Storie, storia e fiabe nell’Europa dei vagabondi

In una fiaba francese, I due viaggiatori, compaiono due soldati ormai in congedo che tirano ai dadi per stabilire chi dei due deve farsi cavare gli occhi. Il più fortunato farà l’accompagnatore del cieco ed entrambi potranno così mendicare con successo. Si direbbe un prezzo molto alto per un mestiere così povero. Ma in realtà il vagabondaggio e la mendicità sono una costante del mondo medievale e fin oltre le soglie del Settecento. Una delle storie più popolari dell’Italia settentrionale, Giovannino senza paura,  ha numerose varianti ma in ogni caso racconta la storia di un ragazzo avventuroso che si mette in strada e va  incontro alla fortuna: «girava per il mondo» dice la narrazione di Italo Calvino. Nella stessa raccolta, Fiabe italiane, troviamo ad Avellino Cricche crocche e Manico d’Uncino, dove si parla di ladri, truffatori, giramondo, che scommettono tra loro per vedere chi è più scaltro. Nel Monferrato i nomi di Cric e Croc venivano evocati in epoca moderna per raccontare storie di truffaldini.  In Spagna tra Cinquecento e Seicento si sviluppa la figura del pìcaro, ovvero il vagabondo di cui un primo esempio è Lazarillo de Tormes (1554). L’anonimo autore racconta di un povero orfano in cerca di fortuna: virtuoso ma costretto a rubare e ad ingannare per sfamarsi. La ricerca di cibo è motivo comune in moltissime fiabe europee. Per esempio la si trova spesso nei Racconti di Mamma l’Oca di Perrault indagati dallo storico Robert Darnton benché l’autore-raccoglitore delle storie sia un cortigiano e un intellettuale. Di pari passo gli stessi motivi fiabeschi si rintracciano con un carattere spesso più cupo e visionario nella raccolta dei fratelli Grimm  e diverse filastrocche popolari diffuse in Inghilterra, risalenti nella versione scritta al Settecento, mostrano come i bambini protagonisti siano affamati parlando talvolta di mendicanti che minacciosi, nottetempo, attraversano le campagne e si avvicinano alle case.

Mendicanti, pellegrini, girovaghi

La storia istituzionale non ne parla o ne discorre di sfuggita, ma la scuola delle Annales e la storia della cultura, dagli anni Cinquanta del Novecento, hanno aperto le porte ad un mondo, quello rurale, che prima si poteva solo intravedere nella letteratura di finzione o nella tradizione popolare: fiabe, leggende, narrazioni realistiche come quella  dall’anonimo autore del Novellino, del Decameron di Boccaccio o del Trecentonovelle di Franco Sacchetti. Un salto indietro e ci si trova a cospetto di questi personaggi nelle numerose versioni del Romanzo arturiano, della Legenda aurea  attraverso le vicende di strada dei pellegrini, oppure, a ritroso nel passato, con le vite dei monaci benedettini nella Cronaca di Novalesa risalente all’XI secolo.

Questo eterogeneo spazio narrativo che dal basso medioevo scavalca i secoli e si protrae fino a ridosso dell’epoca moderna e del Settecento, può essere letto attraverso una opposizione: il mondo immobile del villaggio e della vita contadina e il mondo dei vagabondi, degli indigenti senza tetto, degli avventurieri, di truffatori e ladri, di predicatori e giullari e infine di zingari, artigiani girovaghi e mercanti. Storia della cultura ed etnologia hanno cercato talvolta di raccontare come questi due mondi comunicavano ed entravano in conflitto. La tradizione orale fornisce alla letteratura e agli etnologi numerose testimonianze per addentrarsi nei secoli più lontani mostrando attraverso le fiabe il punto di vista dell’uomo comune del medioevo. Certo la locuzione “uomo comune” è una approssimazione. Ma proprio il linguaggio è una spia delle idee che furono condivise. La letteratura e l’oralità hanno entrambe libertà di invenzione, ma la lingua, i personaggi e i motivi ricorrenti delle fiabe, dicono qualcosa di specifico e spesso di univoco sul passato.

“Il vagabondo ovvero sferza dei bianti”

Il vagabondaggio in questi contesti narrativi appare spesso come una scelta, ma nella realtà risulta essere piuttosto una necessità per chi non ha terra sufficiente da coltivare, per chi l’ha avuta e persa in seguito a un frazionamento oppure a una eredità divisa tra molti o, ancora, in seguito ad un’annata povera di raccolti e oberata di tasse e decime.

