Joyce Carol Oates, La notte, il sonno…

Joyce Carol Oates scrive la storia di una agiata famiglia americana creando una sorta di nuova declinazione al classico romanzo di formazione, se mai questa narrazione possa essere corale. Ne La notte, il sonno, la morte e le stelle, non ci sono giovani protagonisti in conflitto con il loro ambiente, piuttosto personaggi investiti da un trauma che cercano di ricordare per identificare se stessi e, in contrasto con se stessi, decifrare nuove speranze e percorsi.

In poche pagine di prologo, la scrittrice precipita il lettore  in quello che sarà il centro della storia:  John Earle “Whitey” McClaren ex sindaco di una cittadina di provincia, editore di successo, stimato nella comunità e adorato dalla sua famiglia, muore ucciso dai colpi di un taser per gratuita brutalità. Whitey ha visto un uomo di colore pestato senza ragione dagli agenti della polizia e ha fermato la sua auto per intervenire, per protestare. Finisce in coma all’ospedale senza poter parlare e denunciare quanto è avvenuto. Esattamente qui il romanzo di Oates prende l’avvio con uno spazio narrativo che si dilata nelle diverse, contraddittorie voci dei familiari di Whitey.

I protagonisti

Dove stai andando, dove sei stato? Racconti della Giovane America“: è una delle più celebri raccolte di racconti della Oates. La prima edizione è del 1974

La storia si articola in pochi mesi, un arco di tempo di rari avvenimenti esteriori dopo la malattia e la morte improvvisa del capofamiglia. Ma con grande sapienza la scrittrice prima svolge narrativamente un lungo movimento centripeto, in cui i personaggi che si alternano al letto dell’ospedale ricordano i trascorsi con Whitey, poi – quasi come assecondando la legge fisica – si allontanano lentamente da quell’orbita. Oates dilata il tempo narrativo intrecciando sulla figura della vittima le voci della famiglia, i conflitti, i percorsi mentali.

La moglie, Jessalyn, ha la sensazione che Whitey non sia davvero morto ma viva altrove e da un momento all’altro possa comparire alla porta, proprio come il gatto randagio, un corpulento felino con un occhio accecato, che accoglie in questa veste. Opposta invece è la sorte del noioso amico di famiglia in là con gli anni che si propone come nuovo compagno scontrandosi con una insofferenza taciturna e fredda nonostante le raccomandazioni della figlia maggiore, Beverly, che in quell’incontro vede una fortuna, non solo per la madre ma anche per  sé e il proprio senso del dovere.  Ugualmente, Thom, il figlio maggiore che del padre ha la sicurezza e la volontà imprenditoriale, sarà un provvisorio capofamiglia a cui viene richiesto lo stesso ruolo di garante del censo. La compattezza della famiglia nel ricordo del padre è tale che la stessa casa avita deve restare inalterata nel passato. Il gatto selvatico che Jessalyn ospita, diventa fonte di preoccupazione per le figlie Beverly e Lorene che incaricano Thom di risolvere la situazione alle spalle della madre, così come viceversa  e contraddittoriamente invitano quest’ultima a non allontanare il ricco, anziano aspirante alla mano della vedova incrinando pubblicamente l’immagine della famiglia.

L’incidente mortale

Intanto, dopo la morte del padre, Thom ha iniziato un secondo calvario costellato di risentimento e di rabbia scoprendo, grazie alla testimonianza del giovane indiano pestato dalla polizia, che il coma e quindi la morte del padre, non sono dovuti a un incidente, all’esplosione dell’airbag, o a un ictus, ma ai colpi ripetuti di un taser. Tocca al medico indiano, Azim Murthy,  raccontare ogni cosa quando si rende conto che Whitey, l’uomo che ha cercato di salvarlo, è deceduto: «Sparavano a bruciapelo. Suo padre non stava “opponendo resistenza”. Non sembrava nemmeno cosciente, aveva smesso di supplicarli.» Per quanto nei registri della stazione di polizia non vi sia traccia della circostanza, i due agenti responsabili sono stati nel frattempo destinati ai lavori d’ufficio. Thom imbastisce allora una causa legale che ha però come unica prova la testimonianza del medico.

