Eliza Macadan e il ‘Paradiso riassunto’

metto la mano
sull’orizzonte
lo tocco
con desiderio
sto ridendo mentre piango
sto arrivando quando vado via
sulle scale
ho decretato
che per adesso
rimango qua
scrivo i miei poemi
su biglietti di parcheggio
il tubo con nebbia
si è rotto sulla città
gli alberi
stanno parcheggiati
con cura
sulle strade strette
le panchine
si sono ritirate
all’ombra
mentre ti stai girando
da tutte le parti
i documenti d’identità
dei morti

«E’ una attualità perenne quella che segna i versi di Eliza Macadan. Un’attualità – scrivevo nella prefazione ai versi italiani della poetessa romena raccolti col titolo Paradiso Riassunto (silloge edita da Joker nel 2012) – dove il futuro è una promessa di ripetizione senza orizzonte e dove il passato è impercepibile. Il mondo lirico di Eliza Macadan procede da queste nozioni. Il presente, il gesto e le cose colte nella loro fattualità sono l’ossatura di Paradiso Riassunto, non meno dell’intonazione ironica o scabra che s’innerva in questi versi fin dal titolo. Un’intonazione che attraversa la coscienza europea rispetto a uno scenario subìto e falsificato, messo in definitiva ai ferri corti dalla storia».

Eliza Macadan, Paradiso Riassunto, Joker, 2012

Il cane borghese

Nel 2013 esce Il cane borghese (edito da La vita felice) dove la soggettività ha voce più estesa e il paesaggio confini più vicini al poeta. Una poesia dice:

 la casa del sonno
ha persiane rosse
sempre chiuse
tra me e l’infanzia
non scendo mai le scale
al cavallino di legno sta fiorendo la coda
la sua zazzera è alata
e sta vegliando dalla collina
 
la casa del sonno
è in fiamme

Altrove si disegna un crocevia, un punto d’incontro tra il mondo personale e le valenze necessariamente impersonali, quelle in cui la parola rinvia a un’altra rappresentazione di scenari più ampi e collettivi:

 leggo di fronte
scrivo sul retro
poesia quotidiana
senz’orizzonte
sto frugando nella luna piena
nell’abbaio dei cani
dopo previsioni
a breve termine
 
non posso tergere
le tracce di pioggia
attraverso il parabrezza

E’ ancora nei tre versi finali, come nell’incipit, una voce ironica quella che scrive attraverso una sorta di sineddoche che dal parabrezza porta all’esterno, dalla contingenza meteorica alla sua valenza figurativa estensibile alla contemporaneità. Di pari passo i versi di un altro testo (cuore della notte) mostrano come un nucleo emotivo diventi scena lirica e lo diventi più precisamente attraverso uno scambio di figure: il sentimento di precarietà che si oggettiva nella passeggiata con l’animale mentre le  fattezze dell’oggetto poetico restano incerte e reversibili.

 nel cuore della notte
porto la morte a fare un giro
sul sedile di dietro
la tiro fuori dal fianco dei letti
dove stanno sdraiati giovani corpi
la rincorro sulle scale
per affiatarsi
la spedisco in pianura
per lasciarla fuggire impazzita
 
a pranzo sul marciapiede
la morte passeggia con il cane
davanti alla nipote del nonno.

Elio Grasso, nella prefazione alla raccolta, parla di poesie dove «convivono diverse lunghezze d’onda» agganciate al nostro passato, e cita a questo proposito Sereni e Menicanti. Propenderei per la seconda, stante la discorsività estesa del primo, almeno dopo Diario d’Algeria, ma è indubbio che qui come in Sereni vive anche «la messa a fuoco di due sopravvivenze, quella della poesia e dello scrittore che scova ciò che il cielo lancia addosso all’umanità (…)».

Anestesia delle nevi

Eliza Macadan

Due anni dopo compare Anestesia delle nevi (La vita Felice, 2015).  Qui Eliza Macadan, con un’ellisse del discorso lirico appena più pronunciata, evoca uno scenario di metropoli  deprivato, ridotto al suo scheletro:  potrebbe essere la Bucarest di oggi, ma anche Milano, oppure  una sacca metropolitana di Parigi, la Gare du Nord evocata da Céline o, ancora,  un luogo di provincia appena toccato dal mostro della globalizzazione, un Moloch  che ha braccia sufficientemente feroci per unire stazioni e chiese nella stessa aura di annullamento di senso, di significato, di valore:

 chi non ha vecchi con sé
esca a mendicare
dal palmo della mano
cadono sogni
raggirano la fame
la vita scorre nelle stazioni
come alle porte delle chiese
domenica
prima che Dio arrivi
con l’espresso delle otto
 
             *
una zingara
indovina
il mio amore legalizzato
un passante
mi mostra
le sue zanne di fame
spacco la vetrina
di un negozio di animali
rubo un guinzaglio
per metterlo
al favorito alla presidenza

«Ogni sequenza – scrive Amedeo Anelli presentando il volume – è plurima e stipata di oggetti, aperti su più lati e prospettive. E’ una poesia di moto, un “andante con moto” inesorabile come il fluire dei tempi in un gorgo».  E anche in questo caso l’ironia si sposa al rifiuto, fa propria la contemporaneità attraverso nodi associativi che la definiscono: le zanne di fame dunque l’animalità  per raggiungere il domestico, il quotidiano urbano, ovvero il guinzaglio e la sua antitesi istituzionale e storica, la presidenza, in una parola il potere.

Si può  vedere in questa lirica un unico disegno allegorico, come accade altrove tra le pagine della raccolta e come accadrà spesso in Passi Passati (ancora Joker, nel 2016)

Nel 2017 l’ultima vasta raccolta edita da Archinto

Pioggia lontano

La raccolta successiva Pioggia Lontano (Archinto, 2017) riunisce le due estremità del metronomo lirico passando dalla soggettività al tempo collettivo, dal desiderio negato alla negazione di ogni possibile slancio. Il discorso si consolida legato ad un registro ironico, ad un lessico d’uso dialogico, a un ritmo irregolare che si disegna anch’esso su di un parlato ellittico (come nella prima raccolta qui convocata) nel quale l’immagine metaforica illumina ogni sequenza.

 Piovono
pezzi di pianeta morto
un secolo fa
una metafora della fine del mondo
mi tormenta anche nel sonno
un poeta fissa lo schermo
dal quale si versano notizie di catastrofi naturali
nell’aria i treni disegnano
le loro ferrovie
per portare i passeggeri in cielo
 
c’è qualcosa che non nella gravità

La commistione di basso e alto, di prosaico e lirico è un dato insito in gran parte di questo itinerario e lo è anche quando la stessa lirica, la sua gravità liberatoria,  diventa oggetto del discorso. Questa dialettica si rivela ugualmente attraverso  la frequenza del verbo cadere e altri verbi assimilabili per significato: “cadono parole definitive” scrive Macadan nel testo appena sopra riportato; “cadono uccelli dal cielo” scrive nella poesia successiva; “cadono sogni” dice in chi non ha vecchi con sé; “occulte mani (…) lasciano cadere/ i veli di zaffiro” scandisce  il verso di una leggenda giapponese.  Le figurazioni della pioggia appartengono in definitiva a questo stesso immaginario, tanto personale quanto autentico e raro, come è rara l’assunzione diretta della storia contemporanea nella poesia italiana.