Il vagabondo si trova spesso a dover fingere per garantirsi la quotidianità. Le occasioni sono molte. La schiera di girovaghi è così ampia che si è prestata a una casistica dettagliata già nel Seicento. Rafaele Frianoro, a Viterbo, nel 1621, stampa Il vagabondo overo sferza dei Bianti, il cui sottotitolo illustra con eloquenza l’argomento: “Opera nuova nella quale si scoprono le fraudi, malitie, et inganni di coloro che vanno girando il Mondo alle spese altrui”. Un libro di successo tanto che nel 1828, a Pisa, se ne stampa ancora una edizione. Il saggio enumera le qualità di questa popolazione eterogenea secondo il tipo di truffa o il modo di avvicinarsi al borgo o al villaggio, alla chiesa o alla piazza. Frianoro avalla nel presentarli un altro racconto leggendario: i vagabondi erano in origine sacerdoti della dea Cerere scacciati da Roma e per questo chiamati “cerretani”. L’autore passa poi a enumerare le varie specie di girovaghi: ne conta 34 attribuendo ad ogni nome le qualità. I Bianti, o pitocchi, cercano vitto e denaro falsificando «bolle de’ Pontefici o de’ prelati, o di luoghi pii», promettendo indulgenze e di assolvere le colpe. Subito dopo vengono i Felsi che ugualmente si fingono pii con lo scopo di aggirare i malcapitati o di sapere che nelle case esistono tesori nascosti che solo loro possono trovare. Ci sono poi gli Affratti o falsi frati, mentre i falsi pellegrini che dicono di voler andare a Santiago di Compostela, a Loreto o a Gerusalemme si chiamano Bordoni (per il bastone che portano); seguono quelli che fingono piaghe purulente (Accapponi), la pazzia (Ascioni), il mal caduco (Accadenti), quelli che vendono perle false (Cagnabaldi), coloro che cercano solo pane e acqua dando d’intendere di disprezzare le il vino (Apezzenti) e c’è persino chi cerca farina per fare ostie (Affarinati), in realtà per mangiare qualcosa. E la lista ancora prosegue.

Un interrogatorio

«Io mi chiamo Pompeo, sono nato in Trevi di Spoleto, posso avere da sedici anni in su circa, non ho arte alcuna, sono stato preso da vostri esecutori in S. Jacomo delli Spagnoli perché accattavo la limosina per la chiesa, mentre si dicevano le messe». Così risponde un accattone imprigionato a Roma nel 1595 e interrogato nel carcere di Ponte Sisto con tanto di notaio. Subito dopo Pompeo è richiesto di dire se conosca degli altri mendicanti della città. «Signore – risponde il ragazzo – fra noi poveri mendicanti ci sono diverse compagnie in segreto (…). La prima si chiama Compagnia delli Grancetti, che sono quelli che mentre accattano l’elemosine nelle chiese fra la moltitudine di persone, se possono tagliano borse e saccocce». Pompeo racconta poi degli Sbasiti che fingono di essere morenti e si accucciano in terra, mentre i Baroni sono invece sani e pigri e vanno chiedendo solo elemosine. L’elenco non coincide con quello di Frianoro, ma le “qualifiche” sono simili e avvalorate da un secondo interrogatorio, con cui un nuovo arrestato completa a suo modo la lista di Pompeo elencando altri 17 gruppi tra cui, quello mondano – per così dire – degli  Spillatori, cioè coloro che barano giocando a dadi o a carte, come mostra la pittura di Caravaggio e come raccontano in più di un’occasione i novellieri italiani e il “Lazarillo” spagnolo.

Il medioevo e l’avventura

Jacques Le Goff  in La civilizzazione dell’Occidente medioevale parla dell’estrema «mobilità degli uomini del medioevo» definendola sconcertante. L’insicurezza appare diffusa in ogni momento della vita, tanto da poter essere discutibile persino il senso della realtà, ovvero l’apparire delle cose e della natura. Piero Camporesi, nel celebre saggio che accompagna la riedizione di alcuni testi storici sull’argomento, Il libro dei vagabondi (1973) cita a proposito le rime di Fazio degli Uberti: «Folle è qual crede, in questo mondo, loco/ dove si possan tener fermi i piedi,/ che tutto è buffa e truffa e falso gioco.» Non a caso la fiaba celebra l’astuzia della volpe e del gatto, spaventa attraverso il lupo famelico nel travestimento di Cappuccetto Rosso e risolve con la magia e la stregoneria il bene e il male. Così è in decine di motivi fiabeschi come ne L’anello magico, una storia del Trentino dove il girovago ha la fortuna di capitare su di un potere magico dopo aver fatto una buona azione, e sul versante opposto, in centinaia di narrazioni che raccontano inganni, incubi e combattimenti con la strega, ora bellissima, ora tenebrosa e orribile. All’inganno delle apparenze che insidia perfino i pellegrini sulla via di Santiago di Compostela con demoni che prendono il posto di San Giacomo, fanno riscontro nel mondo reale le prosaiche e variegate finzioni dei bianti dove il travestimento immaginato dalla fiaba si concretizza con pochi gesti e molte parole. La Commedia dell’arte ne fisserà alcuni tratti comici con i panni di Arlecchino.  

