Leggere gli alberi: nei boschi con Tristan Gooley

Prima la foresta, poi il bosco e la radura, quindi la città insieme alla convinzione che la natura è caos, la civiltà ordine. Ma è davvero così? Beckett sembra farsene beffe in Molloy quando il suo protagonista inoltrandosi in un bosco decide di diffidare del consiglio di Descartes, cioè di dover camminare seguendo una linea retta perché sa che così facendo finirà col girare in tondo. E quindi, senza altre nozioni, sceglie di andare a casaccio. Ma Tristan Gooley con il suo Leggere gli alberi, ci racconta che boschi e foreste si orientano e ci orientano, si regolano da sé e raccontano la propria storia.

Tuttavia Leggere gli alberi non è affatto una guida per scout, né un cofanetto di consigli per il fine settimana nella natura. E’ il racconto di ciò che è invisibile agli occhi di tutti noi, abituati ai giardini, talvolta persino ai nomi delle essenze botaniche, ma del tutto impreparati a leggere forme, ambienti e “segni” del discorso naturale. Parlo di segni e discorso perché di fatto l’immersione in un paesaggio boschivo ci lascia il ruolo degli analfabeti.

Nel cuore del verde

 «Ogni volta che mettiamo piede in un bosco possiamo aspettarci che si sviluppi uno schema ricorrente» scrive Gooley: «Gli alberi diventano più alti via via che ci si addentra, perché quelli ai margini, maggiormente esposti, subiscono il violento impatto dei venti e crescono di meno.» Gli alberi che vivono al centro dei boschi sono anche diversi dagli altri. Ci sono specie pioniere che crescono in fretta ma raramente si irrobustiscono come accade per betulle, salici, ontani. Proprio  pensando a queste specie Gooley racconta come un giorno ha trovato l’acqua davanti a un territorio del tutto arido. In una valletta gli sembra di vedere noci e salici e seguendo quella vista incontra una piccola oasi, un abbeveratoio per capre e una fonte essenziale per quegli alberi che hanno bisogno di terreno umido. Ma al di là di questo incontro casuale, altrove, lo scrittore si sofferma più volte sul carattere delle flessuose betulle, pioniere resistenti proprio per la loro capacità di rendersi duttili alle folate di venti forti o di rendere  accogliente un bosco ai nostri occhi per le cortecce bianche riflettenti la luce del giorno, alla loro esistenza per l’aumento di calore che ne deriva.  

Le forme e i significati

Tristan Gooley invita all’escursione come un nuovo, più attrezzato Wordsworth quando, nei versi del suo Preludio, benedice l’aria che soffia: «benvenuta amica,/ ti saluta un prigioniero che esce da una casa/ servile, affrancato dalle mura di questa città,/ un carcere che a lungo l’ha serrato.» Ma qui la prigione è soprattutto quella delle cose sconosciute e sottovalutate perché di capitolo in capitolo, senza aver l’aria di amministrarci conoscenze botaniche ed ecologiche, ma parlandoci di un giorno di fine estate, racconta le forme di conifere e latifoglie e il loro significato, il ruolo che le braccia di un abete hanno avuto nella sopravvivenza delle specie tra le nevi, o come trasformare in un bussola la disavventura di un frassino a cui visibilmente manca sul tronco un ramo. Un segno per l’appunto, come si tramutano in segni  i polloni, ormai tentativi di sostituire un albero malato. Gooley legge la presenza del vento sui rami, sui tronchi, al suolo: «Nei boschi il vento è più forte sopra le chiome – che sentiamo frusciare – e pressoché assente vicino al suolo, ma a circa metà soffia una brezza incessante. Provate a sentirla sul viso, poi allungate una mano e abbassatela: vi accorgerete che la brezza non si sente sotto le ginocchia, e se alzate lo sguardo vedrete che le foglie e i rami qualche metro sopra di voi non si muovono». Un effetto che si verifica perché il vento è compresso tra la chioma e il suolo.

Di stagione in stagione, di gemma in gemma

E’ tutto? Neppure per sogno. In queste trecento pagine c’è posto per scoprire gli adattamenti evolutivi degli alberi o la sensibilità, chiamiamola così, delle latifoglie o degli arbusti nel passaggio delle stagioni. Anche prima che il clima subisse rapide variazioni, i boschi si sono autoregolati per far scaturire foglie e gemme. Ma come? Ci sono ancora incertezze, spiega Gooley, ma sicuramente lo hanno fatto con il termometro del buio e quello del calore.  «Gli alberi bassi si affidano di più sulla lunghezza della notte: la temperatura vicino al suolo fluttua moltissimo, per cui persino all’ombra la luce è più attendibile della temperatura». Lo stesso vale per le piogge. Dice un proverbio inglese: «La quercia prima del frassino, qualche goccia al massimo. Il frassino prima della quercia, il diluvio è cosa certa». Sono sciocchezza, commenta l’esperto, le piante non possono conoscere gli eventi futuri «ma riflettono quelli passati e presenti» e gemmano di conseguenza. Per querce e frassini la primavera è un po’ più tardiva e prima di fogliare «generano nuovi vasi, vulnerabili alle gelate». La quercia anticipa la fogliazione di otto giorni per ogni aumento di grado, il frassino con un grado in più anticipa di quattro. Da qui ecco spuntare per prime le foglie di quercia nelle primavere calde mentre il frassino arriva prima al verde in quelle più fredde.

Tristan Gooley, conosciuto anche per la creazione di una scuola di orientamento nella natura, è naturalmente anche un instancabile viaggiatore. Nella prefazione Isaia Invernizzi sostiene che gli piace perdersi per poi ritrovare la strada. Facendosi naturalmente consigliare, dagli alberi, dai fiumi, da segni per lui perentori. Ma attenzione a seguirlo passo a passo.

François Morane

Tristan Gooley, Leggere gli alberi. Una guida per capirli dalle radici alle foglie, pp. 319; collana Altrecose: Post – Iperborea, 2025; euro 20,00

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