Trascorsa la stagione sperimentale, archiviate le poetiche  di alcuni autori nati in quell’alveo o negli immediati dintorni (da Roversi a D’Elia a Di Ruscio) e senza voler chiamare in causa con la mia locuzione sopradetta Vittorio Sereni, la poesia di Eliza Macadan –  autrice moldava di nazionalità romena ma poliglotta –  ha talvolta sorpreso le patrie lettere per l’urgenza dei suoi temi e dei suoi modi. Dal finestrino di un convoglio partito da Bucarest, tutto sommato, il mondo si può vedere meglio.

Un’altra immagine dell’autrice moldava. Ha scritto raccolte di versi in romeno, italiano e francese.

Carnevali, poeta in nero

Emanuel Carnevali

Spaesato come un bambino, cinico come un vecchio, irruente e gentile, ma soprattutto compulsivo, rapido in ogni cosa, nei modi, nel pensiero. Persino come lavapiatti,nella Little Italy di New York, Emanuel Carnevali impressionò gli amici per la velocità con cui svolgeva il lavoro davanti a una pila di stoviglie che toccava il soffitto. Tra i suoi amici c’era il poeta William Carlos Williams che più tardi, nella sua autobiografia, parlando del libro di Carnevali, A Hurried Man(“Un uomo che ha fretta”), annoterà: «A ragione, si intitolava così». Un carattere che sembra essere passato, come un fluido, dalla vita alla pagina letteraria.

La corsa del desiderio

Leggendo i suoi versi o le sue prose, si ha spesso la sensazione che la rapidità tracimi insieme ad un dettato nervoso e straordinariamente energico.

E’ forse la stessa velocità che Calvino, nelle “ Lezioni americane”, definisce come «la corsa del desiderio verso un oggetto che non esiste». Da noi Carnevali e la sua furia poetica vennero invece scoperti lentissimamente, più o meno trentasei anni dopo la morte dell’autore (avvenuta nel 1942), con l’antologia “Il primo Dio” pubblicata da Adephi.

Nella vita di Emanuel Carnevali nulla avvenne con cadenze regolari e la malattia che lo colpì a Chicago, nel 1922, quando aveva appena intravisto il successo letterario come redattore della rivista Poetry, gli conquistò,sfortunatamente, la ragione di tanta fretta.

La vita

Era nato a Firenze nel 1897 da un famiglia della piccola borghesia. Suo padre, un impiegato troppo intransigente, è descritto dal poeta come il «più ignobile degli uomini» poiché addebita alla violenza paterna un tentativo di suicidio della madre, al contrario amatissima da Emanuel, ma morfinomane dopo una malattia. Di fatto la famiglia si sciolse. Quando Emanuel aveva sette anni, la mamma e la zia lo portarono con loro emigrando dalla Toscana nel Biellese. Per alcuni anni vissero tutti insieme a Cossato grazie al lavoro della zia. Eppure, anche qui, si abbatte l’ala nera della sventura e, come in un feuilleton di dubbio gusto, entrambe le sorelle si ammalarono e morirono a distanza di poco tempo l’una dall’altra. La prima adolescenza trascorsa in alcuni collegi pagati dal padre non migliorò i rapporti tra i due.

Sedicenne Emanuel si imbarcò con il fratello, Augusto, per New York. E’ il 1918 quando Carnevali vede dal ponte della nave le spiagge del New Jersey, «sparse tra le colline, punteggiate di casette simili a giocattoli giapponesi».

Black Poet

New York, anni Venti

Ma Emanuel non è l’immigrato tradizionale. E’ quello che Williams chiameràblack poet, è un ribelle, un maudit che in cima alle sue preferenze letterarie mette le poesie di Rimbaud, il Zarathustra di Nietzsche, le visioni libertarie di Whitman. Così, quando tornerà indietro con la memoria per scrivere le pagine del “Primo Dio”, ripensando al giorno in cui dalla nave vide spuntare le casette del New Jersey, aggiunge: «Dall’altro lato si poteva ammirare la statua della Libertà, se si aveva lo stomaco per farlo». I funzionari che salgono a bordo della nave chiedono come sempre agli emigranti se sono mai stati in prigione. Carnevali non se lo dimenticherà: «Questa, dunque era New York. Questa era la città di cui avevamo tanto sognato e questi erano i favolosi grattacieli. Provai una delle più grandi delusioni della mia vita infelice».

Il rimpatrio

Appena quattro anni dopo, gli amici scrittori saranno costretti a fare una colletta per rimpatriarlo. Carnevali si è ammalato di encefalite letargica, ha sintomi parkinsoniani e sarà obbligato a passare il resto della sua vita in ospedale, a Bazzano, poi in una clinica che gli è pagata dall’editore e scrittore Robert McAlmon ed infine in un altro nosocomio neuropsichiatrico, a Bologna, dove muore nel 1942 soffocato da un boccone di pane. In clinica Carnevali corrisponde con Pound (che non gli rimprovera la stroncatura subita dal poeta italiano anni prima) e con Carlo Linati che già nel 1925 si è occupato di lui e che ne tradurrà per primo, in italiano, i versi e alcune pagine di prosa. Ma soprattutto continuerà a scrivere in inglese, poesie, racconti e la sua autobiografia.

L’opera

Poetry, la rivista in cui scrissero Carnevali e altri imagisti

Un’opera densa e originale, già tutta annunciata agli esordi e nelle letture americane.

Nelle note critiche l’anglista Linati osserva che con le sue poesie, i suoi racconti, Carnevali è capace di ricavare la bellezza dagli aspetti più squallidi del quotidiano. Un giudizio forse sopra le righe ma il tratto che meglio delinea l’opera – insieme a quella che Ezra Pound indicò come fury – è forse la compresenza del bello e del grottesco, del desiderio e della vacuità.

La fury del poeta è in fondo quella di una rabbia che ricava la sua linfa per contrappasso fluendo da un temperamento lirico. Il tratto intimistico, il timbro di sensualità esibita che deve qualcosa a Jules Laforgue, si sviluppa puntualmente nel disincanto :

«Sei
così povera di baci,
che ne sei così avara?»
E ancora:
«Faccio la mia serenata
battendo con il pugno chiuso
su un gong e un tamburo.
Ciò che voglio è darti
il suono di ciò che è un uomo»,

scrive in Serenade nel luglio del 1919. E’ lo stesso sguardo che, come sul ponte della nave in attracco a New York, si sposta dalle «casette simili a giocattoli giapponesi» alla irridente statua della Libertà, alla delusione dell’accoglienza. La franchezza di un pensiero che nulla vuole cancellare di ciò che è stato vissuto emotivamente,  percorre ugualmente le pagine meno inquiete dell’infanzia.