Il costo della fame e del vagabondaggio

In una dettagliata ricerca pubblicata su Annales nel 1970, lo storico francese Richard Gascon si occupa della crescita urbana e dell’immigrazione nella Lione del XVI secolo. Secondo i documenti reperiti il costo del pane per la giornata di una famiglia di quattro persone, alla metà della retribuzione quotidiana di un salariato. I poveri, nei villaggi che lavoravano la terra, e i salariati giornalieri erano insomma esposti al rischio di scendere ancora nella scala sociale. Lo dimostrano indirettamente le leggi e le sanzioni contro l’accattonaggio, la cui crescita in ogni paese, coincide con la diffusione della peste nera. Tra il 1349 e il 1351 i re di Francia, Castiglia, Portogallo e Inghilterra, cominciano a legiferare nel merito. Viceversa le prime politiche assistenziali europee iniziano due secoli dopo con misure tese a far gestire alle autorità municipali il problema della povertà e dei vagabondi. Severe misure contro il vagabondaggio appaiono a  Parigi nel 1545, a Venezia nel 1540, a Grenoble nel 1545, a Strasburgo nel 1522, nei Paesi Bassi nel 1531. Ma i provvedimenti sono poco più che patrie galere: si redigono gli elenchi degli indigenti stranieri e dei vagabondi, si obbligano quindi al lavoro, sotto custodia, i mendicanti sani, si escludono dalla amministrazione della Chiesa le opere pie, gli ospedali della carità. Le sanzioni qualche volta colpiscono non solo gli accattoni, ma anche chi li aiuta. Nell’Europa del cristianesimo, è difficile immaginare una politica più ipocrita e controproducente. Nel Seicento nascono nelle grandi città europee le Case per il Lavoro, gli Ospizi, gli Ospedali di Carità.

Il caso piemontese

 Carlo Emanuele II nel 1650  fonda a Torino l’Ospizio di Carità per accogliere circa seicento persone tra mendicanti, malati e ragazzi di qualsiasi età e sesso. La struttura garantisce il cibo e obbliga al lavoro se le condizioni di salute lo permettono. Chi cerca di scappare o non si presenta all’appello viene frustrato o incarcerato. Solo trent’anni più tardi l’Ospizio pensa di rivolgersi ai torinesi residenti e in stato di povertà portando a casa loro il cibo. Il ricovero stabile era invece richiesto ai vecchi non sposati o vedovi, ai ragazzi dai 7 ai 14 anni e agli invalidi. Dopo l’ingresso tuttavia gli indigenti sani dovevano lavorare. Tra il 1651 e il 1700 sono diciannove gli editti piemontesi contro i vagabondi e chi li aiuta. Torino contava in quel periodo 43.000 abitanti e i poveri erano circa 8000. La politica sabauda fu quantomeno infruttuosa. Disoccupazione, aumenti dei prezzi dei cereali, portarono a ridurre l’ospitalità coatta dei vagabondi, ad annullare i servizi di sostentamento a domicilio. Nel 1740 mentre l’Ospizio registrava un enorme passivo i mendicanti aumentavano e i vagabondi arrestati erano il doppio di quelli di un anno prima.

Medioevo e modernità

Ciò che accade tra il Cinquecento e il Settecento, ovvero il tentativo di reprimere l’accattonaggio e i vagabondi, anziché segnalare un maggiore sensibilità per le esigenze collettive, sembra indicare la semplice volontà di nascondere la complessità dello Stato moderno e seppellire il principio di realtà. Reprimere e punire si potrebbe dire con Michel Foucault. Forse, e paradossalmente è la tradizione e la letteratura a fornirci, senza statistiche e documenti, una percezione più vicina al vero soprattutto se si pensa a quel doppio status della popolazione rurale, ora contadina, ora artigiana ma sempre in predicato di diventare massa errante, indigente, biante e cerretano. Le rime di Fazio degli Uberti, citate da Camporesi, dicono che il vivere è gioco d’azzardo e la finzione norma, come celebra lo stesso rituale carnevalesco e il mondo delle fiabe, con i suoi traslati, le allegorie, ma anche come scorta immaginifica di tutte le iniziazioni. Cosi recitano alcune rime carnascialesche del Cinquecento:

Pellegrin, donne in questo abito strano

sìan, che gabbando il vulgo e ‘l mondo andìamo.

In ogni loco, ogni clima, ogni parte

è ‘l viver nostro archimia, astuzia e arte.

Marco Conti

Bibliografia

Il Novellino, Rizzoli, 1992

Trattato dei bianti, over pitocchi, e vagabondi, col modo d’impare la lingua furbesca, Italia, 1823

F. Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme (XV-XVIII siècles), A. Colin, 1979

P. Burke, Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna, Laterza, 1988

I. Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1956

P. Camporesi (a cura di), Il libro dei vagabondi, Einaudi, 1973

Evelina Christillin, Poveri, vagabondi e mendicanti, in Prometeo n. 58, Mondadori, 1997

R. Darnton, I contadini raccontano fiabe in “Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese”, Adelphi, 1988

P. Delarue e M.L. Ténèze, Le conte populaire français, Maisoneuve & Larose, 1976-1985

Fazio degli Uberti, Il Dittamondo e le rime (a cura di G. Corsi). Laterza, 1952

R. Frianoro, Il vagabondo ovvero Sfera de’ bianti e vagabondi in P. Camporesi, Il Libro dei vagabondi, cit.

B. Geremek, La reclusione dei poveri in Italia (secoli XIV-XVII), in Mélanges en l’honneur di Fernand Braudel, Privat, 1972

J. Le Goff, La civilisation de l’Occident médiéval, Arthaud, 1964

C. Perrault, I racconti di Mamma l’Oca, Einaudi, 1957

F. Sacchetti, Trecentonovelle, Einaudi, 1970

C. S. Singleton (a cura di),  Canti carnascialeschi del Rinascimento, Laterza, 1936

Con Griffi sulle ferrovie del Messico

Una mappa ideale del romanzo “Ferrovie del Messico”

«I tedeschi trascinavano il corpo morto dell’Italia furibondi come Achille sotto le mura di Troia, non avevo notizie di Firmino da quando era tornato dalla Russia, mia madre cucinava pietanze che sapevano di polvere e a me restava una settimana per realizzare una mappa ferroviaria del Messico.»

