma, notte, disordine.
Per questa ragione si cercherebbe inutilmente un mito sulle origini della luce nel quale, la luce  medesima, non abbia in qualche modo significato stretto con il suo contrario.

Genesi 1. La coppia luce e tenebre

Giorno e notte

Ma se ci fermassimo a questa nozione che la cultura occidentale ( e non solo questa) ha portato all’evidenza con i tramiti dei miti religiosi del mondo giudaico-cristiano, non scopriremmo molto sul Mito della Luce.
Certo il resoconto mitografico ci informa  soprattutto sulla base di un modello dualistico: Luce e Tenebre, come Eros e Thanatos, si fronteggiano, al punto che è facile immaginare il mondo diurno di Eros, fitto di richiami solari e sensualità, contro quello di Ade, sotterraneo, cupo, terrificante.
 Persino la psicologia del profondo inizia a questa metafora e racconta che il paziente dovrà portare alla luce della Ragione, o se si preferisce della Coscienza, il tumulto nascosto, il mondo infero di Ade.

Il ciclo morte e rinascita

Se invece la notte avesse le sue ragioni? il buio, il mondo notturno e pauroso dei sogni e degli incubi, avesse con l’eloquenza che gli è propria, la stessa natura e solidità della Luce?
In altri termini, il mito ci induce a pensare alla Luce anche come complemento della Notte e del Caos, come unione (e non separazione) degli opposti. Accade così che nella cultura patriarcale sia diffuso il modello maschile del Sole  e  quello della Notte, dell’oscurità, femminili.
Ma proprio questo spiega che il ruolo giocato dai due termini non è necessariamente quello di antagonisti, che non si esaurisce nella opposizione, ma in un sapere complementare: se da un canto la Maestà, la Ragione, il Bene, sono incarnati dalla Luce Solare, dall’altro il Divenire, il ciclo di Morte e Rinascita, la crescita della Vegetazione, sono incarnati dal recesso dell’oscurità, dal principio lunare.

Miti tra popolazioni senza scrittura, l’Amazzonia

Secondo un mito dell’Amazzonia centrale, all’inizio dei tempi un grande albero con il suo fogliame copriva la terra e l’intera volta celeste, tanto che dalle fronde la luce non poteva filtrare. Allora i progenitori della tribù dei Tucuna, lanciarono, con una fionda, una manciata di baccelli contro il soffitto di piante  e in questo modo si  scoprirono le stelle. Ma siccome era ancora buio e gli uomini erano decisi a vedere la luce, allora si decise di abbattere l’albero; tagliarono il tronco ma l’albero non cadde; pensarono che qualche liana lo tenesse in piedi finché non si accorsero che erano le sottili dita di un bradipo a reggerlo miracolosamente.
 Così si decise di inviare uno scoiattolo che portasse delle formiche sulla propria coda e questo, giunto accanto al lemure gliele gettò sugli occhi. Fu così che l’albero si abbatté al suolo lasciando finalmente filtrare la luce del giorno.
Si potrebbe dire che il mito racconta la luce come svelamento perché essa è data come un elemento preesistente.

Op. Cheng Jiailing

Tra i pellerossa Caddo

Ma altrettanto evidente è che l’albero brasiliano dei Tucuna è un albero cosmico che ha il compito di unire la terra al cielo rappresentando così concretamente il concetto di bipolarità.
L’unione degli opposti è straordinariamente narrata da un mito degli indiani d’America Caddo, dislocati tra le pianure del Texas e dell’Arkansas. Il resoconto dice che, stanca dell’oscurità, la popolazione si riunì in assemblea per scoprire il modo di ottenere la Luce. Il problema era di carattere magico: si potevano ottenere i colori uccidendo i cervi colorati. Se avessero ucciso il cervo giallo, il mondo sarebbe divenuto giallo; se avessero ucciso un cervo chiazzato, le giornate sarebbero divenute chiazzate e impossibili. Rimanevano i cervi bianchi e i cervi neri. Ma se avessero ucciso un animale bianco, non ci sarebbe più stata la notte. Così gli uomini Caddo, consigliati da un profeta, ne uccisero uno bianco e uno nero, scoprendo il giorno e la notte.

Pittografia, danza tribale africana per ottenere la pioggia

In Etiopia

Dunque: luce e oscurità, in questo come in alcuni altri miti delle origini, sembrano essere più un ossimoro, l’unione di due opposti, che un antagonismo o una antitesi. La luce contiene il buio e viceversa.
Tra i Galla meridionali (sugli altopiani dell’Etiopia) in origine era sempre giorno finché l’essere Supremo (Wak) pensò che agli uomini dovesse essere riservato un tempo per il sonno. Anche in questo caso bastò richiamare un concetto magico. Wak disse a tutti gli esseri di coprirsi gli occhi. E così fecero tutti salvo il leone, il leopardo e la iena, che guardarono fra le dita. Creata la notte questi animali ebbero di conseguenza la facoltà di vedere nel buio. Qui la mitografia riporta in un unico referto anche una ulteriore spiegazione di carattere etologico, ma il punto saliente è che la notte deriva dalla sottrazione del giorno invece che da un altro e Opposto principio.

Sculture di divinità Konso, uno dei numerosi gruppi etnici presenti in Etiopia

Tembé, quando il cielo è troppo vicino

Tra i Tembé (nel Brasile orientale) il cielo all’inizio dei tempi era vicinissimo alla terra ed era sempre giorno. Furono gli uccelli che decisero di spingere la volta del cielo più in alto perché gli uomini potessero dormire. Ma il cielo rimaneva troppo vicino comunque e fu a questo punto che un vecchio vedendo due pentole accanto a uno spirito demoniaco decise di guardarvi dentro. Vide che c’era la notte e sentì le voci dei gufi e delle scimmie, così rompendo la pentola più grande tutto il buio e i suoi animali vennero all’aperto facendo la notte.
La mitopoiesi  di queste popolazioni mette così a nudo la complementarità dei due termini.

Dualità senza opposizione

Tra i Tucuna e i Caddo, preesiste la Notte al Giorno; tra i Galla e  i Tembé, accade il contrario. Ma in ognuno di questi casi vi è opposizione, senza antagonismo.
Questa sottolineatura può forse dirci qualcosa di più poiché propone un modello conoscitivo diverso da quello percepito dalla cultura occidentale o, meglio, da gran parte della letteratura occidentale informata al pensiero aristotelico.
La presenza di una opposizione tra Luce e Buio, Tra Visibile e Invisibile, tra Alto e Basso, come tra Eros e Thanatos (per riprendere la coppia di cui abbiamo parlato agli inizi) si risolve facilmente nel nostro mondo in una dualità che è contraddizione. In altri termini, l’idea di conoscenza che è alla base della nostra tradizione ci porta a distinguere per spiegare, e la prima delle distinzioni è quella della logica oppositiva.
Ma il mito come la poesia porta con sé la metafora, ovvero una lingua che si sottrae al compito di distinguere. Anzi il traslato è somiglianza, ed è connubio.

Cristianesimo e sopravvivenze

“Annunciazione”, Beato Angelico

Nel mondo di Zoroastro, il signore della Luce Ormadz lotta invece contro Ahriman, la divinità delle Tenebre che prefigura il demoniaco. E da qui può prendere le mosse la lunga sequenza di divinità solari che fanno dello svelamento luminoso l’idea medesima del bene. Nel mondo ebraico come in quello cristiano il folclore ancora oggi annota la festa della Luce nel cuore dell’inverno.
Durante il solstizio invernale o durante l’Epifania si accendono in Europa dei fuochi, spesso in prossimità del sagrato della chiesa, che un tempo avevano valore propiziatorio per la crescita del raccolto nel momento in cui la luce del sole appariva più distante (nel solstizio invernale). Ma non a caso ciò coincide con due momenti cruciali per la religione del passato e quella del presente: alludo al culto mitralico (il culto di Mitra derivato dall’Oriente) nella Roma antica.

La festa ebraica delle luci

Hannukkiah, candelabro con nove luci; la tradizione Menorah ne porta sette

Il sincretismo ha portato il mondo cristiano a utilizzare una festività preesistente per collocare la nascita di Gesù in quella prossimità (dal 21 al 25 dicembre) e cogliere l’attenzione delle fedi preesistenti per volgerle a quella che nel III e nel IV secolo era una nuova religione.
La festività ebraica della Channukkà, cade nello stesso periodo (il 25 di Kislev) ma aveva in origine una valenza diversa. Dopo la liberazione della Giudea dall’occupazione siriano-ellenica nel 200 a.C., l’evento venne celebrato con l’accensione nel Tempio di un candelabro con nove candele per tutti gli otto giorni di durata della festa, tenendo conto che una candela è indispensabile per accendere le altre: una ogni giorno. Per questa ricorrenza si usa un candelabro speciale chiamato channukkià.
In epoca moderna la festività ha cercato di cogliere (proprio come accadeva nel mondo pagano per i cristiani) la popolarità del Natale in Occidente. Channukà è diventata quindi sia la festa dell’affermazione del popolo ebraico sull’invasore che quella simbolica delle luci contro il male.