Cossato

Cossato, un’immagine del paese nei primi anni del Novecento

Tra queste il suo soggiorno a Cossato che acquista una scrittura mitografica nel ritmo nervoso e iperbolico della sua pagina. Cossato è per Carnevali il luogo della vita spensierata; descrive la bellezza di quella campagna, le incursioni tra i frutteti, cita e mette subito in disparte uno squallido incontro. Comincia con il parlare di Biella dove la zia aveva trovato lavoro come caporeparto in una fabbrica tessile.

Nei vent’anni di malattia successivi al ritorno in Italia, anche la poesia accentua questi elementi tranchants. Da Rimbaud ha imparato la sentenza tagliente, l’immagine grottesca e ficcante: «L’amore è una miniera nascosta nelle montagne della nostra vecchiezza», scrive in unadelle sue prime poesie.

Sherwood Anderson

Sherwood Anderson, che frequentò Carnevali poco prima che abbandonasse Chicago e la rivista Poetry, racconta nelle sue memorie i giorni in cui nuotavano spesso insieme in un lago: «Ci allontanavamo parecchio dalla riva, nuotando, finché io non mi spaventavo e tornavo indietro, mentre lui avanzava ancora verso il largo, finché pensavo che fosse veramente scomparso nell’ignoto – nella morte». Bracciata dopo bracciata nel buio denso dell’acqua: forse verso ciò che non esiste, come scrisse Calvino a proposito del desiderio della velocità e che si adatterebbe altrettanto bene ad una fuga. Ma in fondo non sono la stessa cosa?

Einaudi: «Quando portavamo i manoscritti giù in cantina»

Ho conosciuto Giulio Einaudi in una giornata in cui un mal di denti, fino a quel momento sconosciuto, mi procurava fitte lancinanti. Solo un paio di analgesici riuscirono a rendermi presentabile per l’introduzione e l’intervista che dovevo svolgere in pubblico nell’aula magna di un liceo.

Ancora il mal di denti

Per chi, come me, aveva cominciato a leggere libri, con il piacere di inoltrarsi in un’avventura silenziosa e segreta, riconoscere i volumi dal dorso bianco e rosso sugli scaffali delle biblioteche o gli esili libretti con i versi in copertina, Giulio Einaudi faceva parte della propria galleria di miti. Così quel giorno lottavo non solo contro il mal di denti che mi aveva stordito ma con l’insofferenza che rischiava di trasformare curiosità, soddisfazione, interesse personale, in un’occasione perduta. Capita, qualche volta, che l’ostinazione ci renda liberi. E così salii sul palco, presi il microfono in mano e cominciai guardando ora il pubblico, ora Einaudi, la sua massa di capelli bianchi, gli occhi vivaci come un ragazzo sperando di non incappare in una pausa di troppo, in un racconto di maniera. Andò bene finché la fitta alla mascella non si fece risentire. Feci una pausa più lunga, Gigi Lacchia, dell’Agenzia Einaudi si avvicinò all’orecchio di Einaudi e sussurrò qualcosa. Non era difficile da intuire: proprio a lui qualche istante prima avevo confessato di aver preso in extremis degli analgesici.

Le domande, la requisitoria

Riuscii ad arrivare in fondo alla presentazione e a formulare la prima domanda, la seconda, la terza diventò un breve monologo. Giulio Einaudi era ormai da qualche anno in riposo forzato dopo la brutta avventura che aveva portato al commissariamento della casa editrice e non aveva intenzione di fare regali nel descrivere l’insulsaggine dei provvedimenti. Non sapeva il mondo, non sapevano i commissari, che una casa editrice storica con migliaia di volumi a spasso lungo la penisola, con centinaia di diritti d’autore, aveva crediti da riscuotere e risorse da spendere?

 Alla fine dell’intervista qualcuno tra il pubblico, con l’aria di chiedere ragione di una parzialità, mise l’accento sul ruolo avuto dalla casa editrice  nella politica della sinistra. Einaudi, anziché rivendicare, compitò un elenco di autori che in quegli anni raccontavano cose nuove, che rompevano i cliché e che in quel momento – era il 1998 – erano classici del Novecento e a nessuno sarebbe venuto in mente di trovargli un posto a Montecitorio. Dalla linguistica alla filosofia, dall’antropologia alla storia, da De Felice a Wittgenstein, da Propp a Marcuse. Ero felice per la verve che sapeva imprimere alle argomentazioni. Allievi e professori, politici convocati per l’occasione e curiosi, ascoltavano con la bocca disegnata ad “O” come gli spettatori sotto la Cappella Sistina.

Le donne di Pavese, i bombardamenti

A tavola dopo un paio d’ore, si animò per raccontarmi di Pavese: «Era sempre silenzioso, la sera durante le riunioni si sedeva in fondo, in disparte, fumava la pipa. Capitava che si alzasse improvvisamente e se ne andasse con un cenno di saluto.»

 E la donna dalla voce rauca, e Costance Dowling? Non ero riuscito a evitare questa faccenda delle donne… La lettura durante l’adolescenza del Mestiere di Vivere mi aveva preso per mano e accompagnato, gorgogliando, ribollendo fin lì,  davanti al testimone per eccellenza o, perlomeno, a quello che mi sembrava tale.

Giulio Einaudi inghiottì la torta – la cena era ormai conclusa – abbassò gli occhi, si mosse sulla sedia. Forse voleva aggiungere qualcosa di personale, ma non lo fece. «Eh.. fu una brutta botta, si sa com’era…soprattutto con l’ultima». Pensava a Costance credo, ma non chiesi di più. Invece parlammo del lavoro editoriale, della casa editrice durante la dittatura: « Durante i bombardamenti si lavorava con grande passione – disse con la leggerezza con cui sapeva parlare di tutto – ogni sera portavamo in cantina i manoscritti degli autori e i telefoni; poi il giorno dopo si riportavano su, negli uffici».

Vent’anni fa la morte dell’editore

Una memoria che nel nuovo millennio potrebbe prenderci alla gola per quanto rendeva implicito: tra la cantina e gli uffici, il ricordo di un’epoca che sapeva fare  d’ un gruppo d’intellettuali una comunità di ricerca e intenti, dove si riteneva che il mondo dovesse essere pensato anziché misurato in prodotto lordo.

Non avrei mai creduto che, appena un anno dopo, sarei stato costretto scrivere una pagina per ricordare Einaudi nel legno della memoria. Senza enfasi, come si usa tra piemontesi, ma ugualmente con una fitta più dolorosa di quella sentita sul palco. E senza possibilità di analgesico di sorta.

