Ivano Ferrari, Transitori e risorti: zona macello e zona poesia

Per riprendere una metafora nata in un cantiere edile, Ivano Ferrari non è un poeta «pettinato». Così Ferrari racconta che gli operai dei cantiere chiamavano geometri e ingegneri, padroncini e architetti. Ferrari nello stesso brano autobiografico dice che «da allora, anche nello scrivere, cerco di stare lontano dall’anemica maniera dei “pettinati”». Non ce lo avesse scritto lo sapremmo comunque dal momento in cui i suoi versi sono comparsi nel volumetto di  Poeti Italiani/4 (l’anno è il 1995)  dove di tanto in tanto, Einaudi riuniva alcune voci nuove o presunte nuove, tra cui quelle di molti “pettinati”.  Il poemetto che firmava Ferrari si intitolava Macello ed era il distillato degli anni trascorsi nel macello comunale : «La carne morta rivive/ nella sua grande miseria/ col vento che riporta gli odori/ ad un ordine sparso. La carne morta è ricamata/da quelle sinuose presenze/ che gli altri chiamano larve.» C’era qui il dato più cospicuo della poesia di Ferrari o perlomeno quello che a me sembra più rilevante: l’assunzione della materia, dell’essere nella carne, del trascorrere dalla materia al pensiero.

Zona macello, zona poesia

Questo esserci nel mondo della materia lo si riscopre pienamente nel volume di inediti Transitori e risorti, curato da Antonio Moresco, e appena editato da Crocetti. Moresco, amico dell’autore, cerca di delineare il lavoro compiuto sulle carte del poeta (nato a Mantova nel 1948 è morto nel 2022) per formare il libro: «Da dove salta fuori? Come è nato? E’ nato così: Ivano Ferrari, con uno “scherzo da prete” da par suo, ha affidato a me, per lascito testamentario, l’intera massa delle sue opere manoscritte, edite e in gran parte inedite – centotré cartelle, di alcune enormi -, contenenti migliaia e migliaia di pagine mischiate nella più totale promiscuità e disordine di tempi e di forme». Da qui il libro «postumo e resurrettivo» che oggi possiamo leggere con scansioni tematiche; da “Zona macello” a “Zona poesia”, da “Zona visione” a “Zona oscena” e “Zona amore”. Poesie inedite scritte per lo più «durante la stesura di poesie edite, più altre poesie sorprendenti e torride – vero e proprio macello sessuale e umano», scrive ancora Moresco che vede nell’esperienza fatta concretamente al Macello, il fulcro della visione di Ferrari. E di fatto è così:

La sfida è questa:
circumnavigare la sala
aggrappati ai paranchi
solo uno ci riesce
e allora vedi
una scimmia glabra
penzolare scomposta
su liane d’acciaio
mentre giù nella giungla
si sta friggendo un fegato
di vitello.


E’ appena il caso di osservare come il luogo della mondanità viene qui rovesciato nel suo contrario, la “giungla” posta fuori dalla zona della morte, dalla zona del macello.
In Ivano Ferrari il lessico ha la pesantezza della materia di cui tratta, il giudizio resta sospeso nel testo per maggiore intensità emotiva consegnando il lettore al reale, al fattuale:

Con decine di colpi
abbiamo frantumato l’ultima testa
si rispetta l’orario non la misura
come dentro la terra
il gelo chiude la questione.

Citando Baudelaire

 In queste pagine che attraversano tempi diversi  (nel 1999 Ferrari pubblicò  La franca sostanza del degrado) resta sostanziale una visione del proprio tempo ridotta a orrore e violenza. Ivano Ferrari si addentra nello specolo della sua poesia,  cita Baudelaire che parla della propria nozione di bellezza come sventura (p. 58) e annota: «Oggi questo specchio stregato non è solo il cervello dell’artista bensì la realtà. Non resta che dare ritmo all’abiezione e rigore agli scomposti orrori che ornano d’angoscia le nostre esistenze.» Senza mai avvicinare i modi esacerbati dell’espressionismo, i versi di Ferrari isolano semplicemente nuclei di osservazione, procedono anzi per elisioni e riscritture,  rischiando talvolta l’evanescenza e talaltra (soprattutto a ridosso di temi erotici) una ossessione per la carne e la contingenza che non riesce a prende un passo diverso da quello che gli consegna la fattualità: «Noi siamo gli ultimi che in un cesso annusano l’amore/ sappiamo come andrà a finire, l’urina e il disinfettante/ lo sguardo al cazzo e senza occhi vedere ogni cosa (…)».  E’ ancora la sostanza del degrado, ancora un lembo informale che nasce dall’orrore baudelairiano. Nelle pagine di “Zona poesia” è lo stesso autore a osservare come spesso non vi sia redenzione neppure attraverso l’immaginario: «La mia poesia parte dalla pesantezza e dalla consapevolezza che tutto comunque resta pesante (…) Tu sei inserito in una logica di sterminio e la logica di sterminio produce in qualche modo una coscienza che deve fare i conti anche con la leggerezza della sopravvivenza.»

«Grazie per le poesie»

Una poesia del tutto omogenea quindi?  Non propriamente. Il groppo, lo gnommero di gaddiana memoria,  è quello appena enunciato che, da Macello, porta con sé nel bene e nel male il tratto autoriale. Tuttavia Ferrari sa estrarre talvolta un contrasto che cerca di portare il verso  all’immaterialità con una forma che a tratti si avvicina alla sentenza dell’epigramma e,  più spesso, si nutre di improvvisi di immagini, di ritagli di memoria irrelati. E’ un contraltare che si affaccia in minore insiene a certi testi apparsi in La franca sostanza del degrado e che percorre, sia pure occasionalmente, anche quest’ultimo libro di inediti:

La morte è in quattro
cinque aliti d’aria
nel respiro della luce
come si usa dire,

Si muore
perché non si può
nascere da soli.
*
L’alfabeto delle carezze
stremate e chiuse nell’armadio
stracci di questo freddo d’ombra
mi aggiro non so tra quali spoglie
tu stai pettinando i fiori
come sono contento di vederti.
*
Ci sono nuvole
che sembrano serrature
un futuro senza lampi di pietà
c’è un guasto al tempo
come l’azione di fuga e sete
un modo di dolersi rotondo.

*
Grazie per le poesie ma ti prego
pesca più a fondo
nel culto avaro del silenzio
come fa Dio.
*

Un giorno di cristallo
le lance lucide del sole
ampliavano le luce e tondi
gomitoli di ghiaccio
immobilizzavano la piazza
con nodi a posto
o più poeticamente scorsoi.

Il dominio incontrastato del tema, il lessico referenziale, incontrano l’ironia e con l’ironia anche il tempo (dopo il battere) del levare.

Marco Conti

Ivano Ferrari, Transitori e risorti, pp. 171, Crocetti Editore, 2026; euro 17,00

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