Ra, Apollo e la Notte

Nefertari e Ra

Tutto ciò configura la luce come attributo del Sole, lo stesso astro che Apollo traina con il suo carro ogni giorno, affinché il Caos sia sconfitto. Mentre la Notte, che Ovidio chiama “amica dei misteri” diventa con il trascorrere del tempo, più una metafora che una forza, un contrappasso e una polarità.
L’osservazione del mondo e la notazione della precarietà della vita viene simboleggiata con maggiore evidenza e maggiore frequenza nel percorso ciclico del sole. Nell’antico Egitto i riferimenti al valore imprescindibile della luce solare (la divinità Ra o Atum) sono ridondanti di messaggi vitali. I testi delle piramidi raccontano come il Re defunto proceda in un cammino analogo al percorso solare: «Tu sorgi e tramonti – dicono – tu affondi con Nephtys, e ti immergi nell’oscurità con la barca serotina del Sole».

Genesi

Genesi: «E la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. E Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. E Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. E Dio chiamò la luce giorno e le tenebre notte».
Soltanto dopo aver creato la terra per separare le acque e dopo aver creato la vegetazione, il terzo giorno vengono creati il sole e la luna, quali “luminari” e semplici segnatempo di stagioni e giorni
La presenza del divino come omologo alla luce compare in termini simili anche nel buddismo dove la sapienza è lontananza dal mondo contingente, e simbolo dell’assoluto. Questa qualità è invece confermata, in ambito cristiano, nel vangelo di Giovanni, là dove si afferma che «in principio era il Verbo» e che Giovanni venne «per rendere testimonianza alla luce » (1, 8).
N si scosta da questa metafora la letteratura dantesca per la quale Dio è “somma luce” o luce “etterna”. Così, nel primo canto del Paradiso, il poeta si trova “nel ciel che più della sua luce prende”, cioè nell’Empireo.

Altre vicende: il Graal

In un’altra epifania letteraria, quella del Graal, che costituisce il punto di incontro leggendario fra il sostrato celtico e la cristianizzazione, la luce è luogo della rivelazione. In Chrétien de Troyes, il cavaliere Perceval (che fu il Peredur dei racconti gallesi), entrato nel castello del Re Pescatore osserva con stupore e ammirazione una giovane bellissima attraversare il salone con un graal fra le mani: «Quando fu entrata nella sala col graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero chiarore, come stelle quando si leva sole o luna ». Il Graal chiede nel mito il proprio riconoscimento, risplende della verità, si impone sopra gli eventi mondani. E’, in sé, lo svelamento per cui le lande sterili del Re Pescatore potranno tornare a diventare fertili. Ma Perceval, forte solo del suo coraggio e della sua lealtà, non chiede, non proferisce le parole che avrebbero compiuto l’opera, ridato fertilità alla terra in virtù dell’atto magico per il quale (come in poesia) la parola è la cosa.

Poesia

Perceval-Peredur dormirà una notte tranquilla per svegliarsi in un castello ormai deserto. La luce ancora non si è rivelata in lui, ancora la notte ha coperto il mondo luminoso. L’eroe dovrà cercare ancora. Ungaretti nei versi di “Cantetto senza parole”,  quasi propiziando l’incantesimo della conoscenza e alludendo a un altro liricissimo ossimoro, scrive: «A colomba il sole/ cedette la luce…/ Tubando verrà/ se dormi, nel sogno».

Marco Conti, da “In principio era la notte – In the beginning Was the Night”, in Risk, periodico di intercomunicazione culturale, Anno X, N. 27. Maggio 2000. E Atti del convegno internazionale “la luce”, Banca popolare commercio e industria, Milano, 2000
 




 
 


 

Sotto i cieli di Marte

Centotrentadue anni fa all’Osservatorio di Milano Giovanni Schiaparelli disegnò la prima mappa di Marte. Storia di scoperte e di un errore di traduzione

Georges Méliès, Viaggio nella Luna (1902)

Ghiacci e nevi

Dal 13 agosto le nevi non si sciolsero più. 
Il 24 settembre l’innevamento si estendeva ancora su seicento chilometri, poi dalla fine del mese i ghiacci si ritirarono fino al polo australe scomparendo alla velocità di dieci chilometri al giorno.  I dati concordavano. Si potevano vedere e si poteva immaginare questa lunga banchisa come una pianura di glassa slabbrarsi e morire nelle ombre che disegnava, arabeschi densi come muschio bianco e grigio che gli facevano stropicciare gli occhi a forza di premere sull’oculare del telescopio.
 L’astronomo prese il notes, bagnò la punta del lapis e scrisse: «Possiamo argomentare da questo, che in Marte, come sulla Terra, il corso delle stagioni non è perfettamente il medesimo  in tutti gli anni, e che si danno colà, come presso di noi, estati più lunghe e più calde, ed altre più brevi e più fresche».

Le stagioni e la vita

Giovanni Schiaparelli  si accese il sigaro, posò ancora l’occhio  sul telescopio e sbuffò. Sì, su Marte poteva esserci vita. Ma meglio  fermarsi qui. Il  saggio si sarebbe intitolato  “La vita sul pianeta Marte”.  Il punto non erano solamente le nevi o l’acqua, non erano le stagioni e i venti che forse spazzavano le creste dei monti come sulla terra. Il punto erano quelle linee scavate in profondità, quei “canali”, quei sentieri più grandi di qualsiasi vallone alpino, migliaia di volte più estesi di qualsiasi canyon.  Erano una rete che correva e, in qualche caso, sembrava avere derivazioni, sbandare improvvisamente verso un altrove incerto e misterioso.

Canali, canali…Verso l’altrove

Seduto sullo sgabello come sulla tolda di una nave, l’astronomo guardava in basso le ombre massicce del quartiere Brera, poi alzava lo sguardo e tornava a bucare la notte con le sue lenti.
Dal 1877 il nuovo telescopio aveva permesso di raddoppiare la visibilità ed era stato allora che erano apparsi chiari i segni di avvallamenti, depressioni, canali o come diavolo si potevano chiamare. Giovanni Schiaparelli optò per il più semplice “canali”.  Pubblicò la relazione.
Su Marte c’era la vita? Sembrava che il mondo non aspettasse altro.


Telescopio Gregory XIX

La storia era lunga.
Aveva cominciato quel Cyrano di Bergerac  immaginando  “L’altro mondo o gli stati e gli imperi della Luna” due secoli prima, poi erano arrivati Swift e Voltaire,  e adesso aveva fatto fortuna Jules Verne. Ma quasi tutti puntavano gli occhi sulla Luna. Si capisce:  non c’era bisogno del telescopio, bastava  alzare la testa. Invece il più convinto sostenitore della vita su Marte era  un matematico tedesco. Karl Friedrich Gauss,  una testa d’uovo che in un un certo giorno della sua vita abitudinaria pensò di comunicare con gli abitanti di quel pianeta lontano disegnando forme geometriche sulla neve della tundra. Cose strane, come fossero rune…Che del resto non erano lontane.
Ora, alla vigilia della nuova pubblicazione, l’astronomo piemontese non era ancora deciso a sposare la causa che tutti gli sollecitavano. Sì sul pianeta Marte poteva esserci qualche forma di vita. “Poteva”… per l’appunto, non “doveva” come avrebbero voluto in tanti e come aveva già scritto
l’ americano Percival Lowell preso dall’entusiasmo della scoperta di Schiaparelli.

Dietro le lenti

 La famiglia dell’astronomo italiano veniva dal Biellese, un posto poco propenso ai voli pindarici. Giovanni aveva messo in un cassetto la sua laurea in ingegneria per  guardare altrove, diventare astronomo, direttore dell’osservatorio di Brera; ma da qui a immaginare cavallette giganti e bipedi con le antenne ancora ci correva. E infatti anche adesso, nel turbinoso 1895, quasi alla fine della sua carriera, mentre si preparava a scrivere le sue pagine più famose, il dubbio era di rigore, anzi era la sua “stella polare”.

Altre scoperte

 Nel 1872 aveva fatto un viaggio, era stato insignito della medaglia d’oro della Royal Astronomical Society per aver scoperto la relazione esistente  tra le comete e gli sciami meteorici,  poi aveva fatto nuove osservazioni su Marte. Oltre all’americano, a pensare alla vita su Marte c’era l’astronomo francese Camille Flammarion che credeva nell’abitabilità del pianeta. Adesso si aspettavano una conferma che non poteva venire. Non ancora.

Jules Verne, incisione per “I viaggi straordinari”

Non “canals” ma channels

Giovanni scrisse: “Piuttosto che veri canali della forma a noi più familiare, dobbiamo immaginarci depressioni del suolo non molto profonde, estese in direzione rettilinea per migliaia di chilometri, sopra larghezza di 100, 200 chilometri od anche più. Io ho già fatto notare altra volta, che, mancando sopra Marte le piogge, questi canali probabilmente costituiscono il meccanismo principale, con cui l’acqua (e con essa la vita organica) può diffondersi sulla superficie asciutta del pianeta”.
L’acqua, sorgente di vita, poteva essere la ragione, l’origine di tutto. Ma di più cosa poteva mai dire?