Nel febbraio 1944, Francesco Magetti, detto Cesco, milite della Guardia ferroviaria nazionale di Asti, ha un indomabile mal di denti e un compito tanto perentorio quanto folle: disegnare una mappa delle ferrovie del Messico. L’ordine arriva dal comando di Torino e questo dal comando tedesco che esegue un imperativo categorico di Berlino. Lo spunto narrativo su cui  Gian Marco Griffi scrive circa ottocento pagine sembra esile ma da qui si diramano le voci dei personaggi  e, con loro, decine di storie che intrecciano la sorte del protagonista consegnandoci un romanzo che, nella narrativa italiana di questi anni,  vive in splendida solitudine. Griffi costeggia e cita talvolta esplicitamente alcuni capitoli della letteratura più innovativa del Novecento, avvicinandosi e distanziandosi in questo modo a diversi registri letterari. Non per nulla la postfazione di Marco Drago parla di «romanzo enciclopedico»  chiamando in causa la letteratura postmoderna e il saggio sulla molteplicità di Italo Calvino nelle pagine delle Cinque lezioni americane.

I personaggi e le voci

Calvino  inscrive nella sua analisi una sequenza di esperienze  eterogenee: dal Flaubert di Bouvard et Pécuchet alle diverse scritture che convivono nell’Ulisse di  Joyce  e, avvicinandoci a noi, al mondo di Jorge Luis Borges e all’espressionismo stratificato,  tra lingua colta e dialetto, di Carlo Emilio Gadda.  Ora Griffi, come Joyce, cambia registro di capitolo in capitolo, passa da quello mimetico  e monologante 1, a quello lirico 2, dalla descrizione metaforica e surreale 3 al comico 4, alla lingua d’invenzione 5 e al grottesco con brani che lo avvicinano in un paio di occasioni ad un autore per nulla canonico come Boris Vian.  Ferrovie del Messico utilizza inoltre  tanto il lessico piemontese quanto la locuzione preziosa o  aulica ma lascia prevalere una sorvegliata, comune, lingua d’uso. Questa continua variazione di registro  è però subordinata a un immaginario singolare. Lo scrittore astigiano connette l’espansione della sua storia (Francesco Magetti alle prese con la carta ferroviaria del Messico) alle avventure di profili improbabili: una colta bibliotecaria borderline, due necrofori con un passato di picari in Sudamerica, un bibliofilo aristocratico, due disertori,  un sedicente poeta che classifica la rilevanza degli autori in base al loro suicidio, un impiegato tedesco troppo ligio al dovere, un profilo di Hitler guancia a guancia con Eva in cerca dell’arma letale e risolutiva in una visione del Terzo Reich iù vicina al teatro di Ubu Roi  che a qualsiasi nozione storica. Ma proprio questo è il luogo d’elezione del romanzo. Le avventure tragicomiche di Cesco Magetti con le diversioni e i sentieri intrapresi dalla sua umanità, vivono nel cuore di un immaginario che – attraverso citazione e parodia 6, attraverso la frammentazione dei registri – sembra scaturire da un sentimento di nostalgia per le storie, o meglio… per la tradizione, in una parola per il canone.

Picari, anarchici, poeti

La libertà con cui lo scrittore percorre i sentieri della narrazione scorre  parallela alla libertà dei suoi personaggi: dal protagonista investito dal compito assurdo di redigere una mappa ferroviaria,  all’impiegato tedesco Bardolf Graf che riceve in regalo un libro intitolato  Storia poetica e pittoresca delle ferrovie del Messico, tutti sono in conflitto con l’ambiente circostante. La galleria di Griffi convoca un mondo di emarginati e anarchici per vocazione che marciano sull’orlo del baratro. Il contesto storico, tratteggiato a larghe pennellate, ritrae la precarietà della guerra e dell’invasione, ma è di pari passo caratterizzato da contesti immaginari di cui è esempio eloquente la “Divisione ferroviaria del dipartimento suicidi statali assistiti” nella Berlino del 1943, vale a dire  unna caricatura della burocrazia.

Sulle tracce degli antecedenti che portano il comando tedesco a richiedere una mappa delle ferrovie messicane, l’autore spalanca dunque una porta che, trascorrendo dal comico al surreale, declina l’architettura goffa e pretenziosa del potere. La Divisione ferroviaria tedesca è un palazzo «composto d’un numero indefinito e forse infinito, di piani ottagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, circondati da ballatoi con ringhiere intarsiate a mano» dove si può scoprire l’esistenza di un “Ufficio per il controllo dei regali ai dipendenti”. Il contraltare di tanta architettura sarà invece il club clandestino dell’Aquila agonizzante dove nottetempo si incontra l’umanità di resistenti e fuggitivi astigiani.

