Il lampo dell’aforisma, ovvero L’infinito (in breve)

A un certo punto, durante i corsi di Scrittura creativa, mi sembra che per demolire il cliché narcisista dell’ispirazione e dell’emozione, per evitare che si fraintenda l’autenticità con il passaporto sempre valido delle proprie convinzioni ed emozioni, niente sia più chiaro dell’aforisma di Paul Valéry: «Una poesia non è fatta di sentimenti, ma di parole». E’ il lampo, la sintesi inequivocabile di un pensiero tranchant. Mentre pronuncio Valery mi capita allora di incappare in Karl Kraus: «L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezza.» Sì, mi dico, quella di Valery è forse solo una mezza verità, ma è quella che conta. Il resto è biologia.

L’infinito (in breve)

L’aforisma ha il pregio di essere non solo un frammento illuminante, ma una proposizione che non cerca alcuna dialettica perché già la contiene e risolve. Per Barthes, impegnato sulle massime di  Rochefoucauld, l’aforisma si basa su di un’economia binaria dove sussiste sempre una discontinuità, una rottura, un conflitto. E’ esattamente questo conflitto a far sorridere l’intelligenza e a mettere all’angolo ogni discorso. Per esempio il titolo della raccolta di aforismi di Sandro Montalto, L’infinito (in breve), dove l’aforisma trascorre dalla ridente demolizione della convenzione alla massima che avvicina e lascia istantaneamente la tentazione filosofica. Gino Ruozzi, esperto saggista della storia di questo genere, introduce questi testi, rilevando che la pubblicazione di Montalto è caduta nell’anno de bicentenario della poesia più celebre della letteratura italiana (il 2019), ma soprattutto che l’antologia «realizza una delle più alte aspirazioni di Alberto Savinio: riunire nel minor numero di parole il massimo del significato».

«La stupidità è l’intelligenza vista da un altro ufficio»

Scintillante e provocatorio, Montalto scrive: «La vita è troppo lunga per fare previsioni e troppo breve per fare progetti» e abbordando la mondanità come maniera, commenta: «Sorridere è il modo più urbano di mostrare le zanne». Ma talvolta nel pensiero aforistico basta un avverbio per creare una frattura come nel riflessivo: «La prudenza non è quasi mai troppa.» Mentre ci si dispiace quasi che il fluire di questi lampi non abbia capitoli di riferimento tematico. Penso alla politica in relazione all’aforisma montaltiano «E’ una di quelle persone alle quali non puoi dire no perché non si capisce la domanda.». Oppure «Il popolo è l’oppio dei popoli»…Ma forse anche «La stupidità è l’intelligenza vista da un altro ufficio»…Che mi pare potrebbe essere scolpita in ogni edificio pubblico.  All’ansia di futuro, chissà perché tenacemente perseguito dai media, appartiene invece la prorogabile incertezza di: «Il futuro non si sa mai quando arriva», al quale si potrebbe aggiungere come chiosa l’aforisma di Sam Weller, personaggio di un racconto di Charles Dickens, che pronuncia: «Staremo a vedere, disse il cieco».

Il Novecento degli aforisti

La densa luminosità della scrittura frammentaria, incline ora al sarcasmo, ora all’ironia, fa dimenticare qualche volta che riflessioni e massime, o semplici battute all’interno di una narrazione (celebre e ormai esemplare quella che D’Annunzio scrive nel “Piacere” «Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte», riecheggiante un altro aforista Oscar Wilde), hanno costituito una parte irrinunciabile del pensiero filosofico (da Montaigne a Schopenhauer e Nietzsche) e, proprio come in D’Annunzio, hanno contrassegnato un’epoca. Per rendersene conto basterebbe ricostruire le forme letterarie più brevi del primo Novecento italiano, quando Soffici e Palazzeschi lasciarono il posto a Prezzolini e questi ad Ennio Flaiano oppure, con una fisionomia filosofica netta,  a Manlio Sgalambro e Guido Ceronetti. Un esempio sopravvissuto a quest’epoca più felice è il premio “Torino in sintesi” che, ormai da oltre un decennio, mette in lizza numerosi autori, di cui proprio Montalto è stato talent scout insieme ad Anna Antolisei. Tutti, indistintamente. sottoscriverebbero quanto l’autore del libro puntualizza: «Alcuni scrivono per affilare ciò che pensano, altri per stemperarlo.»

Marco Conti

Sandro Montalto, L’infinito (in breve), Babbomorto Editore, 2019

Il 3° volume del premio “Torino in sintesi”

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