Telescopio riflettore in un disegno di Isaac Newton

Bastò questo,  insieme all’uso spregiudicato della parola “canali”. Quelli che Schiaparelli aveva visto dall’osservatorio di Brera e poi disegnato scrupolosamente,  così come apparivano, calcolando distanze, ipotizzando corsi d’acqua e nevi,  nella versione inglese vennero tradotti col termine “canals”. Il guaio è che in inglese la parola corrisponde ad opere manufatte che implicano esseri intelligenti, mentre  l’astronomo biellese intendeva parlare (come effettivamente fece nel suo saggio) di depressioni del suolo, incavature straordinariamente ampie. Il traduttore avrebbe dovuto usare la parola “channels” che indica una conformazione del terreno.
L’esistenza dei canali venne confermata da molti altri astronomi, non da tutti, finché telescopi più grandi, di ottiche migliori dissero altre cose. Ma paradossalmente portarono ad errori più grandi.

Tornando sul pianeta

Ancora un’incisione per i “viaggi” di Verne

L’astronomo greco Eugenios Michael Antoniadi con un telescopio più grande di quelli usati in precedenza da Schiaparelli,  con 83 centimetri di apertura (era il più grande esistente in Europa, precisamente a Meudon), una notte del 1909 guardò in direzione dei canali di Schiaparelli, nell’emisfero australe,  e scorse non linee ma crateri, vuoti, laghi « e le zone al sud di Syrtis Maior offrivano l’aspetto di una regione composta di freschi prati e di foreste di un verde più scuro, il tutto variato da minuscoli punti bianchi. Nessuna geometria… »
Lassù dove Giovanni aveva visto strade di ghiaccio o d’acqua, c’erano foreste, laghi, praterie. Più aumentavano i dettagli, più Marte sembrava un territorio fertile; più aumentava la grandezza dell’ottica, più il disegno era poetico.

Una sonda su Marte

Nel 1965 le fotografie inviate dalla sonda Mariner 4 a breve distanza dal suolo scopersero il doppio inganno. Aveva torto Schiaparelli, aveva torto Antoniadi. Non c’erano foreste, laghi, praterie, canali; non c’erano  neppure fiumi su Marte. C’erano crateri di varie dimensioni.
La storia è fatta di “ma”. Le telecamere delle sonde mostrano che non ci sono canali e tuttavia ci sono  formazioni naturali lunghe centinaia di chilometri, simili a letti di fiumi asciutti o ghiacciai. Le lunghe  rughe misurate dall’astronomo sono altra cosa, ma ci sono. Per la seconda volta la visione falsata di Schiaparelli  nasconde una sorpresa: su Marte non può esserci acqua ma vapore o ghiaccio oppure ampie colate laviche, formazioni geologiche sbalzate nel corso del tempo.
Adesso bisogna andare a vedere.

Marco Conti


 


 

Poeti nascosti o dimenticati – 14 (fine)

Tra le Avanguardie e i Lirici Nuovi degli anni ’40

Tristan Tzara prima del dadaismo

Racconto al giardino
La tua sorte
E abbaiano i cani contro di me
E ridono di me i vicini

Fa freddo
Fuori nevica
Urla il vento come
Un lupo braccato

Campane di rame
Anelano vecchi dolori
Gli anni si smembrano
In palpebre d’inverno

Lia bionda Lia
Peccato che tu non veda
Il mare avvolto in
Nebbia color fumo

Peccato che tu non senta
Le seghe della luce
Nella culla del mare lontano
Come suona il legno delle barche rovinate

Peccato che tu non senta
Come si piegano gli alberi per baciarti
E come si ricongiungono le labbra delle onde perdute
Per conoscere il tuo volto

Qualcosa è caduto
E’ caduta una stella in lacrime
Brava gente pregate
Per lei

(dalle poesie scritte in romeno nel 1914)

Tristan Tzara, “Litania”, trad. Irma Carannante, da “Prime Poesie”, Joker

Grafica pubblicitaria di Federico Seneca, 1928

Filippo Tommaso Marinetti. Versi francesi

Ti porto il broncio
o vita mia
da cui la mia vita
fu rapita
da pensare a Budda
che alla vita
portò il broncio
Tutta la vita
vale a dire
tu

(agosto, 1924)

Filippo Tommaso Marinetti, “Ti porto il broncio
“, trad. M. Conti, dagli inediti francesi pubblicati da Einaudi nel 1971, “Poesie a Beny”

Luciano Folgore

Disegno di Eugène Grasset per l’inchiostro Le Marquet

Andirivieni di sole, d’ombre.
di persone,
brusiti scivolanti lungo i muri,
gridi sicuri,
strepito di trombe.
Ruote di carrozzoni
(striiidiii liman rotaie).
Vocio di merciaioli.
Femmine gaie con bocche a mulino
(spolverio delle parole)
e contratti smozzicati
(gesti larghi tra cifre rimbombanti).
Mattino.
Sole.
Tutta la primavera
in gola, nelle vene, tra i capelli.
Garofani socchiusi
(feritoie di rosso),
e vitalbe intrecciate,
e rose di libidine,
e giacinti (sonagli d’odore),
e glicine annegate nell’ebrezza.

Terrazze di verde, di petali, di stami,
più in alto della vita grezza
gonfia di voci, monete, materia.
Terrazze dell’amore
(sotto cantano fili telefonici nel vento).
E la solitudine dell’aria,
e l’ampiezza di ogni soffio,
molli, beate campane carnali.

Parapetti logori
dal peso di qualcuno che sporge;
muraglioni ciuffati
di verde,
camini sensibili di fumo.
Incensi di larghe terrazze;
l’amore va in alto,
sopra tutte le scale,
sopra tutte le soffitte,
ancora al di là delle tegole, degli abbaini.
Soverchia i fiori in attesa
(rivoluzione di popoli odorosi)
e tra i parafulmini di platino,
gestisce,
chiama,
risponde,
via, via,
per terrazze e terrazze e terrazze.

Linee di muri, giuochi di fumi,
tralci di molli profumi,
boccaporti di case,
prolungamenti d’ardore
sulla città che vegeta
per i grovigli immensi,
eccomi tutto,
nella vostra rete di fili di baci,
di trame, di sensi.

Luciano Folgore, “Terrazze”
, da Il canto dei motori, Edizioni futuriste di “Poesia”, 1912

Bruno Corra

Disegno di Giorgio Muggiano

Crepuscolo

…?…:

questo crepuscolo gonfio di nubi che bestemmia il firmamento si occupa troppo di me; sento due occhi di padule fissi sul mio spirito; sono le verdi paludi dei miei due anni di febbri che tornano a lambirmi: affògati con la tua lebbra d’aurora, con le tue piaghe di stelle!

Bruno Corra, “Crepuscolo”
da Con mani di vetro (1910-1914) in Madrigali e grotteschi, Facchi, 1919

Il surrealismo di Gérard Legrand

I bambini che giocavano attorno al pozzo comunale
Nell’erba color cuoio quando scivolano riflessi
Gusci d’uovo e champignon malva le trombe dei morti
Risposero con uno sguardo al vagabondo solitario
I druidi della neve univano i loro falcetti dorati
Molto più in alto dell’incrocio dove ammutoliva
Il vimine del vento per dormire in una chiusa selvaggia
E i ciottoli confesseranno l’ora delle stelle marine

Gérard Legrand, “Irraggiungibile”
trad. M. Conti da Des pierres de mouvance Editions surréalistes, 1953

Guy Rosey

A colei che mi sta molto lontana una confidenza

A colei che mi sta molto vicina un bacio

Alla terra un viaggio dietro le strade

Al cielo
una preghiera dietro le parole

Ai miei amici
qualche giocattolo che faccia credere alla felicità

A coloro che mi sono sconosciuti la felicità con cui farsi un giocattolo

Ai misteri
qualche fiore

Alla natura
un mostro che la vegli

A chi s’è ingannato
il mezzo per riuscire senza sembrare

A chi non mi crede
la follia per la musica

A chi non ha conosciuto l’amore
come diventare gigante

A chi l’ha conosciuto
come diventare infinitamente piccolo.

A coloro che sono visitati dalla luna
lenzuola immacolate per la muta delle nuvole

A coloro che mancano di vizi
il mezzo d’aver paura di se stessi

Guy Rosey, “A colei che mi sta molto lontana“, trad. R. Sanesi e A. Schwarz, in Benjamin Péret, La poesia surrealista francese, Schwarz editore, 1959

Da Luciano Anceschi, “Lirici Nuovi”, 1942

Manifesto pubblicitario firmato da ‘Maga’, Roma, 1929

Luciano Anceschi, a giusto titolo nume tutelare della critica poetica italiana fino alle soglie della neoavanguardia, presentò la seconda edizione dell’antologia “Lirici Nuovi” nel 1964 con una premessa che raccontava i criteri, il clima, le ragioni delle scelte fatte negli anni Quaranta. “L’antologia – scrisse – ha voluto rappresentare per exempla il secondo tempo della poetica del Novecento nella variante che, per intenderci, continueremo a chiamare ermetica”.