Assurdo e postmodernità

Tirando le fila del romanzo, disperse tra le sorti dei personaggi,  le nozioni di assurdo e di comico si legano alla ricchezza del linguaggio e delle storie che si ritagliano capitolo dopo capitolo. Ma vale la pena di soffermarsi sulle implicazioni della scrittura di Griffi. Guido Almansi, citato in postfazione, parlò del romanzo postmoderno di Thomas Pynchon dicendo che esso deve contenere una «analisi dello sfacelo, la coscienza del collasso, una testimonianza della frammentazione, una critica radicale del concetto di verità». Sembra una descrizione parziale dell’atmosfera e del modo di procedere di Ferrovie del Messico. Parziale perché i registri usati e i punti di vista  (si parla in prima persona o in terza e a raccontare sono tanto i personaggi contemporanei alla vicenda quanto quelli citati e vissuti in un tempo precedente) trovano un accordo unanime nel disegno complessivo, nel piacere dell’affabulazione in sé e nella nostalgia di un tempo capace di produrre avventura. E’ forse anche ciò che si avverte in certe pagine di Roberto Bolaño, in qualche caso (I detective selvaggi) analogamente segmentate. Ma i luoghi d’elezione della postmodernità si identificano altrove: in Rayuela di Cortázar, nel Georges Perec di La vie mode d’emploi , nel Calvino de Il castello dei destini incrociati  dove è sempre qualificante la leggerezza del gioco combinatorio: pagine dove intelletto e immaginario vivono, algidi, lontano dalla fisicità e dall’emozione e dall’esperienza. Rispetto a quest’ultima biblioteca ideale Gian Marco Griffi  si smarca. Le sue pagine richiamano una fisicità fortemente connotata e referenziale;  l’eterogeneità delle voci non si offre mai come gioco intellettuale o digressione concettuale.  Il registro del comico convive con l’iperbole dell’immaginario, il “parlato” include tanto lo gnommero di Gadda e le preziosità quanto il lessico piemontese (un glossario esemplificativo vi include: il gheddu, cioè il guizzo intellettuale; rancare per estirpare;  frustacadreghe per pigrone). E come una promessa di poetica, uno dei suoi personaggi, Tilde, dice: «Essere lirici e ironici è la sola cosa che ci protegge dalla disperazione assoluta. Io abito il mio lirismo, Cesco, per continuare ad amare la vita».

Griffi ci suggerisce di amare la narrazione come le ama lui. Scrive per Ferrovie del Messico  un sottotitolo esplicito: Romanzo d’avventura; insiste sulla centralità dell’atto narrativo nella sua valenza più essenziale. E in questo contesto scrive la pagina conclusiva del romanzo qualificandola come “Seconda parte”.  Venti righe, non di più, in cui l’autore annuncia la prosecuzione  delle vicende in Messico, in Argentina  e altrove.  Griffi insomma è ben lontano dal fornire una riproposta della narrazione postmoderna. Ferrovie del Messico viceversa ne usa la strategia e alla biforcazione del sentiero prende una strada affatto diversa. Di questo romanzo sentiremo parlare a lungo.

Marco Conti

Gian Marco Griffi, Ferrovie del Messico, pp. 816, Laurana Editore, 2022; euro 22,00

*

1. «E insomma hanno ordinato per me un panino al prosciutto, senza neppure sapere se mi piacesse, il prosciutto, fortuna che ne sono ghiotto, e me lo hanno fatto mangiare in santa pace, mentre lo mangiavo ho pensato a cosa significasse essere un tipo solitario, ma quello che teneva la sigaretta spenta ha interrotto il flusso dei miei pensieri». Pag. 87

2. «(…) è il cinquantadue e nascosta in soffitta leggi un’altra cartolina mentre Dio ha fatto un temporale che esplode sopra i tetti, i tuoni rimbalzano sulle tegole come palloni calciati dalla luna, il vento uggiola tra le imposte e strilla tra le chiome degli alberi, le travi cigolane e le voci umane si confondono nel battito martellante della grandine sui coppi e sui teloni della serra». Pag. 283

3. «Mario Emilio Camillo Bertone venne al mondo il sedici dicembre, mercoledì, una notte che la luna era simile a un seme di girasole, accanto a un fiume dispiegato nella bordura delle colline; si narra fu accolto nelle pianure ubriache di vino fumante e perforato dal trapano dell’amore, in cinque minuti scarsi fu strappato dall’ombra, venuto nel mutismo delle allodole e delle cicale, nel mortorio degli insetti, subito fu braccato dal freddo e lambito dai lupi». Pp. 336-7

4. «Questa cosa del Partito nazionalsocialista, domandò Eva, è un lavoro vero? Talvolta me lo chiedo anch’io, disse Adolf. E mi rispondo che no, non è un lavoro. Eì una vocazione. Baciami, testone, disse Eva».p. 224

5. «Allora ho inforcato le barde di mocoletto e mi sono sporto per allumarla meglio, e che i viscosi (…)» P. 139