Un albero e due rime per sposarsi

Pieter Bruegel – il Giovane, Scena di villaggio con danza intorno al palo di maggio (1634)

– Sei innamorato?
La bambina ti sorride e ti chiede un capello. Se hai dei dubbi ti dice “sei una femminuccia paurosa”, poi appena può te lo strappa con una sola mossa rapida e decisa.
– Sei innamorato?
Cosa può rispondere un tipo in pantaloni corti che ha il fiato lungo per l’ultima corsa nel cortile e si sta grattando la testa.
Invece la ragazzina  si mette nel palmo della mano il capello, ci passa l’indice una, due, tre volte, e torna a chiedere:
– Sei innamorato?
Lei sa che ormai non conta più. Puoi dire quello che ti pare. Non conta. Lo dirà il capello. Eccolo, appena visibile o, al contrario, confuso insieme ad altri come un patetico ciuffo d’erba.
 Adesso la bambina lo distende ancora sul palmo e con le unghie dell’indice e del pollice lo tira, lo stira. Il capello si deforma a una delle estremità, fa una specie di spirale.
– Ecco, sei innamorato – dice la ragazzina e comincia a ridere, a correre e a gridare che sei innamorato. Anche se non c’è nessuno. Anzi meglio. Così resti impalato, senza sapere cosa fare, con le mani sprofondate nelle tasche, il muso lungo, le guance rosse.


Capitava così.
Capitava per gioco, anche se le cose potevano mettersi male. Se il capello non si arricciava non eri innamorato. Facevi finta… Tanto per dire, tanto per fare.
Nei cortili era un gioco per bambini verso la metà del secolo scorso in diverse parti del Settentrione. Per qualche inspiegabile ragione, ci sono divinazioni e magie che col passare del tempo diventano giochi. Come quei fuochi natalizi su cui saltano i bambini e che duecento, trecento anni prima erano attesi dagli agricoltori per conoscere il futuro dei raccolti, delle messi.

La damina veneziana

Torniamo indietro.
A Venezia, nel Settecento, tra le damine imbiancate e le fidanzate col viso reso rosso da inverni impietosi. Precisamente allora, il capello che s’arriccia o non s’arriccia è un segno che fa pensare. E se fosse vero? E se il gondoliere non fosse innamorato? …Per l’appunto. 
Il folclorista Angelo De Gubernatis scrive di questo rituale riferendolo a Venezia, anno domini 1878. É una storia vecchia che fa il paio con quella dei tarocchi.
 Ci spostiamo ora nella casa di una donna che mischia il mazzo e fa passare le carte, una per una, davanti a una ragazza. Per ogni nuova carta, invariabilmente, ripete in successione figura dopo figura: “Uomo”, “Bell’uomo”, “Mercante”, “Ladro”, “Spia”.  
Se quando compare il due di spade sta dicendo “Bell’uomo”,  è segno di nozze imminenti. Sia come sia, non si discute con la magia. La donna si sposerà.

Una fronda per dichiararsi

La storia di un fascio di fronde legate a un albero,  per dichiararsi, è un rito tutto biellese. Così almeno sembra, perché se ne ha traccia e documenti solo nel paese di Candelo.  
Poteva capitare che una Anna, o Carla, o Renza, alzandosi un mattino del mese di maggio, gettasse uno sguardo fuori dalla finestra… E là in fondo, sul ciliegio davanti a casa, oppure sul frassino lungo il fosso del prato, ecco agitarsi qualcosa.
 In alto c’erano foglie nuove, rami che il giorno prima non c’erano. Se  la ragazza osservava meglio,  le cose non potevano essere più chiare. Proprio in cima al ciliegio c’era una fronda di pioppo e addirittura una fascina di rami, di foglie verdi. Allora la giornata si annunciava tra quelle agitate.
La fronda era un indizio chiaro, ma di chi era? Se in quelle ultime settimane, al ballo, per strada, nessuno si era avvicinato, nessuno aveva fatto una gentilezza, diventava un rebus.
Doveva spargersi la voce: “Ieri mattina hanno legato il pioppo sul ciliegio della Renzina!”
 Prima o poi un nome saltava fuori. Ma se si sbagliava? Se Renzina aveva le fattezze di Greta Garbo?  Se di sorrisi e gentilezze ne aveva ricevute più del solito?
La questione in questi casi prendeva un’altra piega e il ragazzo aveva solo un’opportunità: dopo essere salito a notte fonda sull’albero dell’amata, doveva agire in fretta e il giorno dopo mandare un amico per riferire alla famiglia che il tale aveva intenzioni serie. Il capello, insomma, era arricciato. Che Renzina volesse oppure no.
Questa tradizione aveva una scadenza. Alessandro Roccavilla scrisse che il padre aveva otto giorni di tempo prima di rispondere. Nella scena cruciale del fidanzamento il ruolo paterno era importante. Al padre toccava valutare la consistenza dei beni dell’altra famiglia; ma in ogni caso era il padre che toglieva dall’imbarazzo la figlia quando il responso era un rotondo “no”.
Viceversa la love story era una intrepida discesa.

Promesse di fertilità

Ma gli alberi servivano anche per sposarsi in clandestinità o raddoppiare la cerimonia ufficiale.
 La tradizione era diffusa in diverse parti, dalla Lunigiana alla Basilicata alla Calabria. Si facevano tre giri di danza intorno ad un albero, poi lo sposo recitava: “Albero mio fiorito, /Tu sei la moglie, io sono il marito”. Subito dopo la sposa controbatteva: “Albero delle foglie,/ Tu sei il marito, io sono la moglie”. L’essenza arborea era una promessa di fertilità.
 Del resto, nei prati e nei cortili dove le bambine stiracchiavano un capello  preso tra pollice e indice c’erano diversi alberi che erano stati piantati esattamente il giorno della loro nascita. Ma chissà perché (ed è una superstizione del tutto contemporanea) c’è chi crede questa sia un’altra storia.

Pane e poesia con Alda Merini

Alda Merini

Alle sedici Alda Merini è già seduta sul mio sofà. Ha due grossi anelli di plastica gialla alle dita e si guarda intorno. L’aspettavo per la sera, la prenotazione al ristorante è per la cena. Bere non vuol bere ed è meglio così. 
“Ce l’ha un pezzo di pane?”
Non ho un pezzo di pane. Non ho fatto in tempo a comprare niente.
“ Ho dei grissini”, dico, mentre vado in cucina. Mi segue col suo cappottone di pelliccia che non ha voluto lasciare all’attaccapanni. Dal balcone si vede la ciminiera del Lanificio Cerruti, il blu delle montagne, la pianura di Candelo.
“Sembra che Carducci, quando ha scritto quella poesia gonfia di enfasi sul Piemonte, avesse visto la città più o meno da questo punto…Sa, Biella… i camini fumanti…”, sorrido.