L’indice sorprende forse più delle note perché costituisce il ritratto già definito fino all’ultima pennellata di ciò che sarà la storia del primo e, in parte, del secondo ‘900.
I nomi sono quelli di: Campana, Cardarelli, Ungaretti, Saba, Onofri, Montale, Quasimodo, Vigolo, Solmi, Betocchi, Bertolucci, Gatto, Luzi, Penna, Sinisgalli, Sereni…Capiterà che Vigolo, Betocchi, Gatto, Sinisgalli, incontrino meno fortuna critica in seguito, ma nessuna fortuna toccò invece a tre nomi presenti in quell’antologia, sia pure un’esigua minoranza: Adriano Grande, Corrado Pavolini (diventato poi regista teatrale e di cinema) e Beniamino Dal Fabbro.

Adriano Grande

S’alternano ricordi, in una tesa
aria di fanciullezza chissà dove
ripresa: in una pausa che non fustiga
la fretta. Sembran pagine
di un album sullo schermo.

Rivedo le figure che alla vita
del bimbo un’esistenza
intrecciavan più acuta. Torna il senso
dell’avventura; e a vivere m’aiuta.

Torna la stella d’oro e torna l’ombra della tenda, la nera
frangua dell’òasi sul rosso
ciel della sera, il cavallo di legno,
la tenera mandòla. Ecco il lenzuolo
del morto che resuscita, la luna
che ride e piange senza convinzione.

Vedo il ragazzo che si muove a scatti,
corroso dalla scabbia, burattino
della miseria. Accanto a lui la seria
bambina con il fiocco
di seta nei capelli; e la sua bambola.
Ecco la coccinella sulla foglia
dell’araucaria, il fragore
della cascata nel vallo deserto,
il còndor che precipita, il predone
col fucile fumante, che a cavallo
fugge sull’orizzonte.

Anno 1926

Rivedo poi la tombola
di Natale e il pandolce, lo scoppiare
dei fuochi d’artificio, l’allegria
delle stelle filanti, gli onomastici,
le ricorrenze care. Ecco la prima
lettera d’un amore
fallace, ecco la lacrima
tenace della sposa abbandonata.

Ecco la coltellata
nel buio vicolo, il soffio del vento
sulle betulle, la stagnola opaca
del fiume all’alba…O inutile catalogo,
vana frondosità! Tu resti scialba,
mia vita, resti scialba. Questa rosa
spinosa che mi porto
nel cuore toglie senso
alle svagate immagini. Son corti,
anche se vuoti i giorni
che ti restano ancora, per sciuparli
in questo gioco. Fra tanta ricchezza
di tuo c’è solamente
una cadenza d’inespresso pianto.
Lontano: l’ho sentito in ogni cosa.,

Adriano Grande, “Album” da Il Maestrale, agosto 1942 in L. Anceschi, Lirici Nuovi, (1942; 1964)

Beniamino Dal Fabbro

A un odore di neve, a un cielo verde
d’un eguale cristallo in me d’eventi
remoti l’aria palpita, altro tempo
mi scande i giorni dell’adolescenza
immemore e profonda, l’ore trepide
che credevo l’estreme del mio sole.
Dal tenebroso golfo delle rupi
di prima sera nascendo, la luna
sopra spettrali calme di candore
argentina pendeva,…e all’indeciso
un’alba nuova favola era informe.
Nel concluso silenzio ed imploravo
al cembalo le febbri giovanili
del sangue lento e puro che languiva
nei magri polsi, e all’anima fluviale
dell’organo i confusi dolci fiati
corali e l’onda che m’avvolge immensa
in mari arcani di continua voce.

Beniamino Dal Fabbro, “A un odore di neve, a un cielo verde” da Villapluvia, 1932 in L. Anceschi, idem

F.to di Jane Long






Futuro, le sfide del

I media hanno fatto diventare questo slogan un refrain pro-globalizzazione. Leggiamolo come un compito in classe

Come si incoraggiano i bambini ad accettare i compiti assegnati per diventare adulti, si incoraggia il pubblico televisivo e mediatico ad accettare le sfide del futuro. Dunque il futuro non è qualcosa di ignoto a cui concorre un’anonima collettività, ma un campo di gioco e un compito scolastico scritto sulle lavagne televisive. Affrontato coscienziosamente e bene eseguito, porterà in premio i risultati desiderati, cioè la nostra stessa conformità. Trascurato ci abbandonerà come un’orfanella sulle strade fumose di Dickens.

La sfida

Dickens, Grandi speranze

Non ci si chiederà chi ha gettato il guanto della sfida, pena scoprire che la tenzone a cui è chiamata l’umanità di studenti e impiegati, di casalinghe e professionisti, gioca il gioco del proprio padre, del proprio maggiore, del proprio padrone. Cos’altro vuole l’umanità delle griffes, che ha imparato a pensare al proprio bene dentro il ventre luminescente e immenso del Paese dei Balocchi, se non altre figurine, altre icone, da far valere al proprio vicino di banco e dunque altri giochi da poter giocare?

Le griffes

Unghiate d’orso

Dagli schermi ronzanti minacce e imbonimenti nella loro azzurrità lontana ma perentoria, le voci non sono meno equivocabili di quelle del manager verso il sottoposto e ugualmente catafratte, protette dal sottofondo di slogan e refrain che ripetono lo stesso invito, le stesse parole, di volta in volta paludate o scopertamente umili, ingenuamente copiate e ripetute come il dettato della maestra.

L’oroscopo globale

Uomini politici di ogni schieramento, lettori di giornali passabilmente autorevoli per la marmellata di idee e atout finanziari a cui sono chiamati corrispondere, sembrano sapere che il futuro è immutabile come il presente, un marmo variegato di colori ma non per questo meno irrefutabile, meno duro.
Chi potrebbe dar loro torto? Non diceva il filosofo Leibnitz che «il presente è gravido di futuro»?
 http://mimesisedizioni.it/breviario-di-dissidenza.html
Marco Conti, da Breviario di dissidenza, Mimesis, 2017


 

Poeti dimenticati o nascosti – 13

Albino Pierro

Il numero tre mi è sempre piaciuto,
e ora che lo penso
si spacca sotto gli occhi
una bella melagrana rossa.
E io mi avvento e la mordo,
e i denti si piantano nel mezzo,
come un’altra bocca.
E ci baciamo a lungo,
muso a muso,
ci mescoliamo nella scorza,
come due fiotti di sangue.
Domani ne abbiamo tre,
e già mi tremano le ginocchia
al pensiero di trovarla,
proprio davanti alla mia porta,
la carrozza lucente del re.
 
Albino Pierro, “Il numero tre”, da Nu belle fatte  (Una bella storia), Almanacco dello Specchio, 1975, Mondadori.

Nelly Sachs

Grondai così dalla parola:
 
un frammento di notte
a braccia spalancate
una bilancia solo
per soppesare fughe
in questo tempo stellare
calata nella polvere
impressa d’orme.
 
E’ tardi ormai.
Ciò che è lieve mi lascia
e ciò che è greve
già vanno via le spalle
come nubi
braccia e mani
libere nel gesto.
 
Molto scuro è sempre il colore del ricordo
 
Mi riprende così
la notte in suo possesso.
 
Nelly Sachs, ”Grondai così dalla parola”, trad. I. Porena, da Poesie, Einaudi, 1971

Olli Sinivaara

Stamane il cielo si strappa,
saltano le cuciture del ritmo circadiano,
 
all’inizio le nubi crepate da una breccia
un’apertura dai morbidi contorni,
 
labbra da cui discende
la polvere imbiancata della costa mediterranea,
 
un velo ambrato di sudore
lungo strade pedonali madide,
 
dove i sacchetti d’immondizia ricordano:
qui si sa amare e dimenticare,
 
nuotare come all’ultima luna,
affondare nell’acqua sporca,
 
rianimare i gabbiani per il volo
e annegare di nuovo, scomparire di nuovo
 
verso isole più lontane,
isolette saldate d’argento,
 
ventaglio cencioso
che stamane si spande
 
sulla cupola della città,
quando le nubi si estinguono,
 
sbiadisce nel blu e scolora.
 
Olli Sinivaara, “Stamane il cielo si strappa”, trad. A. Parente, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, Mimesis-Hebenon, 2011

Ekaterina Sokolova

Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa:
intorno vedo alberi cavi, come libri, accostati.
Oltre vedo una gita: m’hanno mostrato per primo il nord,
poi il sud m’hanno mostrato.
 