6. «E allora adiόs, mi querida Norah, adiόs, lascia che vada ora, per certi angiporti celati da cespugli di lentischi spinosi, e siepi di cosmee gialle e azzurre, mil veces adiόs, lascia che viva in sbandati ricoveri nelle stanze pulciose di motel fuori mano dove misuro la mia vita con palle da tennis squarciate e bicchieri vuoti (…) ». P. 624. Griffi fa la parodia dei primi celebri versi de “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock” di  T.S. Eliot nella traduzione di Roberto Sanesi:  

«Allora andiamo, tu ed io,

Quando la sera si stende contro il cielo

Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte,

Mormoranti ricoveri

Di notti senza riposo in alberghi di poco prezzo

E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche (…)»

Tempo d’opera, l’ultimo libro di Alberto Toni

I frammenti della vita, il paesaggio visto una volta da un balcone, una domanda che sopravviene improvvisa e subito si mescola con il vissuto, con l’incedere quieto di una passeggiata: un sasso, un uccello sulla via, una soglia: tutto nella poesia di Alberto Toni diviene misura della finitudine, tema di riflessione e allegoria. Lo conferma quest’ultimo libro, Tempo d’opera, accompagnato da una bella introduzione dove Roberto Deidier ricorda le occasioni e gli anni di un lungo sodalizio.

Alberto Toni (1954-2019) «al momento della sua scomparsa – avverte la terza di copertina – stava lavorando a un nuovo libro di versi, del quale aveva già potuto abbozzare la struttura e decidere il titolo». La compattezza della voce e dell’itinerario risultano  evidenti: si ritrovano non solo i modi ma i temi che hanno contrassegnato i libri precedenti dando riscontro a quanto scrive Deidier: «Tempo d’opera è, insieme, viatico e testamento». L’esordio era avvenuto con La chiara immagine nel 1987; una promessa subito confermata dalle poesie di Partenza l’anno successivo. Ma le tappe forse più importanti furono quelle della raccolta Dogali (1997), Alla lontana alla prima luce del mondo (2009) e di Vivo Così nel 2015, dove si legge una scrittura di sapienza lirica lieve come un semplice appunto:

Decidemmo la strada.
Il grosso sarebbe giunto di lì a poco,
l’atteso, il non nominato giudizio.
Avevo scelto con te tra le pieghe
dell’abito, il più portabile, l’unico
forse che non casca male,
un blu solito tra i tanti.
E l’entusiasmo per dirlo.

I versi e lo specchio dell’arte

Commentando una selezione della poesia di Toni sull’Almanacco dello specchio del 2009, Alberto Bertoni ha scritto che il verso dell’autore affonda in una radice comune « configurandosi come esperienza di religiosità laica dentro gli avvenimenti della storia e di un vissuto privato». Sotto molti aspetti Tempo d’opera sembra confermare questo percorso ma con valenze del tutto originali. Fin dal primo testo si affaccia un verso che riflette sull’atto della scrittura, «il segno che decifra»…Tanto che altrove annota: «Ogni poeta ha una sua forma grafica./ E’ un tratto distintivo, una forma del cuore,/ il visto o solo immaginato che torna,/ si stende in forma come l’ombra del ramo/ qui sotto visto/ o solo immaginato.» Ma ancora più cospicua è la sequenza referenziale di opere d’arte e pittori che, in questo contesto, porgono la loro creatività come speculare alla riflessione di Toni e diventano occasione di dialogo intimo. La galleria convocata cita il «verde Bonalumi», la paurosa magrezza e instabilità delle figure di Giacometti, la vita appesa ad un filo nell’imagerie surreale di Calder, oppure ancora reinterpreta  per traslato il «taglio netto di Fontana» in una lirica che si tende dalla storia alla metafisica, dal luogo circoscritto all’interrogazione esistenziale; Osvaldo Licini  è un’altra presenza, per niente occasionale:

Un’anima pura. E dove vai tu, perso dietro un Licini appena mosso nello spazio,

l’Angelo che sospeso ti guarda e giudica?

Uno specolo pittorico che con analoga valenza verso la trascendenza è ripreso da un altro testo di questa raccolta, “Quella mela in giardino poi non l’ho più vista”, dove la lirica così conclude:

(…) tornava a casa, sfogliava i libri, tutto in poche

parole essenziali, pensava che il desiderio si aprisse in alto,

alla Chagall.

La lingua, le forme

Osvaldo Licini, L’angelo maledetto. Part.

Rispondendo a una intervista, Alberto Toni precisò il suo approccio creativo: «La mia poesia parte sempre da un dato reale, che poi diventa percorso mentale, astratto, senza però perdere le coordinate. Da una cosa ne nasce un’altra, magari lontanissima».Più che altrove Tempo d’opera rende visibilissimo questo processo creativo. Per esempio nella lirica appena qui sopra appena citata dove il referente fisico si accompagna a un registro basso, a locuzioni tolte dal quotidiano ma si conclude, con la stessa voce, attraverso la riflessione sui motivi pittorici di Chagall.

Di questo carattere è segnale ricorrente il primo verso pronunciato in medias res. Il che accade per esempio con “Quel vaso di felci, non lo guardo mai”:

Quel vaso di felci, non lo guardo mai,

ed è come se stesse lì da un’eternità (…) Oppure e di pari passo con:

«La vita poi ce la riprendiamo sempre» e l’incipit pascoliano di pagina 67: «Il cipressetto infantile sta sul mio confine, proprio/ in angolo, cresciuto sbanda, vuole parlare,/ dice che è l’ultimo sole della mattina».

