Maurensig e la battaglia degli scacchi

Le mele di Cézanne, le bottiglie di Morandi, la provincia di Delfini o di Mastronardi; gli scacchi, infine, di Paolo Maurensig. Scacchi che attingono alla loro storia, ai loro campioni e che hanno tuttavia un padre nella figura d’invenzione che compare nel primo romanzo di Maurensig, La variante di Lüneburg del 1993. Ci fu allora chi subito annotò, mentre il romanzo veniva tradotto in una ventina di lingue, il debito dello scrittore goriziano verso La novella degli scacchi di Joseph Roth. Un debito evidente che Maurensig agevolmente confermò avendo dalla sua parte non solo la storia letteraria come storia intertestuale, ma la ricchezza di un’opera che sospende continuamente il libro tra il thriller contemporaneo e la seducente immagine della leggenda.

Fin da quell’esordio fulminante compare un tratto che sarà caratteristico degli altri romanzi, diciamo così, “sulla scacchiera”: vale a dire la stretta congiunzione che lega la storia fittizia a quella vera con la esse maiuscola. Con La variante di Lüneburg fu il mondo della shoah (così come fu presentimento storico il racconto di Roth), con i romanzi che seguirono, lo furono altre occasioni nate con la reinvenzione delle biografie di Paul Morphy, Alexander Alekhine, dell’indiano Sultan Khan.

La partita della Storia

La competizione al gioco degli scacchi diviene allora il conflitto che attraversando tempo e spazio ferma il lettore sulla scena di una metamorfosi, di un cambiamento epocale.  Il genio americano Paul Morphy (1837 – 1884) in L’arcangelo degli scacchi (2013), dove emerge sottotraccia l’ambizione con cui la ricca borghesia statunitense cerca il suo profilo: la stessa ansia che anima Morphy, il primo campione americano capace di dominare il vecchio continente. Ugualmente è con un rivolgimento epocale che si definisce il mondo dove resta intrappolato Alexandre Alekhine: sospettato senza riscontri di aver fiancheggiato il nazismo nonostante la moglie di origini ebraiche. E in modo più sfumato persino l’esotico Sultan Khan, nelle pagine di Maurensig invera il conflitto che l’India vive da decenni per l’indipendenza della propria nazione. Re e Regine, Bianchi e Neri sostituiscono lo scontro collettivo.

Paolo Maurensig vive a Udine ed è nato a Gorizia nel 1943.Ha esordito con
La variante di Lüneburg edito nel 1993 da Adelphi e pluripremiato. Hanno fatto seguito i romanzi Canone inverso (1997), L’ombra e la meridiana e Venere lesa (entrambi nel 1998), L’uomo scarlatto (2001), Il guardiano dei sogni (2003) “Vukovlad (2006), Gli amanti fiamminghi (2008), L’ultima traversa, 2012, L’arcangelo degli scacchi (2013), Teoria delle ombre (2015), Il diavolo nel cassetto (2018), Il gioco degli dèi (2019). Quest’anno ha pubblicato Pimpernel con l’editore Einaudi

Biografia, leggenda, invenzione

Di pari passo lo scrittore si mantiene in bilico tra ricostruzioni che assumono in toto la biografia e il Personaggio alonato dalla leggenda, proprio come quel Tabori de La variante di Lüneburg relegato viceversa nella fantasia e in un labirinto di storie confluenti con la narrazione principale. Ognuno dei personaggi di questi romanzi è d’altro canto un eroe nel senso più tradizionale del sostantivo. Eroi della fabula, eroi sul campo di combattimento. Per l’appunto campioni che portano con sé l’aura del mistero della propria bravura e (come ogni archetipo) il segno di una ferita, un luogo dell’anima che li muove.  Stralciando dalle biografie, anziché dalla pagina letteraria, si potrebbero subito citare la solitudine sdegnosa e schizoide di Morphy, l’alcolismo di Alekhine (qui sotto nella foto), l’orfanità di Sultan Khan nell’ultimo romanzo impregnato di questo tema: Il gioco degli dèi (2019).

Il maledettismo

La scacchiera, come il terreno di scontro dei cavalieri medievali, non ha nelle vicende di Maurensig altro compito narrativo se non quello di formare un profilo umano che la storia si incaricherà di frantumare. Il violento conflitto degli scacchi dove il Personaggio emerge vittorioso, dimostrazione visibile del genio, è ugualmente il frammento di un desiderio più vasto destinato a soccombere.  Ogni grande scacchista evocato è, con minore o maggiore aderenza alla biografia reale, in urto col mondo, oppure in esilio, proprio per l’eccellenza e l’ostinazione con cui ha perseguito la vittoria sul tavolo da gioco. Ragione puntuale del resto che torna a rinverdire il mito secondo il quale gli scacchi sono stati una maledizione e un gorgo che inghiotte le vite dei suoi protagonisti. Infine, in modo esemplare quanto tradizionale per la cultura giudaico-cristiana, questa stessa parabola riguarda il parroco protagonista di L’ultima traversa (2012), destinato ad allontanarsi dalla fede fino ad abbandonare i voti fatti.

Il narratore di secondo grado

La scrittura asciutta di Paolo Maurensig  prende le distanze da una materia tanto incandescente. Lo fa attraverso un narratore di primo e di secondo grado, un giornalista inviato del Washington Post ne Il gioco degli dèi – di cui si rinvengono i taccuini; il diario di Morphy presentato dagli editori per L’arcangelo degli scacchi; nelle pagine di L’ultima traversa è una albergatrice di Bolzano che narra allo scrittore la storia di un parroco di paese colto dal demone del gioco. Più sottilmente  è invece un alter ego dell’autore a raccontare i giorni di esilio di Alekhine in Teoria delle ombre, dove nel prologo si spiega che lo scrittore del romanzo fa un viaggio in Portogallo (Alekhine vi era ospite)  per scoprire le cause della morte del campione. Fa eccezione la struttura di La variante di Lüneburg: qui un narratore onnisciente (il protagonista Tabori)  è nondimeno personaggio narrato in altri momenti del romanzo mentre il finale è uno svelamento come vuole ogni storia che si colora di giallo. (1)

Paolo Maurensig, come i suoi protagonisti, sembra aderire alla passione per il gioco ma quasi ad allontanarsene sulla pagina.  Eppure in questo cerchio stringente di metafora e vita, la scommessa del tavolo da gioco diventa scrittura e quest’ultima è il filo rosso che l’autore, per nostra fortuna, non ha abbandonato.

Marco Conti ©Riproduzione riservata

(1) La tensione e l’intreccio narrativi tipici del giallo, sia pure in un’accezione particolare che vira al gotico è evidente nel romanzo Il diavolo nel cassetto di cui scrivo una recensione in questo stesso blog

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