In alto pini rotondi e pochi familiari:
perché non hai nulla, perché sei una strana bambina.
Né l’oscurità del nord, né del su la luce marina
m’han potuto formare.
 
Ma adesso in alto in alto
immersa nell’erba ho la testa
i piedi in un’acqua celeste
l’erba dell’acqua ancor più silente
l’acqua più in basso dell’erba si stende.
 
Ekaterina Sokolova, “Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa”, da La massa critica del cuore. Antologia di poesia russa contemporanea. Cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio,  Mimesis-Hebenon, 2013

José Moreno Villa

Ho fatto una D coricata come una barca
e tutta la camera è diventata una spiaggia.
Sentivo il rumore arricciato della riva
e il catrame che c’è sotto la luce marina.
La D ha una bianca vela panciuta
la sua scia,
il suo pennone,
la sua bandiera.
Venne a me superando il monte,
il cancello, la scala, la porta chiusa.
Venne senza pescatori,
senza remi, né reti, né acciughe.

Ecco dunque la D inclinata,
lancia incagliata sulla riva,
non so dove perduta
e ritrovata sopra il mio nome.

José Moreno Villa, “D”, trad. V. Bodini, da Giacinta la rossa, Einaudi, 1972

Cecilia Vincuña

Da piccola avevo dei conigli e mi piacevano tanto
che non mi staccavo da loro durante tutto il giorno.
li guardavo senza sosta ma non mi venne mai in mente
che erano animali che mangiavano e fu così
che morirono. io non riuscivo a capire perché
era successo dato che loro “sapevano” che
io li amavo. per me esisteva solo un tipo
di morte ed era quella di dolore o tristezza.
poi, uno zio mi chiese che cosa davo da
mangiare ai conigli e io lo trovai molto strano.
gli dissi che non gli davo niente, chiesero ai
grandi e tutti risposero che essendo
miei gli animaletti si supponeva che li
alimentassi io. gran commozione per la morte dei
conigli.
tutti considerarono che ero scema e sna-
turata. a me non importò, ma pensai
che da allora in poi avrei dato da mangiare
a tutte le cose che mi piacevano perché voleva
dire che c’erano due tipi di morte: quella di
fame e quella di dolore.
Cecilia Vincuña, “Maniera in cui scoprii i due tipi di morte”, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972.

Alain Veinstein

Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire
avrei la gola insanguinata
pervaderei ogni grano di polvere
delle scintille della mia tensione.
Subito – ho un bel mantenere il silenzio –
m’ inabisso nella notte fredda
come una palla di fuoco.
Nell’oscurità che mi accoglie
faccio tremare pozze di luce.

Alain Veinstein, “Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire” trad. M. Conti, da “L’heure d’hiver”, Edition du Seuil, 2009

Paolo Volponi

La notte è parallela al giorno;
ne sostiene l’anelante
andatura
istante per istante.
La notte è più grande e sottile
e cede senza paura
a ogni speranza vile
del giorno.
La notte non è sicura
proprio come un soggetto
che cerca sempre misura
fra origine e ritorno.
Il giorno invece è un oggetto
che pesa e si oppone intorno
alla sua stessa parvenza.
Il giorno finisce
senza…
La notte è immortale,
e non concepisce,
quale vestale
della propria assenza
continua che compatisce.
 
Paolo Volponi, “La notte è parallela al giorno” da Con testo a fronte, Einaudi, 1986

Juan Rodolfo Wilcock

Non i prodotti chimici danno la pace
ma il silenzio e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le finzioni argute danno la gioia
ma l’amore e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le rare teorie danno la comprensione
ma la rinuncia e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Juan Rodolfo Wilcock, da “I tre santi” in Poesie, Adelphi, 1980


 

Su cosa sia la poesia: Barthes e la piccola Minou

La prima edizione delle poesie, poi tradotte in inglese, italiano e altre lingue, della bambina Minou Drouet.

Nel 1956, una bambina di otto anni che scriveva lettere e poesie di sorprendente maturità e creatività letteraria, diventò in Francia un caso su cui scrissero vari autori, critici, giornali. La bambina si chiamava Minou Drouet, era nata nel 1947 a Rennes, era stata adottata, era quasi cieca ed era stata avviata agli studi musicali, in particolare al pianoforte. Fu una insegnante del Conservatorio che spedì le lettere di Minou all’editore Julliard, lo stesso editore che aveva appena pubblicato  il libro di Françoise Sagan, Bonjour Tristesse, destinato in breve tempo a diventare un successo internazionale. In Italia il libro di poesie della giovanissima autrice (Albero amico…) venne pubblicato da Mondadori nella sua collana più prestigiosa, “I poeti dello specchio”.
 Il gran scalpore che seguì a queste pubblicazioni, dove la natura stessa della poesia veniva interpellata, riguardò sia il mondo colto che popolare. La Drouet scrisse poi libri per l’infanzia, un romanzo e nei primi anni Sessanta si esibì al piano con Segovia, con Aznavour e diversi cantanti celebri. Dal 1993, dopo aver scritto la prosa autobiografica “La mia verità”, Minou Druet, non ha più una vita pubblica.

Vero o falso?

Lo scrittore e semiologo Roland Barthes

La ragione per cui ne parlo è che la storia della scrittrice-bambina chiama in causa le idee che vissero, vivono e convivono con quella della poesia. Di pari passo quelle idee – che non riguardavamo soltanto la precocità – vennero vagliate da Roland Barthes e oggi ci coinvolgono ancora benché sotto una luce a tratti diversa.
  Negli anni Cinquanta si metteva in dubbio che Minou fosse la vera autrice di quei versi. Si disse che glieli avesse scritti la madre adottiva, si fecero perizie calligrafiche, si sottopose la bambina ad una serie di esami nei quali la piccola era chiamata a inventare delle poesie su temi prefissati. Si approntò insomma una specie di inchiesta poliziesca. Il risultato? Niente è mai stato certo.
Roland Barthes, ne parla in alcune straordinarie pagine di “Miti d’oggi” (in originale Mythologies).  In merito alle  curiosità, alle domande che si fecero sulla autenticità – concluse più o meno quanto segue: non si può dire se i versi sottoposti all’analisi sono di una bambina se non so cos’è l’infanzia e se non so cos’è la poesia.
Barthes aggiunge che abbiamo dell’infanzia, come della poesia, una idea “normata”, cioè codificata. E dal momento che le cose stanno così, allora anche il caso Druet si fonda sulla verosimiglianza. Si parte con un’idea, con un postulato, e poi si vede se l’oggetto in questione gli somiglia. 

Il comun denominatore della poesia

L’edizione italiana delle poesie nella prestigiosa collana mondadoriana “Lo specchio”

I ragionamenti fatti a quell’epoca per i testi della bambina sono quelli che si trovano, enunciati o impliciti, anche oggi nel discorso comune sulla poesia. Se l’infanzia è la poesia poiché l’infanzia è immaginazione, allora Minou può essere poeta. La poesia nasce dunque per partenogenesi. Scrive Barthes: «Ma innocente o adulta che si dichiari la poesia di Minou (cioè che la si lodi o la si sospetti), significa in ogni modo riconoscerla fondata su una profonda alterità posta dalla natura stessa fra l’età infantile e l’età matura, significa postulare il bambino come un essere asociale, o per lo meno capace di operare spontaneamente su di sé la propria critica e di vietarsi l’uso delle parole sentite al solo fine  di manifestarsi pienamente come bambino ideale: credere al genio poetico dell’infanzia, credere a una sorta di partenogenesi letteraria, porre una volta di più la letteratura come un dono degli dèi. Ogni traccia di “cultura” è così messa in conto alla finzione (…)»

Una postilla

Il ragionamento implicito che Barthes mette allo scoperto è esatto ma naturalmente non esaurisce il tema.  La poesia è anche codice letterario, cioè acquisizione colta ed è contemporaneamente codice culturale storico ed etnico.  Nel mondo finlandese e in Provenza,  intorno all’XII secolo, si scriveva  e ascoltava lirica ma con modalità diverse. La Kalevala non assomiglia in nulla al Trobar e al Trobar Clus e nessuno dei due, tranne che per l’uso di alcuni parallelismi retorici (dalle omofonie alla metafora), assomiglia allo Dhvani indiano in uso già nel IX secolo.
Tuttavia anche questo aspetto, storico e strutturale, che si contrappone o perlomeno completa l’idea di poesia inattingibile e donata come il fuoco nei miti, non dice molto di più sulla natura della poesia.

Il mito del Genio

Edizione ‘Folio’ dell’opera celeberrima di Barthes

Nel suo La letteratura secondo Minou Drouet, Barthes passa ad esaminare un altro aspetto: «C’è in primo luogo il mito del genio, del quale ormai non si può più decisamente venire a capo. I classici avevano decretato che era questione di pazienza. Oggi, il genio è guadagnar tempo, fare a otto anni quello che normalmente si fa a venticinque». Il tempo, la velocità, l’economia del risparmio e del consumo che vi è implicata era già sotto-tema in quell’epoca, ma mantenendo le sue promesse è oggi divenuto addirittura una icona della Religione del Prodotto Lordo. Barthes non poteva sospettarne l’energia centrifuga, questo continuo ossessivo tambureggiare del Tempo nel XXI secolo.