Il discorso lirico procede quindi con un verso ora monologante, ora teso sull’ immagine, fino a porgere una riflessione formalmente compiuta per il testo e “aperta” per il lettore.

Le cinque: si apre il mattino e il primo merlo,
poi il tordo sassello prima luce e la cincia.

Saresti così gentile, chiedo, saresti così gentile
da ricordarmi la vita, tutto il tempo che ho trascorso,
diciamo, il più lontano e di scarsa memoria.  
(...) 

L’homme di Giacometti

Confrontando gli esiti più luminosi di quest’ultimo libro con quelli che li precedono, l’impressione più viva rimane impregnata di una incessante interrogazione etica, di una tensione leopardiana proferita nel tempo della storia e nel secolo dove la contingenza è fatta misura: «Il corpo è qui, l’anima sta sopra, l’altezza/ non vista, eppure basta un niente per aprire/ il cancello», scrive in Alla lontana, alla prima luce del mondo.  Con poche eccezioni questa voce ha continuato a circoscrivere questa fisionomia di precarietà nel mondo, da Vivo così (“Vivo così, d’attesa”), a Tempo d’opera, di cui potrebbe essere esemplare l’evocazione figurale dell’uomo di Giacometti: «Si ritirava a questo punto, nel vuoto l’indice/ della mano destra come l’homme di Giacometti del ’47, magro da far paura nella sua magrezza,/ o in cammino al tempo sempre vuoto e senza direzione»…

Marco Conti

Alberto Toni, Tempo d’opera (a cura di Roberto Deidier)  Pp. 108, Il ramo e la foglia edizioni, 2022; euro 13,00

 

Némirowsky, Scrivere fa passare il tempo

Irène Némirowsky. Da “La vita di Irène Némirowsky” di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt

«Irène trasferita oggi improvvisamente destinazione Pithiviers (Loiret).» Con queste parole Michel Epstein comunica a André Sabatier, redattore della casa editrice Albin Michel, che la moglie, Irène Némirovsky, è stata arrestata il 13 luglio 1942. Il marito della scrittrice chiede di intervenire a chiunque gli venga in mente fra le personalità di spicco con cui gli Epstein erano in rapporto prima della guerra. Passa giorni frenetici a scrivere telegrammi e lettere senza riuscire ad avere notizie sulla sorte della moglie ebrea apolide, come definita per motivarne l’arresto.

La fama

Irène Némirovsky è una scrittrice molto nota sia in Francia sia in altri paesi dalla pubblicazione di David Golder, nel 1929. Questo romanzo richiama l’attenzione del pubblico perché l’editore, dopo aver letto il manoscritto, cerca di rintracciare l’anonimo autore tramite un annuncio sul giornale. Némirovsky, infatti, aveva lasciato come recapito una cassetta di fermoposta ma, occupata dalla gravidanza, non ne aveva potuto controllare il contenuto. Quando si presenta all’editore Grasset risponde a molte domande per convincerlo di essere l’autrice di quell’opera che lo aveva tanto affascinato. Da cosa nascono i dubbi di Grasset? Probabilmente dal fatto che non si aspetta che a scrivere un libro finito e maturo sia la piccola ed esile brunetta che si trova dinanzi. Nelle interviste degli anni successivi alla pubblicazione emerge dalle descrizioni della giovane scrittrice il contrasto fra la ragazza che sembra una liceale e la sua scrittura che, spesso, duramente tratteggia personaggi meschini. Il romanzo due anni dopo la pubblicazione ha un adattamento cinematografico e ciò rende Irène Némirovsky molto famosa.

Gli ultimi libri

La fama, però, non la mette al sicuro dai rastrellamenti, nonostante le aspettative del mondo culturale che la circonda. Tra il 1940 e il 1942 continua a pubblicare le sue opere e i suoi racconti ricorrendo a pseudonimi, Pierre Nérey e Charles Blancat, e facendosi pagare con versamenti a favore della donna cattolica e ariana alla quale verrà alla fine ceduta la patria potestà delle figlie. Quindi tra la nascita del governo di Vichy e la data della deportazione Némirovsky continua a scrivere e a essere pubblicata, anche se le leggi antisemite non lo consentono. La figlia Denise racconta in Sopravvivere e vivere che la madre «scriveva in modo febbrile», come se si rendesse conto di non avere più tempo. In quell’ultimo soggiorno a Issy-l’Évêque, lontana dalla sua vita parigina, Irène scrive racconti e Suite francese, l’ultimo romanzo incompiuto e inedito fino agli anni Duemila, consapevole che le sue opere si pubblicheranno postume come dichiara a André Sabatier un paio di giorni prima dell’arresto («Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo», 11 luglio 1942).