“Davvero? Io ho avuto dei parenti piemontesi, un generale.”
“Un generale?”
“Sì, sì un generale…Ma allora il pane non ce l’ha?”
“E’ vecchio”, dico, “Posso darle dei grissini”.
Grissini no. 
Sul tavolo c’è la vecchia Olivetti verde chiaro, Lettera 32.
“Ce l’ha un foglio di carta?”
“Questi sì, a volontà”.  Mi sorride nel suo cappottone grigio di finto astrakan e si mette a battere sui tasti velocemente, a testa bassa.  Mi dice che il Piemonte è un salutare ricordo della sua infanzia.
 Poi scrive così:

Ove salta il camoscio e la valanga
lì io costrussi la mia poesia
zolla su zolla sera dietro sera
e malaccortamente una preghiera
di farmi luce nel lungo cammino
e aspetto una lettera affettuosa
del padre eterno che mi dica
            ancora
sei un ramo di betulla
                           ancora ancora
in te canta la siepe e poi la rosa
ma anche mi dica anche che
              poesia
strapiombo di gelo universale
o non cadere in lei che ti
             fai male.

a Marco Conti

Firma, mi guarda, non bada ai miei ringraziamenti per la dedica e infila un altro foglio nel rullo. Scrive che nella poesia si manifestano “tanto il male oscuro quanto il male chiaro di ogni secolo e di ogni tempo e che la poesia è ciò che rimane in ognuno di noi”. Parla della catarsi di ogni arte, ma continua a scrivere un’altra poesia e poi un’altra ancora in cui compare “Titano”, suo compagno di vita di un tempo.

Intanto è arrivato l’editore Nicola Crocetti. Alda, a Milano, è sua ospite da mesi in una casa sui Navigli che appartenne alla madre dell’editore.

 “Scrivili bene Alda”, le dice. Lei picchia sui tasti con violenza, i tasti si accavallano e devono essere rimessi a posto con le dita. La prima redazione, che trascrivo ora, è piena di errori di battuta. In serata, alla Biblioteca di Biella, leggerà la poesia dedicata a Titano, insieme ad altre e ai versi tratti dall’antologia “Testamento”,  ma adesso è una furia e vuole produrre per me, per Nicola.

Quando ci mostra il lavoro sorride, ha gli occhi lucidi come una caramella. Ha sessantadue anni compiuti da pochi giorni, “Sono nata il ventuno a primavera – dicono i suoi versi- ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/potesse scatenar tempesta.”

Ci parla ancora di Titano, della sua storia sfortunata, delle ore passate ad aspettare capitasse qualcosa, della malattia tra i muri dell’ospedale. Poi mi fa vedere le edizioni Pulcino elefante di Alberto Casiraghi. Una lirica e un disegno su carta pregiata, ogni copia un’offerta, secondo il caso, la disponibilità. Ne ha fatte decine, oggi quotate come testi antichi.  Ma quel giorno le va di farmi lei un  altro regalo.

“Ce l’ha un pianoforte?” mi chiede improvvisamente.

Devo ancora dirle una volta di no.

“Sa – mi dice – Sono brava al pianoforte”.  *

* Alda Merini, insieme a Nicola Crocetti, fu ospite ai miei corsi di Scrittura Creativa nel 1994. La poetessa milanese lesse i suoi versi nelle sale della Biblioteca Civica di Biella.

Alda Merini

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Lavorare Stanca: mito e poesia in Cesare Pavese

La I edizione della raccolta di poesia “Lavorare stanca” venne editata nel 1936 da Solaria

Operai e contadini, meccanici e selciatori, muratori e prostitute, disoccupati della grande fabbrica torinese e maestrine, carrettieri ed emigranti arricchiti. L’umanità di Cesare Pavese, si ritaglia nella solitudine e nel lavoro. Proietta l’ombra dello scrittore isolato e il confronto con un mondo inappagante, segnato dalla  povertà e da un orizzonte intristito, tra dittatura e ignoranza. Forse anche per queste ragioni Lavorare stanca, avrà fortuna solo postuma.

 La raccolta  di poesie  uscì la prima volta nel 1936, preventivamente letta e censurata dal regime; poi  venne pubblicata nel 1943 quando, per lo meno, qualcuno cominciò a recensirla. A far velo a quest’opera  così originale non  fu solo il clima letterario del tempo dominato dall’ermetismo, ma anche il mondo evocato, così nettamente materiale e impastato da una voce che non annuncia né idealità né catarsi. Sì, per Pavese “Lavorare stanca”.

 Il lavoro è servitù dice inequivocabilmente la poesia “Antenati” , amarissima nel ritratto antropologico («siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori») e netta nel definire i desideri: «solo il lavoro non basta a me e ai miei,/ noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande/ dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi./ Siamo nati per girovagare su quelle colline,/ senza donne e le mani tenercele dietro alla schiena».

La lingua,  il dialetto, il mito

Le poesie di questa raccolta sono brevi storie che per il loro carattere, e la presenza di lemmi e locuzioni mutuate dal dialetto, vengono assimilati alla stagione neorealista. Tuttavia la loro unicità va oltre. Non solo perché la scelta del lessico, come ha osservato Beccaria, sulla scorta dei quaderni donati dalla sorella dello scrittore, è una selezione di termini confluiti nel vocabolario di italiano (il Maffei del 1855 per la precisione) dal piemontese, ma anche per il ruolo che, nella poesia come nei romanzi pavesiani, svolge il simbolo e il mito: la scena primaria registrata nell’infanzia e densa di emozioni, di segni, rivisitata in un secondo tempo dalla cultura e dalla maturità dell’intellettuale e dell’uomo adulto. Così in La luna e i falò  come tangenzialmente nelle sue prime poesie e  in modo eloquente nelle ultime de La terra e la morte. Ecco allora l’equivalenza antica e perlustrata da Pavese in termini etnografici fin dalle sue letture di Frazer (Il ramo d’oro) e di Eliade, dove Terra e Donna possono essere predicate reciprocamente l’una con il nome dell’altra.

A questo riguardo ecco un dei testi più significativi tratti da questa silloge:

Tu sei come una terra

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.

Ma non è solamente la mitologia personale a rendere unica la voce di Pavese, insieme alla lingua creata; l’autore di Lavorare stanca  porge il verso attraverso un parlato che monologa e descrive:

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti eran calmi.

Così in “Antenati”. Il mondo evocato in queste pagine trattiene non solo l’eredità della terra, delle campagne, ma anche quella mondanità in senso filosofico kierkegaardiano, che racconta il quotidiano di prostitute sfiancate («la stuoia sul letto/ la sporcavano con le scarpacce soldati e operai /i clienti che fiaccan la schiena» dice in “Pensieri di Deola”), e di ozio forzato (in “Ozio”) dove il disoccupato un tempo andava in barca «ma dal fiume si vede la fabbrica, e fa brutto sangue». Così per il giovane delle Langhe è quasi un mito l’emigrante tornato con un gruzzolo dai “Mari del Sud”. La sua figura  è quella di «un gigante vestito di bianco,/ che si muove pacato, abbronzato nel volto,/ taciturno». Quel silenzio, quella forza trattenuta, che Pavese guarda come un segno di fortunata  irraggiungibile e maschia maturità.