Rimbaud

Ecco allora che il caso di Minou Drouet ha almeno un luogo in cui le due opposte tesi possono toccarsi: sia che la poesia sia inattingibile, sia che la poesia sia talento culturale, la bambina ha anticipato il Tempo e in ciò è una ipostasi minore di Rimbaud. «Ciò illustra assai bene – argomenta il semiologo – la nozione prettamente borghese di enfant-prodige (Mozart, Rimbaud, Roberto Benzi); oggetto mirabile nella misura in cui adempie alla funzione ideale di ogni attività capitalistica: guadagnar tempo, ridurre la durata umana a un problema numerativo d’istanti preziosi.»

Le ‘Trovate

Secondo Barthes i commentatori del caso, sui giornali, si trovano però d’accordo su almeno una cosa: che la Poesia sia «ininterrotto seguito di trovate, il nome semplice della metafora», che la poesia non sia più «un atto totale, determinato con lentezza e pazienza attraverso tutta una serie di tempi morti» ma «accumulazione di estasi, di applausi, di salve, rivolti alla riuscita acrobazia verbale: ancora una volta la quantità fonda il valore». Barthes si sofferma allora sulla poesia moderna poiché dubita che esista un’essenza della poesia esterna alla Storia, e prendendo in prestito Apollinaire, come modello di riferimento, scrive che bellezza e verità della poesia «derivano da una profonda dialettica tra la vita e la morte del linguaggio, tra lo spessore della parola e la noia della sintassi».

L’epoca del nouveau roman

Ai tempi di Barthes questa non è un’idea nuova, per quanto continui ad avere l’impatto di ciò che si oppone alla codificazione normata, alla tradizione. Louis Aragon aveva scritto che la poesia è continuo rinnovamento del linguaggio. Barthes ritiene che con l’idea del genio e dell’infanzia si addomestichi l’idea del disordine; il prodigio tranquillizza la normalità.  La letteratura autentica,  comincia però solo di fronte all’innominabile, davanti a un «altrove estraneo allo stesso linguaggio che cerca». Nel 1957, quando esce Miti d’oggi, la letteratura cerca effettivamente altrove: ci sono sulla scena francese narratori come Beckett e Leiris, ci sono gli autori nati dal ventre del Surrealismo come il poeta  René Char, e sono compagni di strada tanto Claude Simon quanto Robbe-Grillet e Butor. In definitiva Barthes enuncia un concetto che trova referenti reali e altrettanti ne trova andando a ritroso: da Dante a Rabelais a Baudelaire.

Una strana coppia: Leggibilità e Banalità

Guillaume Apollinaire: la sua poesia, fortemente innovativa, e successivamente gli scrittori emersi dal movimento surrealista cambiarono radicalmente la poesia francese ed europea

Oggi probabilmente Barthes si sentirebbe (mi fa piacere pensarlo) di aggiungere altro. Direbbe che anche la reinvenzione della lingua, anche l’innominabile, quando diventa norma è da tenere in grande sospetto. Un po’ come le idee del genio e della fanciullezza negli anni Cinquanta.
Forse, davanti ai laboratori alchemici e asettici di molta poesia contemporanea francese e italiana, egli non potrebbe che richiamare una vecchia idea di Schelling per cui la poesia è sintesi di natura e tecnica, di immaginario e tradizione.
D’altro canto guardando il profondo abisso della narrativa europea del XXI secolo, confermerebbe tutto. Il semiologo che commentava  con ironia le glorie del premio Goncourt, troverebbe che nel complesso l’opera narrativa del XXI secolo assomiglia sempre più ai canoni prefissati dal Mercato. L’imperativo della Leggibilità che prende a braccetto la Banalità è una coppia sempre più diffusa e doppiamente  titolata dalle grandi case editrici. Leggibilità e Banalità se ne vanno in giro felici per le  sperticate lodi che trovano ad  ogni angolo, ad ogni muro dove l’affissione è possibile e ugualmente risibile.
Chissà, a proposito di successo, oggi anche il Robin Williams dell’Attimo Fuggente salirebbe sui banchi per stracciare, pagina per pagina,  non solo il vetusto manuale di letteratura, ma anche qualche romanzo, qualche raccolta di poesia presi a caso dalle vetrine.
 

Poeti dimenticati o nascosti – 12

Wanda Lins

Sans foi ni loi
sans foi ni loi
sans feu ni lieu
sans maître sans chien sans dieu
 
sans joie
 
sans toi
qui étais tout cela
 
et sans savoir pourquoi pourquoi pourquoi.
 
Wanda Lins, da “Les Monstrillons”, Albert Meynier, 1986

Roberto Sanesi



Dove l’aprile, con tutti
i pregiudizi innescati dall’autunno,
rimane appollaiato sulla groppa
della neve e per mesi, per anni.
frastagliato
da un ramo di betulla, arrochito
come una volpe,
mi dicono
che il brigante usignolo si annidava
nel folto degli argenti, dei muschi,
con un cappuccio di funghi velenosi,
nell’ocra dei cespugli, al tramonto,
e fulminava col fischio i viandanti.
Fra una nota e l’altra
una minuscola slitta ti percorre il mignolo.
 
Roberto Sanesi, da Alterego e altre ipotesi, Munt Press, 1974

Georges Scheadé

Pierre Alechinsky

L’enorme tristezza di un cavallo passeggia nelle nuvole
E tu in questa stanza
Sogni senza parola
Della più tenera infanzia di un viaggio
Sul reame dei muri

Georges Scheadé, Poésies V; XI, trad. M. Conti, da Les poèsie, Nrf Gallimard, 2008

Stefano Simoncelli

Vieranski

E’ me che sfidi scattando
sui pedali della bicicletta?
E’ per sfinirmi che inarchi distendi le reni
involandoti come fumo
nuvola dalla bionda zazzera malandra
lungo rettilinei curve di viali
che la prima caduta di piogge e foglie
ha finalmente liberato dai turisti
attardatisi ad alleviare
mali cittadini?
 
– Se è così non sopporterà
il mio cuore: arranco dietro la tua ruota
mi manca il fiato. meglio ch’io mi fermi dove
la strada un poco s’inerpica,
ch’io ritorni dove lei la previdente
l’appassionata compagna
sta preparando un balsamo di baci
e rose devastate.
 
Stefano Simoncelli, “Gareggiando con un bambino in bicicletta”, da Nuovi Argomenti, nn. 63-64, 1979,

Leonardo Sinisgalli

Si può prende la felicità
per la coda come un passero.
Si possono dimenticare i debiti
che abbiamo con il mondo.
Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.
 
Leonardo Sinisgalli, “Il passero e il lebbroso“,  da L’ellisse, Mondadori, 1974

Cinzia Soldano

Paul Klee

Non ti ho mai detto
ancora
cosa succede all’ombra
dell’albogatto?
Vieni con me una sera. Te lo dirò
all’ombra
dell’albogatto.
L’ombra dell’albogatto
è proprio
una gran cosa.
Non che si veda

né fuoco fatuo
né si respiri fiore di eliotropio
né, mai, ti accadrà di trasognare: “dolce era
il tempo/ che mi ravvolgeva
l’ombra
dell’albogatto”.
L’ombra dell’albogatto,
no,
è un’altra cosa.
Ah, l’ombra dell’albogatto…

Brilla nel fondo della scatola nera?
Somiglia all’istante dell’alzabandiera?
L’ombra dell’albogatto è dove
ti porterò una sera.

Cinzia Soldano, “L’albogatto” in AA. VV. Il grande blu, il grande nero. Transeuropa, 1988

Lucia Sollazzo

Mirtha Dermiaseche

Vedo la sorte mia in tuo colore
noctua, se al chiaro sole
sconfini, occhi e piuma d’errore
esatto il grido breve del tuo gelo.
E buia perfori il più lucente velo
del silenzio fiorito,
ardenti, infinite
leghe in fumo volando
ad incendiate lande
che in giallo sguardo miri.

