Pacilio, La prima parola

L’uno e il tutto, tra Eraclito e Plotino. E’ il concetto più vicino a quello che sorregge il discorso lirico di Rita Pacilio con La prima parola, un fiume di poesia ininterrotto che scorre lungo una cinquantina di pagine in strofe irregolari. Tra le balze rocciose, le pianure e il delta, l’autrice raccoglie la storia personale immergendola in quella del destino:  nel tutto, per l’appunto. «Di tutte le cose l’ uno e dell’uno tutte le cose», illustra  Eraclito, tra gli antichi forse il pensatore oggi di maggiore fortuna. Eppure in queste pagine non c’è ombra di cipiglio filosofico, di citazioni, e tantomeno c’è l’astrattezza della visione e la pronuncia alta, sapienziale. Al contrario Rita Pacilio procede con la lingua scabra del giornale di bordo,  tra scorci di memoria personale e  chiose di ordine generale: «La prima parola possiede la vita, / una pietra nera è la rotta che avanza/ voce aperta sul punto esatto/ aderenza.// Si muove così la storia, una mano/ per volta o un pugno caduto/ come una carestia sul cuore». Da questa prospettiva traslata si passa al particolare nella contingenza: «Lo so, in futuro mi parlerai/ sotto la magnolia, sulla sponda/ del giardino ci legherà una foglia/ mi spiegherai come ritornare/ nel ricordo/ lo scambio della voce/ infilando le braccia in maniera eloquente.»

La voce

Il registro adottato è quello di un monologo orale, con le riprese del monologo e con le cadute, le ruvidità che gli sono proprie: «Prova ad abitare con una foglia/sull’albero. Nella testa avrai/ la convulsione del vento e imparerai/ la pazienza della stessa poesia» suggerisce in una sorta di slancio panteistico (ancora l’uno e il tutto) per riprendere il tema dodici strofe dopo: «Dicevo, abitare un albero mette/ nella testa un’altra voce/ una specie di scommessa/ che bussa alle pareti del cervello/ rifugio sbucato alla luce/ dall’aurora.// Da quassù è facile portare il contro/ delle stagioni/ guardare la gente/ le spalle/ tutte quadrate e in fila/ i dispetti e le menzogne/ perfino lacrime o parole/ singhiozzate.»  L’ambizione implicita del racconto di immagini ha tuttavia davanti a sé il rischio continuo della digressione tra i contorni sfumati, aleatori, di un dettato che con la propria storia abbraccia quella sacrale (allusa in diversi momenti di questo percorso) della vita.

Il silenzio è la prima parola

La storia è compromissione, «la vita ci sorprenderà affamati/dietro trincee costruite nell’incubo» sostiene Pacilio verso la fine del suo lungo percorso. La domanda  svolta è quindi quella di un ritorno a una condizione non certo edenica ma di linearità e naturalezza nell’avventura umana.

Allora mi nascondo nel silenzio,
questa è la prima parola.
Ritrovare il segno sulle scarpate
a ogni pietra restituire l’aria
chiamare ogni cosa con il suo nome
prestare ascolto alla lezione dei rovi

nella foce del fiume nascondere
l’eternità
soggiornare nelle vertigini delle rondini
lasciare il dogma si riveli
sospiro di un turbinare, la danza
tra miracoli e peccato.

E’ l’ultima e definitiva istanza a  un passo dalla chiusura del testo (e anche l’esito forse più forte del libro) prima del congedo poiché  «questo labirinto che non so sorvegliare/ oltre me stessa/ in movimento senza vocabolario/ mi porta/qui.» La prima parola e l’ultima si stringono in cerchio.

Marco Conti

Rita Pacilio, La prima parola, (postfazione di Eliza Macadan), pp. 54, DiFelice Edizioni, 2025; euro 10,00




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