Cesare Pavese

Boris Vian, Cantilene in gelatina

Distruggono il mondo
A pezzettini
Distruggono il mondo
A colpi di martello
Ma non importa
Non m’importa davvero
Ne resta abbastanza
Basta che ami
Una piuma azzurra
Un sentiero di sabbia
Un uccello impaurito
Basta che ami
Un esile filo d’erba
Una goccia di rugiada
Un grillo del bosco
Possono frantumare il mondo
A pezzettini
Ne resta abbastanza per me
Ne resta abbastanza
Avrò sempre un po’ d’aria
Un filo di vita
Nell’occhio un po’ di luce
E il vento tra le ortiche
E ancora, e ancora
Se mi ficcano in prigione
Ne resta abbastanza per me
Ne resta abbastanza
Basta che ami
Questa pietra corrosa.
Questi uncini di ferro
Dov’è rimasto un po’ di sangue
L’amo, l’amo
Il tavolaccio consumato del mio letto
Il pagliericcio e la rete
La polvere del sole
Amo lo spioncino che s’apre
Gli uomini che sono entrati
Che avanzano, che mi portano via
Ritrovare la strada del mondo
E ritrovare il colore
Amo questi due lunghi montanti
Questo coltello triangolare
Questi signori vestiti di nero
E’ la mia festa e ne sono fiero
Amo, amo
Questo paniere traboccante di suoni
Dove sto per posare la testa
Oh, l’amo davvero
Basta che ami
Un esile filo d’erba azzurra
Una goccia di rugiada
Un grazioso uccellino impaurito
Distruggono il mondo
Con i loro martelli pesanti
Ne resta abbastanza per me
Ne resta abbastanza, cuore mio.

***

Perché vivo
Perché vivo
Per la gamba gialla
Di una donna bionda
Appoggiata al muro
Sotto il sole pieno
Per la vela tonda
Di un gozzo del porto
Per l’ombra dei negozi
Il caffè ghiacciato
Che si beve con la cannuccia
Per toccare la sabbia
Guardare il fondo dell’acqua
Che diventa così blu
Che scende così in basso
Con i pesci
I pesci calmi
Che pascolano nel fondo
Volano sopra
I capelli delle alghe
Come uccelli lenti
Come uccelli blu
Perché vivo
Perché è bello.


Boris Vian, “Distruggono il mondo”, “Perché vivo” trad. M. Conti, da Cantilènes en gelée, ed. 10/18/1970


 



Augusto Blotto, La vivente uniformità dell’animale

Nulla è perduto: la compagnia

del mio corpo ai colli saprà seguitare

la vista, l’accomiatare (scalini scesi)

cercherà odori d’angolo e la nobiltà

riflessiva userà a quella pace il vigore

necessario: pontili di città

schierati rugiadosi, velari o filiera

disserrano il remoto marino delle aurore.

Lindo incamminati, brolo, fra reti

solatìe di cortili brulli, in collina:

essa pàna l’adusato, del sollievo

costola o color biondo-addormo, giungendo

i piedi in uno sparato piombar qui angelico

il vetere, dimesso, d’un circoscritto albino

perlustrare in infanzia sol dintorni vicini:

potersi verificare ancora tutto!

Augusto Blotto, incipit da “La vivente uniformità dell’animale” (con un saggio introduttivo di Stefano Agosti), Manni, 2003

In marcia con la poesia di Augusto Blotto

Augusto Blotto,  forse il poeta più originale  tra quelli conosciuti e sconosciuti alle antologie del secondo Novecento, è un grande camminatore. Della tempra dei Rimbaud e dei Walser. Da Torino, dove è nato nel 1933 e  dove abita, le direttrici dei suoi vagabondaggi  toccano la Liguria, la Lombardia, salgono fino al Biellese e alla Valsesia e più frequentemente si inoltrano al di là del confine francese, percorrono tutta la Provenza, la Linguadoca, accostano Manosque, l’eremo di  uno dei suoi scrittori preferiti, Jean Giono, ridiscendono o puntano più a nord. Ed ogni passeggiata, per quanto modesta, diventa un viaggio, spesso un testo poetico.

«Camminare – dice Augusto Blotto  – permette di estraniarsi, perché cammino prendendo energia,  prendendo vitalità dall’esterno, ma in modo indistinto, come un verme. Poi i versi vengono fuori in modo imperativo».  Comunque sia, attraverso il viaggio o senza di esso, l’opera letteraria di Blotto è un prodigio senza paragoni: cinquantasette volumi corposi, molti dei quali ancora inediti, altri stampati a sue spese da Rebellato e in ultimo,  da Manni e Anterem. In realtà, l’ultima pubblicazione, e certo la più prestigiosa, è avvenuta in Francia, quasi per un contrappasso di fronte alle disattenzioni delle patrie lettere per quest’opera in cui il linguaggio è  una continua invenzione. Nell’ottobre del 2007, una scelta delle poesie di Blotto è comparsa, tradotta da Philippe Di Meo, sulla  storica Nouvelle Revue Française,  insieme a testi di Giorgio Caproni,  Ernesto Calzavara, Toti Scialoja, Emilio Villa, Bartolo Cattafi, Amelia Rosselli, Edoardo Sanguineti, Giuseppe Bonaviri, Vivian Lamarque.

Augusto Blotto, per il vero, pur non essendo stato “storicizzato”, né pubblicato nelle maggiori collane editoriali italiane, aveva avuto lettori importanti: Sergio Solmi in un saggio apparso su “Paragone” negli anni Settanta e poi addirittura Umberto Eco. Solmi coglieva un aspetto cruciale della lingua di Blotto parlando di «scrittura divergente», Eco  in uno scritto riapparso nel 2006 (“La memoria vegetale” Edizioni Il Rovello), ha commentato  e preteso l’assoluta incomprensibilità di questa poesia, rilevando però che l’operazione fatta è tale da poter riservare delle sorprese. Infine, Stefano Agosti, critico letterario acuminatissimo nell’analisi del linguaggio poetico, nella prefazione a “La vivente uniformità dell’animale” (Manni, 2003) ha messo in chiaro alcuni aspetti strutturali e innovativi di una poesia apparsa magnificamente e sontuosamente oscura. Così oscura che si potrebbe aggiungere e  ripetere per Blotto l’adagio e l’elogio di Paul Valery: «Il vantaggio della poesia incomprensibile è che non perde mai la sua freschezza».

Incontro Augusto Blotto a Biella, insieme al critico Sandro Montalto,  in un ristorante davanti alla stazione essendo egli arrivato – almeno per questa volta – in treno anziché a piedi. Il peso dei libri che lo accompagnano  avrebbe del resto scoraggiato persino lui che, calcolando con me la media dei suoi viaggi podistici, arriva a contare circa quattromila luoghi visitati.

Ogni poeta, ogni opera letteraria, ha un’infanzia fatta di passioni e di eroi. Quali sono stati i suoi?