Lucia Sollazzo, “Vedo la sorte mia in tuo colore” da Noctua, Manni ed. 1998

Sergio Solmi

Christophe Badani

Va facendosi il mondo d’anno in anno
sempre più bello. Nel sole arretrando
s’addolcisce e si fa minuta ed intima
la strada cittadina, come il cavo
di due mani accostate, a rivelare
il prezioso accento d’una fronda
o un frammento d’azzurro, e il verde tram
sopraggiungendo fa d’ogni stagione
primavera.
O tu lindo nitido
mondo, i tuoi queti rumori!
Domani,
giunta la sua bellezza al colmo, forse
la fragile pellicola d’un tratto
schianterà lacerata. Sarà solo
l’immenso fiore di fumo di questa
nostra storia incendiata a sollevarsi
tremando contro un abolito cielo?
Sergio Solmi, “Fermata facoltativa” (1955) da Poesie, meditazioni e ricordi, Adelphi, 1983

Poeti dimenticati o nascosti – 11

Federico Garcia Lorca, Cartolina

Ana Maria Moix

Mio fratello Terencio comprava libri di Sartre nel mercato di libri di San
Antonio e li leggeva di nascosto da mio padre – si chiama Jesus, è monarchico e sentimentale -, il quale assicurava che Sartre era la reincarnazione del demonio e che i suoi lettori diventavano immediatamente schiavi al servizio di Satana. Un giorno, all’uscita dalla scuola, dissi a mio fratello: voglio diventare scrittrice. Tu?
Ma non volevi diventare trapezista? Sì, ma adesso voglio diventare scrittrice. Terencio mi disse che non sarei stata mai una buona scrittrice perché non ero “impegnata”.
A me in realtà, quello che piaceva era suonare la tromba in una strada buia. Ma allora, né io né i miei fratelli sapevamo nulla della vita; avevamo imparato tutto da libri, fumetti, film e canzoni.
Ho già detto che quello che mi piace è suonare la tromba in una strada buia, per questo ho scritto le Ballate del Dolce Jim, perché desideravo, un bel giorno, suonare la tromba in una strada buia. Più tardi ho capito che ho sempre suonato la tromba in una strada buia.

Ana Maria Moix, da “Poetica”, trad. M. Lamberti, in “Poesia”, n. 92, Crocetti

Roberto Roversi

“…bruciano i vetri delle biblioteche
gli scaffali di legno odorano di onde di boschi
avvampano i libri chiedono pietà
o muoiono in silenzio o scendono in battaglia contro il tempo
che li tempesta. Cenere nelle biblioteche con gli avidi pipistrelli
chini sopra gli ultimi fogli. Fumo”

Roberto Roversi, da “La partita di calcio“, Pironti, 2001

E’ ancora da vedere se la povertà di ieri

“E’ ancora da vedere se la povertà di ieri
era più triste della ricchezza esplosa
polvere di ghiaccio tra le pietre
in questi giorni rassegnati a un piccolo destino.
Il pane che l’Europa tocca muore.
Il viaggio così finisce. Il cavaliere così si allontana.
Mi rifiuto di sottoscrivere
qualsiasi forma di patto
con il diavolo. Mani di uomini neri
strisciano le lamiere arrugginite.”
 
Roberto Roversi, da “La partita di calcio”, Pironti editore, 2011.

Tomasz Ròzycki

Manoscritto arabo XII sec.

Immagina un momento che io viva qui
che qui sia nato, e i miei genitori
abbiano un negozietto qui da sempre
e io frequenti un bar in rue du Temple
 
con una cameriera gentile, che non ci sia mai stata
Europa dell’est, nessuna cantina
per nascondere i vicini, nessuna
deportazione o retata, né incubi
 
di gente che si presenta alla porta,
immagina: un gatto allunga il collo
al sole del balcone, gioca a scacchi
il tipo a destra con la cameriera,
 
lui segue le sue mosse, lei portando
il caffè, come per caso, con l’anca urta la scacchiera.
 
Tomasz Ròzycki, “Truppe alle manovre”, trad. L. Masi, in Hebenon, nn 3-4, Mimesis Hebenon, 2009.   

Beppe Salvia

Un raggio ha dimorato tra misure
rigorose e chiare di calici, e
senza chiudersi in pigre filature
tra i vetri ha brillato un segno d’oro, e
l’ho sentito il tinno sonoro di quel
lume e il coro, come uno specchio avanti
al primo grido dei mille vetri del
prisma che pur frange acque indolenti
dell’iride dei lumi, non parenti
siamo noi di luci che riposano,
 
livida limatura d’ardesia note
quadrettature d’un foglio ha rese
metro imperativo e falso di vita
che non valse a far pittura scoperta
di quell’ombre di polvere ferrigna.
Beppe Salvia, “Il raggio la polvere il foglio” dall’ inserto culturale “Fine Secolo” del quotidiano Reporter, 23 aprile 1985

Rossella Tempesta

Gérard de Nerval, Genealogia fantastica

Molto bella l’estate
per questo suo camminare a piedi nudi nella casa
sentire come è fresco il duro marmo
sentire la vostra presenza anche nelle stanze vuote
anche nell’ordine così provvisorio delle cose:
stanno in bilico
e non si sedimentano poiché amano lasciarsi travolgere
dalle vostre guerre stellari
aspettano di essere centrifugate dall’energia magnetica
dei vostri salti.
Qui, qui. Mi troverete davanti a questo scenario azzurro
su cui dondolano le campanelle della buganvillea
e le vele bianche dei vacanzieri.

Rossella Tempesta, da “Libro domestico” in Nuovi poeti italiani, 6. Einaudi, 2012

Antonio Martinez Sarriòn

Stephane Mallarmé . Lettera autografa indirizzata a Laura Mery (1890)

Meraviglie del cine gallerie
di luce intermittente in mezzo ai fischi
bambini con le mamme giù in platea
tra le pantere un indiano si sforza
di raggiungere i frutti più dorati
ivonne de carlo balla in sherazade
non so se una danza musulmana o un tango
amore dei miei quindici anni marilyn
fiumi della memoria così amari
e poi la cena fredda e insipida
e gli occhi brucianti come fari
 
Antonio Martinez Sarriòn, “Il cinema del sabato”, trad. M.P. Lamberti, da Poesia, n. 87, Crocetti, 1995

Manoscritto arabo. XII secolo


 
 


Poeti dimenticati o nascosti – 10

Stephan Tennant, Diario dal Marocco

Eduardo Mitre

Riuniamo una porta, una finestra
e quattro muri pensierosi
e abbiamo già una stanza.
Una camera è senza dubbio il luogo
dove meglio si sente piovere.
Le tre rivelazioni della stanza:
un fantasma, un’arancia, una donna.
Quella che a tavola non disse nulla
lo dice con lacrime nella stanza.
La tua stanza è più intima del tuo passato
nel bosco i nidi
e nella città le stanze.

Eduardo Mitre, “La stanza”, trad. A. M. Molina, in Poesia, n. 221, Crocetti, 2007

Eugenio Montejo


Guillaume Apollinaire, calligrammi

Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.
 
E’ difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un’altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.
 
Eugenio Montejo, “Gli alberi”, trad. L. Rosi, da Poesia, Crocetti, n. 234, 2009

Maija-Liisa Nyman – 1

Manoscritto di Beatrix Potter

Dopo le nozze giunse la primavera.
 
In Iraq si combatte ancora e
il popolo di Dio rivendica sangue.
Le mattine leggo con attenzione il giornale.
 
Gli alberi in fiore. Mi disperdo in minute goccioline.
Se volete sposarvi,
andate a Las Vegas.

Maija Liisa Nyman – 2

Prigioniera in quaranta metri quadri, in sole due stanze,
con la bicicletta all’ingresso, non si riesce a passare
se non si chiede con le buone, se non si accarezza delicatamente
il corno destro
e la piccola cicatrice del parafango.
 
E giù per le scale, dal terzo piano al primo,
è dei bambini russi.
 
Il russo non lo parlo, nemmeno
una buona parola.
 
Maija-Liisa Nyman, due poesie, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, cura e traduzione  di Antonio Parente, prefazione Siru Kainulainen, Mimesis-Hebenon edizioni, 2011

Giancarlo Pontiggia

Jean Cocteau, autoritratto

Ritorno ogni volta dove
l’ombra trova il suo confine
compagna del silenzio,
 
nella polvere delle strade che svoltano
contro cieli alti.
 
Chi passava,
sollevando lo sguardo, vedeva
oleandri ruvidi e selvosi, ancora
celati in un sonno remoto.

tra i pochi frammenti di quel cielo
fiammante e impervio
rassicuro i vostri sciami ronzanti, e riprendo
il cammino;
 
(oh, ma quali ombre e quali
urti?)
 
Di giugno, come vi ripeto, nell’ora
del meriggio che acceca, della polvere e del fuoco,
ai margini dei campi, in un impluvio
verdissimo di ombre, tra quei segni,
in quella direzione, con passi
certi
 
come un’antica preghiera
 
Giancarlo Pontiggia, “Di giugno, come vi ripeto, nell’ora”, da Con parole remote, Guanda, 1998.

Ramon Palomares

John Vernon Lord (taccuino di Sicilia)

Ecco arrivare il notte
colui che ha stelle nelle unghie,
con passo furioso e cani tra le gambe
alzando le braccia come un fulmine
aprendo i cedri
buttandosi i rami addosso
molto lontano.

Entra come se fosse un uomo a cavallo
e passa per l’androne
scrollandosi di dosso il temporale.

E smonta e comincia ad indagare
e ricorda e allunga gli occhi.

Guarda i paesi che sono
gli uni sui declivi e gli altri acquattati nei burroni
ed entra nelle case
a vedere come stanno le donne
e spazza le chiese attraverso le sacrestie e i campanili
spaventando quando pesta per le scale.