In cerchio tenendosi la mano

Il 13 luglio 1942, quindi, i gendarmi si presentano a casa Epstein per arrestare Irène, le ordinano di preparare una valigia mentre le bambine vengono mandate al piano di sopra e non possono ascoltare nulla. Al momento di partire, secondo l’usanza russa, si tengono tutti per mano in silenzio e, come ricorda Denise, non versano lacrime. Da quel momento il marito invia lettere e telegrammi a editori, intellettuali, ambasciatori, funzionari della Croce Rossa, cerca di dimostrare che la moglie è un’importante scrittrice, antibolscevica, convertita al cattolicesimo e malata di asma cronica e che «l’internamento in un campo di concentramento significherebbe per lei la morte» (Michel Epstein all’ambasciatore di Germania Otto Abetz, 27 luglio 1942). Le sue lettere, alcune pubblicate in appendice a Suite francese, non ottengono i riscontri sperati e a settembre, scrivendo ad André Sabatier, propone uno scambio perché lui sarebbe più utile al posto di Irène o in alternativa chiede di essere portato vicino a lei. Non sa che un certificato di Auschwitz indica come data di morte di Irène Némirovsky il 19 agosto 1942, alle ore 15 e 20. Michel non sa nemmeno che la moglie è ad Auschwitz mentre continua a scrivere alla ricerca di notizie e, quando viene arrestato a sua volta insieme alle bambine, in ottobre, pare quasi sollevato, o questa è perlomeno l’impressione che ne ricava la figlia maggiore. Ma la sua sorte è segnata: presto anche il marito finirà nelle camere a gas di Auschwitz.

La sorte delle figlie

Al momento dell’arresto, però, un ufficiale tedesco, mostrando una fotografia della propria figlia, libera le due bambine e il padre affida a Denise una valigia marrone e la sorellina più piccola, che ha cinque anni. Pochi giorni dopo Denise si salva da un arresto grazie alla sua maestra che la nasconde in camera da letto, ma questo evento decreta l’inizio della fuga delle giovani Epstein accompagnate da Julie Dumot, la cattolica ariana che ne ha la potestà. Di nascondiglio in nascondiglio Denise trascina la valigia marrone contenente fotografie, carte e il “quaderno” di mamma, che non è un diario ma il manoscritto di Suite francese, l’ultimo romanzo incompiuto. Denise ha due ricordi indelebili di quella fuga: dover nascondere il naso perché secondo Julie poteva rivelare l’origine ebraica e imbavagliare con una sciarpa la sorella di cinque anni per impedirle di piangere o ridere e per costringerla a tacere. Anche a distanza di anni, racconta Denise, le capita di nascondere con la mano il naso incontrando degli estranei per strada e non indossa sciarpe o foulard.

Successo e inediti

Finita la guerra termina anche la loro fuga e quando i primi sopravvissuti dai campi iniziano a rientrare a Parigi anche le due sorelline vanno ad attenderli con in mano il cartello con scritti i loro nomi. Osservando, però, quei volti Denise si rende conto che se anche i suoi genitori le passassero davanti lei non li riconoscerebbe e alla fine decide di non andare più né in stazione né all’Hôtel Lutetia perché «un giorno dici basta anche a questa dolorosa ricerca divenuta insopportabile e cominci invece a fantasticare». Denise è convinta che i suoi genitori prima o poi ritorneranno come molti “enfants cachés” che attendono inutilmente per tutta la vita di rivedere i propri cari. Intanto a Parigi riprendono le pubblicazioni delle opere della madre, che l’editore aveva atteso a dare alle stampe. Anche dall’estero arrivano richieste per pubblicare le opere di I. Némirovsky. Nel dicembre del 1945 un giornalista olandese, W. Tiderman, cerca di contattare la scrittrice, scrivendole presso la casa editrice Albin Michel, al fine di ottenere un racconto originale da far uscire a puntate sul giornale in Olanda. Albin Michel pochi giorni dopo risponde che la lettera non può essere trasmessa alla sua destinataria perché «la signora Némirovsky, infatti, è stata arrestata nel luglio 1942 e poi, pare, deportata in Polonia. Dal giorno del suo arresto nessuno ha più saputo niente di lei».

L’ultimo romanzo incompiuto

Nella primavera del 2004, dopo oltre sessanta anni dalla morte dell’autrice, la figlia Denise consegna a Olivier Rubinstein direttore delle edizioni Denoël la copia del racconto incompleto, scritto con un inchiostro azzurro e una grafia minuta su quel quaderno, che si era portata dietro nella valigia marrone. Il lavoro di decodifica fatto con una lente di ingrandimento aveva occupato quasi due anni ed era rimasto poi a disposizione della famiglia nella libreria di casa. Suite francese vede, così, la pubblicazione nonostante ci siano solo due parti delle cinque previste da Irène Némirovsky.

Nella libreria di casa in una cartellina, però, è conservata anche una copia dattiloscritta della prima parte del romanzo incompiuto; questa stesura definitiva era svolta, secondo le parole del nipote, da Michel Epstein che aveva il compito di battere a macchina gli scritti della moglie. Nell’ottantesimo anniversario della morte di Irène Némirovsky Adelphi edizioni pubblica Tempesta in giugno, la prima parte nella sua seconda versione con quattro nuovi capitoli.

Giancarla Savino

Denise Epstein, Sopravvivere e vivere, pp. 181, Adelphi, 2010

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vita di Irène Némirowsky, pp.515, Adelphi, 2009

Irène Némirowsky, Suite francese, pp  415, Adelphi, 2005

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