«I miei interessi di adolescente sono stati assolutamente lontani dalla poesia. Diciamo fino ai 15 anni, la mia grande passione fu il pratico operare, la storia. Godendo di una memoria notevole mi immergevo tra storie di guerre e battaglie. Credo di aver immagazzinato una quantità di dati mostruosa. Leggevo Giulio Cesare, Castruccio Castracane,  Pausania.  Se la domanda voleva sapere quale è stata la mia formazione dal punto di vista letterario, direi che non c’è stata assolutamente. La scoperta della poesia è stata una cosa rapida, fulminea, dopo il quindicesimo anno di età e si è tradotta subito in un fare. C’è stato un coup de foudre per i grandi poeti, dopo di che ho cominciato a scrivere.  

Quali poeti  ha amato?

Montale è stato importante e lo è stata la letteratura francese frequentata poi assiduamente. Stranamente mi piaceva Eluard. Ma mi riesce difficile rispondere  perché ho cominciato con lo scrivere romanzi che, del resto, erano solo effusività in veste di prosa. Se poi ho abbandonato la prosa è perché nelle grandi opere narrative ho trovato tutto quello che mi serviva, senza aver voglia di aggiungere niente, mentre spesso nella poesia in versi ho avuto l’imbarazzo di non trovare delle cose che pensavo ci fossero. Nella narrativa non ho quindi  avuto modo di inserirmi mentre nella poesia in versi ho visto immensi spazi vuoti in cui cercare di dire quello che non è mai stato detto e  quello che non si pensa neppure possa essere detto. Ma lei mi chiedeva anche quali fossero gli autori amati…. Per la narrativa la lista è vastissima. Direi Proust, ma anche Conrad, Céline, Giono, la stella luminosa e grandissima di Simenon. Poi ci sono cose ovvie, la grandezza incontestabile, écrasant direi, di  Kafka e Nabokov. Le letture però ci accompagnano per tutta la vita. Dicevamo che da giovani  se ne fanno di determinanti, ma questo vale fino ad un certo punto, perché successivamente si riprendono e il Proust letto a 17 anni è sicuramente diverso da quello letto a 40 e a 70».

 Quando ha cominciato a scrivere quello che poi sarebbe diventato l’inizio o il preludio della sua opera in versi? Il primo libro a quando risale?

«C’è una data precisa  in cui sono nato come scrittore ed è il 23 novembre 1949, quando ho avuto la percezione…Mi sono detto: “sono scrittore anch’io”. Ho cominciato a scrivere un romanzo, chiamiamolo così, ma come ho accennato si trattava di effusioni liriche ritmate, un lavoro poi disconosciuto che ha avuto il titolo di “Un posticino immorale”…titolo regalato successivamente ad Emilio Jona (Emilio Jona , Un posticino morale, Scheiwiller, Milano, 1984. Ndr) . Da quella data alla prima metà del 1950 sono stati scritti altri cinque libri di quel tipo mentre, molto lentamente, cominciava anche l’opera poetica in versi con volumi che ormai non fanno più parte del corpus.

C’è da dire questo: che uno dei motivi della storia della mia vita e della difficoltà della diffusione della mia opera sta in un vulnus iniziale. E’ una specie di orrida fiaba che ho raccontato un po’ a tutti e che tutti si dimenticano perché è una cosa quasi incredibile…Allora, diciamo, dall’estate 1950 all’estate del 1953, dai 17 ai 23 anni, ci sono strati tre anni che hanno modificato la mia vita. Tre anni di frenesia creativa che non ha eguali…Nel senso che sono state scritte ottomila pagine di poesia. Di queste ottomila pagine ci sono 18 volumi di cui una buona parte, dieci volumi, ahimè (dico ahimè perché sono testi che non rinnego ma di cui vedo i limiti) sono stati pubblicati a partire dal ’58-’59 con delle aggiunte, delle riscritture, delle omissioni. Ma se vogliamo tornare a quanto dicevo, cioè all’ambizione di scrivere come mai era stato scritto, questo primo periodo non c’entra poiché ero abbastanza in linea con quello che si poteva scrivere allora e anche oggi. Diciamo che l’inconfondibilità della mia opera, la griffe, si può ascrivere alla fine del 1952 circa e che questa seconda fase, rispetto alla prima, comprende degli enormi volumi che non sono pubblicati  e non sono pubblicabili se non post-mortem e con l’ausilio di una fondazione: sono tre grossi volumi intitolati “Nell’Insieme, nel pacco d’aria”, altre quattromila pagine».

Il suo primo libro pubblicato aveva però alle spalle un’esperienza particolare…

«Ragazzo nel clima della ricostruzione, poiché parliamo della fine degli anni Quaranta, ho avuto una  notevole passione politica, tant’è vero che il primo libro pubblicato (Il 1950, Civile – (la stanchezza iniziale – I)  Rebellato, Padova, 1959; a questo seguì Dolcezza, bonomia – (la stanchezza iniziale II) Rebellato, Padova 1959. Ndr) risale all’estate 1950 ed è per così dire un libro jugoslavo…Ero andato con una delegazione italiana in Jugoslavia…Ero un trotzkista, un “titoista” in un’epoca in cui la cultura italiana di sinistra era zdanoviana. Avvertivo questo desiderio di ribellione, questo cercare di essere altrove, anche a costo di sfiorare degli ambienti criminali o quasi…E’ strano che mi sia tirato fuori da questo periodo con una salute mentale abbastanza normale. Certamente un effetto di questo mostruoso vulnus è quello di non avere mai neppure lontanamente preso in considerazione qualsiasi competizione, qualsiasi paragone con la società letteraria italiana e neanche pensai di poter comunicare. Ritenevo in parte giustamente, in parte forse no, che fossimo su pianeti differenti. In questo, beninteso, non c’era nessuna vanagloria».

Come nasce la sua poesia? Per lei è stato importante il mondo dei surrealisti (e non mi riferisco necessariamente alla scrittura automatica)?

«C’è stato un momento in cui i surrealisti mi hanno interessato, non dico influenzato o ispirato. Più che i surrealisti un autore che certamente ha influito su di me è  Henri Michaux, almeno per un certo periodo della mia composizione, cioè nel 1953».

Come nasce in lei lo scatto, l’accensione lirica o, se preferisce, quello che si chiama ispirazione?

«Nasce dalla necessità assoluta, dall’impossibilità di pensare a qualsiasi altra cosa».

Ma un testo di migliaia di versi si può dire sempre sostenuto dall’ispirazione o da una  tensione emotiva?

«Quei tre anni di cui ho parlato sono stati tre anni di frenesia, di  dérèglement anche se non ho mai usato droghe, diversamente da Michaux, al massimo qualche bicchiere in più. In quel periodo ho abbandonato gli studi universitari dove ero un allievo di Luigi Foscolo Benedetto, non di Terracini come disse Solmi nel suo saggio, peraltro scritto senza conoscermi e dove ebbe quell’intuizione della “scrittura divergente”… Ma parlò poi anche di propensione zen riferendosi alla fenomenologia del vuoto, il che non è».

Cosa vuol dire scrittura divergente?    