Virgil e il testamento

Mentre per tutti i figli McClaren la vita sembra farsi più aspra, per il minore, Virgil, scultore che i fratelli sono propensi a definire un “artistoide” irresponsabile (se non altro perché vive emarginato dalla città, in una sorta di comune post-hippy),  la morte del padre riserva una sorpresa vitale. Il testamento ha destinato infatti l’eredità in denaro in parti uguali. Tutti i fratelli con l’eccezione di Sophie (al pari di Virgil insicura di sè), considerano questa scelta uno scandalo. Al contrario, l’equanimità del padre cancella agli occhi di Virgil una discriminazione sofferta fin dall’infanzia e così il conseguente senso di colpa. L’artista, che espone sculture ricavate da ferrivecchi in disuso, avverte una sorta di riabilitazione, allontana lo sguardo di biasimo che leggeva negli occhi del genitore.

La vita è altrove

J.C. Oates è nata nel 1938 a Lockport; nel 1970 ha ottenuto il National Book Award per il romanzo “Them”. Otto suoi libri sono pubblicati sotto lo pseudonimo di Rosamond Smith

In questo lungo, frammentato percorso tra le vite dimidiate della famiglia McClaren,  si trova il cuore della narrazione: il cambiamento, la metamorfosi delle personalità quando ogni personaggio si allontana dalla morte del padre. Ciascuno riconosce in sé qualcosa che attende una nuova forma, ognuno attraverso il trauma e l’immagine di sé che gli viene restituita dagli altri, scopre una propria inadeguatezza e la necessità di emendarla. Per quanto possa sembrare od essere distante dalle intenzioni dell’autrice, lo sviluppo del racconto mostra in dettaglio la libertà di scelta di ogni personaggio, innanzitutto (e con Kierkegaard) nel riconoscere la scelta con cui si ammette il bene e il male prima ancora di vagliare l’ aut-aut, tra bene e male. «L’estetica nell’uomo – scriveva a questo riguardo Kierkegaard – è quello per cui egli spontaneamente è quello che è; l’etica è quello per cui diventa quello che diventa».

E questi personaggi diventano dolorosamente o felicemente altro da sé: persino l’ostinata, aggressiva Lorene, beniamina di Whitey, preside di liceo in perenne ascesa verso quei riconoscimenti che vogliono inverare una carriera di successo, come è accaduto a suo padre, avverte ad un tratto la sterilità delle proprie ambizioni, l’arroganza della sua solitudine costruita come un abito impermeabile. Solitudine che ora la costringe a inventare la trappola di un viaggio per avvicinare a sé un docente di cui è invaghita; solitudine e nevrosi che la porta sul lettino di una psicoterapeuta dove vuole essere chiamata con il suo titolo professionale lamentando l’irrilevanza delle sedute prima di essere vittima di un incidente stradale che ha l’aria di una perdita di coscienza suicida. Le metamorfosi riguardano infine e clamorosamente la stessa vedova quando il suo intuito sembra disponibile a un’eccezione nella prigione che si è andata costruendo. E toccherà proprio a un improbabile personaggio incontrato per caso sulla tomba del marito riammettere Jessalyn a una  stagione di serenità.

Walt Whitman e le stelle

Joyce Carol Oates scrive così un romanzo mastodontico di 830 pagine narrando dal punto di vista di un testimone e  usando per ogni personaggio la voce del discorso libero indiretto; strumento adoperato qui con magistrale scorrevolezza fino a formare una coralità di voci che si intrecciano scandagliando, capitolo per capitolo, come sul letto di un fiume, nuove anse, nuovi precipizi e profondità. Il titolo scelto è tratto da un verso di “Limpida mezzanotte” di Walt Whitman:

Anima, è l’ora tua, per il libero volo nell’ineffabile,

Via dai libri, dall’arte, il giorno cancellato, la lezione finita,

Tutta ne emergi, e in silenzio scruti, considerando i temi che più ami,

La notte, il sonno, la morte e le stelle.

Non è un caso che il personaggio più solare, al termine del romanzo, citi estesamente questo passo di Whitman, sia pure in un finale che dissolve liricamente la materia narrativa. C’è in questo sporgersi verso la finitezza e la precarietà, l’invito a collocarsi oltre la mondanità e le fisionomie del tempo; epoca pure recensita nella violenza e negli stereotipi come accade più recisamente in altri romanzi della Oates e come avviene alla radice di questa mozione narrativa. I versi paiono sigillare il senso dell’opera: non solo una storia americana dunque, ma soprattutto la necessità di superare le contingenze di questa storia, di abbracciare un altro e nuovo orizzonte etico.

Marco Conti

Joyce Carol Oates, La notte, il sonno, la morte e le stelle, pp. 830, traduzione di Carlo Prosperi, La nave di Teseo, 2021; euro 24,00

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