Julian Barnes, il meglio della narrativa breve

Sarà vero quel che dice Frank O’Connor a proposito del racconto, cioè che «al massimo livello di specificità il racconto contiene qualcosa che difficilmente si trova nel romanzo – una consapevolezza intensa della solitudine umana»?  Julian Barnes trova interessanti le tesi di O’Connor citandole nella sua introduzione ai racconti di Diciassette diverse possibilità di fallire, ma  non nasconde i suoi dubbi. Eppure proprio l’antologia einaudiana  dove Barnes riunisce una selezione dei tre libri di racconti precedentemente pubblicati, sembra essere una dimostrazione di quanto dice lo scrittore irlandese. Ci sono eccezioni, per esempio quando Barnes  racconta (in Da Phil & Joanna: 60/40) la sicumera del politicamente corretto degli intellettuali americani che chiacchierano dopo cena di Bill e Hillary Clinton, o discutono sul fumo di sigaretta in un ritratto di parsimoniosa, calibrata ipocrisia. Ma si tratta quasi  di una digressione poiché quasi tutta l’umanità riunita in queste pagine vive un’estesa solitudine, talvolta ricercata con ostinazione, altrove dovuta alle conseguenze delle proprie scelte o semplicemente alla malattia e all’età. L’angolo prospettico da cui l’autore de Il pappagallo di Flaubert racconta i personaggi è frequentemente quello della vecchiaia come momento di ricognizione sul passato e non solo; oppure, indipendentemente dalla vecchiaia, quello dell’autoemarginazione.

Un’altra volta O’Connor

Ancora l’irlandese Frank O’Connor, e ancora nella stessa introduzione, Barnes, parla della narrazione breve come di una forma in cui hanno ruolo più che altrove «fasce di popolazione oppressa». Per O’Connor «fuorilegge e vagabondi ai margini della società» sono comun denominatore del racconto. Barnes a sua volta ricorda che questa interpretazione va a pennello per le narrazioni dell’irlandese, ma che le generalizzazioni sono rischiose. E qui non c’è dubbio che non si possa ascrivere la narrativa breve a un tema così ristretto: la casistica per mostrare il contrario non mancherebbe, così come le opere di Carver, di Coetzee, di Houellebcq, di  Giordano, di Tabucchi, si presterebbero alla conferma.  Tuttavia appena si abbandona il tema più marcatamente realista e sociale, ecco che il concetto sembra tornare utile e straordinariamente eloquente. In uno dei suoi racconti più intensi, Il ritrattista, Barnes dà corpo a una figura paradigmatica: quello di un pittore sordo dalla nascita che rinuncia a parlare non avendo mai avuto chi gli insegnasse l’articolazione corretta dei suoni. Mr Tuttle viaggia con la sua cavalla di  casa in casa per dipingere i ritratti dei ricchi benestanti inorgogliti dalla prospettiva di appendere in soggiorno il proprio ritratto. Mr Tuttle (siamo nell’Ottocento) lavora per poco, accetta di dormire nelle stalle se i padroni non gli offrono di meglio, accetta anche qualche candela per arrotondare la sua tariffa. Barnes illumina questa scena nella dimora di un doganiere altezzoso e sprezzante che, non volendo regalare nulla a nessuno, strappa anche lo schizzo a carboncino che Mr Tuttle aveva fatto per i domestici in una pausa di lavoro.  Il ritrattista e il doganiere Wadsworth sono agli antipodi non solo rispetto ai ruoli sociali, ma nella percezione del mondo. Il doganiere chiede al pittore più dignità nel volto, nella posa, nel ruolo. Il ritrattista è ormai verso la fine della sua carriera, ha capito che il cliente è il padrone, tranne quando il dipingeva il padrone: «Lo era, tanto per cominciare quando il suo sguardo carpiva ciò che il cliente avrebbe preferito rimanesse ignoto. Il disprezzo di un marito, l’insoddisfazione di una moglie. L’ipocrisia di un diacono. La sofferenza di un bambino. (…) Grandi questioni in piccoli regni.» Così finito il lavoro, non aspetta neppure l’alba. Lascia che si consumino inutilmente le due candele concesse dal padrone e si allontana con la sua cavalla: «Sperava che in Paradiso ci fosse la pittura, ma ancor di più sperava ci fosse la sordità» e nel silenzio della foresta libera in un grido la sua voce.

Tra margini ed estremità

Barnes si trova a suo agio nel cogliere non solo profili insoliti, ma anche momenti estremi. E’ il caso di due dei racconti della sua prima raccolta (Cross Channel)  qui riuniti, Interferenze ed Evermore.  Nel primo, un riconosciuto compositore di musica inglese ha scelto come dimora dei suoi ultimi anni un angolo della provincia francese. Vive con la prostrata moglie Adeline che fa del suo meglio per mitigare le idiosincrasie e i capricci del musicista. Innanzitutto quella dei rumori provenienti dal mondo esterno. «Era difficile spiegare a Leonard che non poteva chiedere a tutto il paese di chiudere bottega ogni volta che lui voleva ascoltare un concerto.» I suoni divengono allora i protagonisti e il cuore del dramma insieme al disdegno dell’artista che, quando viene  invitato a comporre per la banda del paese, fornisce uno spartito per oltre duecento elementi. In Evermore Barnes racconta la storia di un’ossessione: quella di una anziana donna che custodisce il ricordo del fratello morto nel primo conflitto mondiale in Francia, come una reliquia, diventando presto l’unica ragione di vita. Trascorrere per esempio la notte accanto alla tomba del fratello non sembra una grande idea ai responsabili dell’annuale celebrazione commemorativa. E che dire dell’erba francese, decisamente più grossolana di quella inglese?  I margini percorsi dai personaggi di Barnes si rivelano insolitamente ampi. L’ultima raccolta (Pulse)  insiste per esempio sul ruolo dei sensi e sulla loro perdita: con la sordità del ritrattista, con un caso di anosmia e con la storia di un pianista cieco.

Ma l’asserzione  del titolo, che vorrebbe prendere  in consegna le maggiori difficoltà di scrittura del racconto,  una volta tanto potrebbe tranquillamente essere cambiata  nel suo contrario: Diciassette diverse possibilità di fare centro!

Marco Conti

Julian Barnes, Diciassette diverse possibilità di fallire (trad. S. Basso e D. Fargione), pp. 315, Einaudi, 2025; euro 20,00

Back to Top
error: Content is protected !!