E si siede sulle pietre
indagando senza pace.

Ramon Palomares, “Il notte”, trad. H. G. Robles e U. Bonetti, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972

Vasko Popa

Manoscritto ebraico del XIV secolo. Carmen figurata per i racconti di Haggadah

La piccola scatola mette i primi dentini
e cresce un poco in lunghezza
e pure in larghezza e in profondità
e in tutto quello che ha
e ancora la piccola scatola cresce
l’armadio in cui stava dentro
sta ora dentro di lei
lei cresce e diventa più grande
adesso la stanza sta dentro di lei
non solo, ci stanno la casa il borgo
la terra e il mondo in cui prima abitava
la piccola scatola ricorda l’infanzia
è forse per via della sua nostalgia
che piccola piccola di nuovo si fa?
e adesso lì dentro ci sta per intero
il mondo ridotto in miniatura
è facile metterlo dentro una tasca
lo perdi lo rubi così facilmente
proteggi la piccola scatola.

Vasko Popa, “La piccola scatola”, trad. A. Cattaneo da C. Simic Il cacciatore di immagini, Adelphi, 2005. Popa è ritenuto tra i maggiori poeti serbi contemporanei; in Italia è sconosciuto. Il testo qui presentato è stato tradotto da Charles Simic e poi volto in italiano.

Craig Raine

Alice nel Paese delle meraviglie, decontestualizzazione

Fu possibile ridere
mentre i motori fischiavano nel ribollimento,

e chiedersi che aspetto avranno le nubi –
neve spalata, Apple Charlotte,

Tufty Tails… ho goduto
il Mare d’Irlanda, le navi erano difetti

in una buia distesa di lenzuola.
E poi Belfast di sotto, una radio

con tutto il dietro divelto,
tra l’astrazione agricola

dei campi. Intricata,
ordinata e sistemata con metodo. Le finestre

brillavano come gocce di fusibile –
tutto era elettricamente connesso.

Pensai ai regali di nozze,
cose bianche da tè,

raggruppate su una credenza,
mentre si entrava nella nube

e non si era in alcun luogo –
una sposa in velo, che rideva

del senso dell’evento, solo
semi impaurita da una casa vuota

con quel ribollimento delle tende
dalla finestra della camera da letto.

Craig Raine, “In volo per Belfast, 1977”, trad. C.Pennati, da A Martian Sends a Postacard Home (Un marziano manda una cartolina a casa), Oxford University Press, 1979, in Trame, N. 9, 1992

Raizan

Lewis Carrol, manoscritto illustrato

Oh mondine! –
di non fangoso
c’è solo il vostro canto.

Raizan, “Mondine” da Il muschio e la rugiada. antologia di poesia giapponese, Bur, 1996

Jacques Réda

Carmen figurata. Ancora un manoscritto ebraico di leggende di Haggadah

Un po’ di me se ne va trotterellando
Nel costume da bagno rosso.
L’oceano si muove appena.
Portando via un po’ di lei
Già fugge senza che lo sospettiamo,
Perché – scomparso io –
Lei non avrà mai corso
Così per nessuno
Fino all’onda scintillante
Che il mare rinnova
Salendo verso il secchiello, la paletta,
Segni dell’oblio.
 
Jacques Réda, “Tashi a quattro anni”, trad. Marco Conti, da L’adozione del sistema metrico, Gallimard, 2004

Angelo Maria Ripellino

Italo Calvino, Nota per le Lezioni Americane

Il buon tempo antico era una grossa mela
posata su una nuvola d’ovatta,
uno specchio barocco con una succosa candela,
una rossa rosa spampanata.
Il buon tempo antico era mia madre
col macinino del caffè tra le ginocchia,
e le nere gelse e i sonagli del mare
e il crepitare verdognolo di una ranocchia.
Il buon tempo antico era il signor Botticelli
con un bouquet di variopinte primavere
e una manciata di tremuli uccelli.
Era il calduccio di casa nelle umide sere,
l’infuso di tolù, menta e limone
e i pupi di zucchero sul canterano.
La casa ora è cieca, ma un fioco lampione
si ostina a illuminarla, avvizzito guardiano.
 
Angelo Maria Ripellino, “Il buon tempo antico era una grossa mela” da Autunnale barocco, Einaudi, 1990




Poeti dimenticati o nascosti – 9

Paolo Bertolani

Un paese. Che muore
nell’unico minuscolo emporio, nel lavoro.
“Colpo
di grazia, non trovi?!, alla nostra ormai decrepita
malinconia di sinistra”.
“E i sindacati?”. Lo chiedemmo
guardando dalla nebbia del bicchiere verso
il banco di mescita.
“Stanno seduti a un tavolo lontano. Dietro un esercito
di telefoni. Di carta stampata”.
 
Paolo Bertolani, da “Contributo per un programma di volantini”, in Nuovi Argomenti, n. 56, 1977, Garzanti.

Raffaele De Luca

Chissà dove sono morta
dove sono rinata
in quale alito fresco ho disperso
la mia cenere.
Eppure primavera pulviscolo rosa
ci da il sole
ci da questi dolci artigli
che rigano la faccia.
Chissà in quali improbabili universi
torneremo a rinascere
saremo bruma, saremo squame
saremo questa pietra fresca
che si accende al sole?
Poi non saremo più niente
debordano verso il nulla le parole
chi noi chi
ora che una voce roca ancora chiama
intreccia castelli intreccia
aspira alla foce il fiume
ora che nel buio si perde
quest’ultimo animale.
 
Raffaele De Luca, “Chissà dove sono morta”, da Ombre Rosse, N. 33 Marzo 1981, Savelli Editori

Michael Ondaatje

Pavone significa ordine
canguri che lottano significano pazzia
oasi significa che ho scoperto l’acqua
posizione del francobollo – testa del tiranno
orizzontale, o “poliziotti a cavallo”,
significano pericolo politico
date false significano che
non sono dove dovrei essere
quando parlo del tempo
intendo affari
una cartolina in bianco dice
che sono nel deserto.
 
Michael Ondaatje, “Traduzioni delle mie cartoline”, trad. S. Albertazzi, in Linea d’ombra, n. 89. 1994.

Alexandre O’Neill

Dove sono gli orologi che ci davano
il tempo generoso
le dita virtuose dei piedi
musicali del tempo
le sale dove il lusso apriva le ali
e volava di sedia in sedia
di sorriso in sorriso
fino a cadere esausto e felice
nel cuscino azzurrissimo del sonno

Oggi non è facile il tempo
non è più il vostro tempo
viandanti del sogno che divide
dolci fratelli della rosa
colonne del tempio dell’Immobile
prudenti amici della vertigine
deliziati poeti di un’angoscia
senza visceri reali
non è più vostro il tempo

Spose dell’invisibile
non è vostro il tempo
Orologi dell’eterno
non è vostro il tempo


Alexandre O’Neill, da “Con la voce contraffatta della poesia” in La Parola interdetta, poeti surrealisti portoghesi, trad. A. Tabucchi, Einaudi 1971

Roberto Pazzi

Certe volte mi ricordo di cose
che non ho mai visto,
di persone e linguaggi
che non ho mai conosciuto,
vedo passare nella mia stanza
notti che non ho vissuto
e per le strade avanzare con vele bianche
giornate senza nessuno dei vivi a bordo.
Cerco allora il buco da cui sono uscite
tutte le cose che non sono mie:
forse qualcuno verrà a chiedermi
come mai le viva io,
dovrò protestare che non ne so niente,
che non le ho rubate a nessuno.
Altre volte non ho paura,
mi pare di non dovermi difendere,
di dovermi salvare soltanto dalle cose mie;
sento che la mia prigione
è uno spazio elastico quanto la mia memoria
e che le uniche fughe sono queste.
 
Roberto Pazzi, “La prigione della memoria”, da Calma di vento, Garzanti, 1987.

A casa mia,
quando veniva il fumista,
era una specie di festa,
un trambusto con la fuliggine
dappertutto
e mia madre vinta
dalla caligine
di quell’uomo.
E l’Emma mi guardava
guardare incantato
quel fumista mago
che poteva tutto.
Roberto Pazzi, “Il fumista”, da Calma di vento, Garzanti, 1987

Véronique Pittolo

A seconda dell’umore, lei mi chiamava: “Giorno Mio, Notte Mia”…
Bionda, graziosa, occhi particolari.
Rimpiangeva ormai quello che chiamava il suo poeta
Lamentoso, il colore dei suoi capelli,
il piano dove aveva vissuto…
Di notte, sotto i suoi passi, il chiasso del métro,
lo sguardo della gente, le promesse,
La camicetta bianca rendeva il suo volto inaccessibile,
carne cancellata sotto la stoffa.
La sua bellezza la faceva tremare,
la sera in cui le cose accaddero.
Véronique Pittolo, A seconda dell’umore lei mi chiamava…”  trad. M. Conti da “Montage” , Fourbis, 1992.