« Il saggio di Solmi e in parte di Stefano Agosti sono basati su questo concetto. Se per scrittura divergente si intende il regno della assoluta diversificazione, il continuo depistare il lettore non per il proprio piacere ma per necessità intrinseca, allora lo capisco. Nel corpo di ogni mio verso credo che ci sia qualcosa che ti prende per la pelle e ti capovolge. Se cioè  leggessimo un verso di Dante fermandoci a metà, “Nel mezzo del cammin…” è possibile che qualcuno aggiunga il seguito. Nel mio caso, viceversa, è impossibile, perché prendo un’altra strada. Ma logica e sintassi ci sono; l’aspirazione epistemologica (poi altri diranno se è così davvero) è quella di avvicinare il reale, anziché la realtà…Un avvicinamento nato con Rimbaud. Agosti nel suo saggio dice che sono radicalmente antipetrarchista, nel senso che la poesia di Petrarca nasce dall’assenza, parla di quello che non c’è. In ciò che scrivo io, invece, c’è l’assoluta religione di quello che c’è. Il 95 per cento delle cose che vivono con noi non viene detto, non viene tradotto, non viene ricreato».

Questo mi fa venire in mente ciò che disse Beckett a proposito della sua opera più matura, ovvero di aver dato voce al balbettio della coscienza. Lei a cosa ha dato voce?

«Toccherà ad altri dirlo, ma certamente si potrebbe ripetere quello che ha  detto Beckett. Piuttosto che al balbettio della coscienza, nel mio caso direi di aver dato voce alla contemporaneità degli eventi».

I suoi viaggi, i luoghi visitati, sono parte integrante del suo mondo poetico?

«I luoghi fanno parte di un universo parallelo che viene creato a fianco di un universo reale. Parlando di ciò che avrei voluto fare (se poi l’ho fatto è questione diversa),  auspicherei che leggendo miei testi il lettore trovasse una visione del reale e anche del “retro”, per così dire, del reale. Non mi piacerebbe invece che si usasse l’espressione  “un non luogo”, “un luogo inesistente”. Posto che si crei un mondo parallelo, vorrei che questo avesse una contropartita nel mondo apparente: precisa, icastica. Dei quattro o cinque mila posti che ho percorso e di cui in qualche modo ho scritto, mi piacerebbe che ci fosse non solo la visione ma che il verso fosse una sorta di guida. Per esempio che, scendendo dal treno in una determinata località,  il lettore potesse riconoscerla…Naturalmente è solo un’ambizione. Ciò che detesto e cerco di evitare è lo sfumato, l’evanescente».

Ci sono altri temi costanti nei suoi libri? E nel suo periodo aureo, quei dieci anni che vanno dal 1957 al 1967?

«All’inizio come ho detto c’è stata la poesia politica. Una passione costantemente a doppia faccia: la consapevolezza  della virulenza dell’insurrezionalità e, d’altro canto, la bassezza o il ridicolo della politica. Ma è un motivo minore. Quelli maggiori convergono verso la devozione all’indicibilità che coincide col reale, col ritmo del respiro che ci perseguita ventiquattro ore su ventiquattro. Più che di temi possiamo parlare della lingua, ovvero (come mi è riconosciuto),  della continua invenzione linguistica, cioè il capovolgere, nel verso, le aspettative del lettore con continui corto circuiti. C’è un mio libro degli anni Sessanta, “La Popolazione”, che rappresenta meglio questo aspetto, i limiti della comprensibilità. E’una fornace dal calore insostenibile».

Umberto Eco, lo ha ricordato lei stesso, parla di testi incomprensibili.

«Le intenzioni del poeta certo non sono importanti…Ma le mie poesie non sono incomprensibili. Il poeta può aver avuto l’intenzione di dire una certa cosa e tuttavia l’idea che ha avuto è valida nel momento in cui ne genera delle altre, innesca un discorso polisemico.  Mi si dice anche che uso dei neologismi ma non è così. Le parole che adopero si trovano  tutte sul vocabolario».

La sua opera è stata a lungo ignorata; come viveva questa disattenzione?

«Ero stupefatto che accadesse così poco. Inviavo i libri, li mandavo che so… a duecento critici pensando che certamente qualcosa sarebbe accaduto. Ho trascorso  12 anni di automecenatismo, pagandomi le pubblicazioni. Ma nel ‘50-’53 scrivevo e non pensavo agli editori. E credo sia stato un bene.. Nel senso che ho vissuto senza frequentare animali velenosi».

Il piacere della solitudine l’ha sempre avuto?

«Mah… non direi neanche piacere…E’ come respirare».

Mi racconti una sua giornata abituale.

«Le mie giornate…Al mattino mi alzo, sello il mio cavallo e decido di andare in questa o quella plaga del mio impero a vedere se i mandarini hanno amministrato bene le mie sostanze. Nel  1956, mi dico, per esempio,  ero al tal posto sull’altipiano di Asiago e ho scritto quella cosa, ora andiamo a vedere se tiene. E sello il mio cavallo. Ci sono diciottomila pagine e vado a vedere di cosa si tratta. Se trovo qualcosa che non va intervengo o l’annullo, il che avviene raramente, più spesso aggiungo».

E i vagabondaggi veri continuano?

«Sono quasi cinquantancinque anni di viaggi. Dai vent’anni in poi. Mediamente  ho fatto quasi due uscite a settimana…complessivamente il giro dell’Equatore, circa 4000 luoghi visitati. Oggi viaggio ancora a piedi ma con mete meno faticose. Da giovane una volta ho fatto 84 chilometri. Trekking mai».

Sempre da solo?

«No qualche volta mi ha accompagnato mia moglie ma mentre io posso lavorare col cellulare in mezzo a un bosco, mia moglie, che è psicanalista, no».

Le leggo qualche suo verso. Me lo spiega?

«Volentieri».  

Augusto Blotto, chiosa, illustra, ricrea. Il suo verso azzera l’uniformità del significato e si apre a diversi possibili sensi: un’eccedenza su cui il lettore può incantarsi, può sentirsi messo all’angolo e dimenticato o rifrangersi nella vivacità di un’esperienza.

(L’intervista è apparsa sul semestrale La Clessidra, n. 1, 2009)

Di Ruscio, forse un giorno

Forse un giorno mio figlio racconterà a mio nipote
che il nonno era comunista e questa frase
acquisterà un sapore assurdo
come se vi avessero detto che il mio bisnonno
era giacobino e regicida
comunque io non ho fatto che scrivere versi
ho messo carta davanti alla belva
e quando scrissi una lunga poesia per un parto
improvvisamente avvenuto in vicolo Borgia
una lunga poesia di cui rimane solo un verso
“i tuoi piedi che ancora non hanno toccato terra”
questo verso potrai adoperarlo
per una divinità ancora non incarnata
nonostante tutto incarnato come ero

Luigi Di Ruscio, “Forse un giorno (…)” da Poesie scelte, Marcos y Marcos, 2019

Luigi Di Ruscio (Fermo 1930-Oslo 2011)