
Il viaggio e con questo lo straniamento dei luoghi, l’annullamento del tempo, sono stati la mozione cruciale della poesia di Blaise Cendrars. Basta aprire la Prosa della Transiberiana, che porta in calce la data “Parigi 1913”, per avere all’incipit questa sensazione: «A quel tempo ero adolescente/ Avevo appena sedici anni e non ricordavo più la mia infanzia/ Ero a 16000 leghe dal mio luogo di nascita/ Ero a Mosca, la città dei mille tre campanili e delle sette stazioni ferroviarie». L’anno prima aveva licenziato Pasque a New York e l’anno dopo, nel 1914, sarà tra i primi a offrirsi come combattente nella Legione straniera dove perderà il braccio destro, circostanza che gli darà modo di prendere in consegna, come scrisse, «la poetica della mano sinistra».
C’è in Cendrars (svizzero di nascita col nome anagrafico di Frédéric Louis Sauser), tutto il fervore delle avanguardie, di cui sono testimoni peraltro le amicizie con Apollinaire, Cocteau, Modigliani, Léger, ma non c’è in tutta la sua opera ombra di intellettualismo, tanto meno nelle sue prime Diciannove poesie elastiche. Dell’aria parigina impregnata di rivoluzioni si direbbe che egli possa sposare l’azzeramento di ogni retorica ed enfasi letteraria, mentre della febbre analogica che sarà preminente in gran parte della poesia europea, pare lo interessi solo lo specchio dell’immagine descrittiva. Un esempio eclatante di questa scelta è proprio il suo penultimo testo poetico che, oggi, Mia Lecomte traduce integralmente per la prima volta in italiano, Kodak (Documentario): un libro importante e chissà perché trascurato, risalente al 1924. Precede l’addio alla poesia, nello stesso anno, con Feuilles de routes (foglie e fogli, ovvero carte stradali).
Il ritaglio, il ready made, il documentario
Proprio con Kodak si realizza del resto un connubio insolito per i rivoluzionari anni Venti, gli stessi del Manifesto Surrealista. Il linguaggio dei testi di Cendrars scantona da ogni soggettivismo perché l’ambizione dichiarata è quella documentaria: quella di proporre degli scatti, delle istantanee fotografiche in versi. Rispetto alla poesia precedente, essi hanno come unico legante il viaggio, l’ambiente dei luoghi visitati: ora marcando la notazione descrittiva, ora moltiplicando le suggestioni visuali con l’accortezza e puntigliosità del documentarista. Tuttavia, al fondo, c’è una sorpresa che lega il mondo descritto con il ready made di Duchamp: i testi sono selezioni e ricomposizioni, ovvero ritagli prelevati dal romanzo Le Mystérieux Docteur Cornelius di Gaston Le Rouge e in misura minore da Au Congo belge di Maurice Calmeyn per la sezione Chasse à l’élephant: «In una sovrapposizione straniante di piani espressivi – scrive Mia Lecomte – , e in evidente polemica con tutta la retorica dell’ispirazione poetica, le fototessere romanzesche di riporto di Le Rouge vanno a costituire in altra forma immagini rigenerate dall’obiettivo verbale.»
Da qui l’esclusione della soggettività e – ancora – la mancanza di espressioni metaforiche. Il caso più estremo è quello che chiude il libro, un “Menu” composto e ripreso dai piatti trovati nel romanzo di Le Rouge dove alla prima strofa si legge: «Fegato di tartaruga verde trifolato/ Aragosta alla messicana/ Fagiano della Florida/ Iguana in salsa caraibica/ Gombo e cuore di palma». La natura eterogenea del collage fu svelata dallo stesso Cendrars nel 1945 e solo successivamente l’operazione venne mostrata in Cendrars (1994) da Francis Lacassin, critico e storico del cinema, che prese in consegna l’opera dello scrittore per chiarire come Kodak sia una sorta di montaggio cinematografico.
Il montaggio letterario
L’attenzione si sposta quindi dall’invenzione dell’immaginario più riposto dell’autore, ad una invenzione ottenuta per scelta, disposizione, interpretazione. Un balzo dentro l’avanguardia ma anche un rischio (tuttora ben presente nell’arte figurativa) di riduzione del testo a gioco combinatorio. Gli esiti di Cendrars restano tuttavia cospicui. Nella prima sezione del libro, “West”, troviamo per esempio il linguaggio della denotazione non dissimile da una nota didascalica senza punteggiatura, col titolo “Anfitrione” del tutto omologo degli altri:
Dopo la cena servita nella veranda tra cespi di limoni gelsomini orchidee
Si balla sul tappeto erboso del parco illuminato
Ma l’attrazione principale sono i regali per Miss Isadora
Notevole in particolare il rubino “sangue di piccione” di incomparabili dimensione e luminosità
Nessuna delle ragazze presenti ne possiede uno che regga il confronto
Vestiti con eleganza
Abili detective mescolati alla folla degli invitati vegliano sulla gemma che proteggono
Ma in “Isole Aleatine” la descrizione fotografica di Cendrars approda a suggestioni liriche, non precisamente per l’elencazione degli “oggetti” ma per effetto del ritaglio medesimo, ovvero per l’assenza di ragioni interne espresse, come un paesaggio beckettiano avvolto nel mutismo dell’osservatore:
Ripide scogliere contro i venti ghiacciati del Polo
All’interno fertili praterie
Renne alci buoi muschiati
Le volpi azzurre i castori
Ruscelli pescosi
Una spiaggia bassa è stata attrezzata per l’allevamento di foche da pelliccia
Sulla cima della scogliera si raccolgono i nidi di edredone le cui piume valgono una fortuna
Allo stesso modo la lingua della prosa e del romanzo in “Caccia all’elefante” (nella sezione “Fiume”), diviene suggestione e lirica per accumulazione descrittiva e precisione notarile come avviene nella settima strofa:
Qualche volta le piste degli elefanti si intrecciano si incrociano
Chiusi tra le muraglie di arbusti di rovi
Questa vegetazione è impenetrabile perfino agli occhi
E raggiunge da tre a sei metri d’altezza
Nei sentieri le liane scendono fino a due tre piedi dal suolo
Poi risalgono assumendo le forme più bizzarre
Gli alberi sono tutti enormi l’anello delle loro radici aeree a quattro o cinque metri da terra
L’esito ha quindi riscontro poetico in forza dell’elusione e della mancanza di soggettività. Il documentario è una sorta di provocazione. In realtà Blaise Cendrars realizza un film muto dove la macchina da presa, attraverso il montaggio, fruga, decontestualizza e consegna l’immagine.
Marco Conti
Blaise Cendrars, Kodak, (a cura di Mia Lecomte), pp. 151, Interno poesia Editore; euro 15,00