I convitati di pietra, ovvero la riffa di  Michele Mari

Luglio è il mese che si è appena lasciato alle spalle gli esami di maturità, ed è anche quello in cui si decide il vincitore del Premio Strega,  rassegna in cui, quest’anno, proprio Mari è dato come favorito dopo essersi aggiudicato il premio Strega Giovani 2026. E’ quindi il mese ideale per riflettere sull’ultimo discusso romanzo di Michele Mari.

Comincia tutto dai 30 allievi della classe IIIA del liceo Giovanni Berchet, scuola milanese con pedigree di lusso e sede in via della Commenda 26, che a quanto dice Wikipedia è stata insignita del premio Unesco come primo liceo d’Italia per qualità dell’insegnamento nel 2011. Con questo preambolo si può sostenere che di certo i diplomati del Berchet, seppure nell’anno 1974, perdipiù sezione A (da che mondo è mondo quella in cui stanno gli insegnanti migliori e gli allievi delle migliori famiglie) proprio proprio dei mediocri non potevano essere. Mediocri no, ma eccentrici di sicuro. Sarà uno di loro – gli studenti stessi faranno fatica a ricordare esattamente chi – a  partorire la bizzarra idea della Riffa, accolta e sottoscritta con incoscienza giovanile da tutti.

Patto di sangue e denaro

Nella tradizione letteraria e operistica “il convitato di pietra” è un’ospite poco gradito in arrivo dall’aldilà. L’esempio più noto è quello del Commendatore del Don Giovanni di Mozart che, ucciso dal protagonista a inizio del dramma, ricompare sottoforma di statua parlante alla tavola del suo assassino per trascinarlo nell’abisso infernale. Nel romanzo di Mari tutti e trenta gli studenti della IIIA sono convitati di pietra.

La Riffa è un patto di sangue e denaro, che per spietatezza ed ingegno va oltre l’immaginazione dei sodalizi da college americano, già al centro di molta letteratura e altrettanta televisione, e dietro ai quali c’è di solito un segreto cruento. Preferibilmente un ammazzamento. Sempre di morte si parla, anche qui, ma in prospettiva. I 30 ritrovatisi un anno dopo l’esame di maturità mettono in moto una lotteria, ogni anno ognuno di loro versa una quota, il capitale così formato viene investito, e solo gli ultimi tre che resteranno in vita potranno beneficiare del tesoretto accumulato. Il tesoretto, amministrato con dovizia da Rivadeneira, rampollo di una famiglia d’affari che gode di autorità tra i compagni, diventa nel tempo una somma considerevole, da capogiro. Si ammonticchia inesorabilmente dal 1975 fino al 2053, dimostrando che la tenacia può essere la più appagante delle virtù.

Negli oltre 70 anni che nel frattempo trascorrono, i ragazzi della IIIA si ritrovano ogni luglio a cena, sempre nello stesso ristorante vicino al Duomo, per aggiornare la lista dei viventi, il bollettino delle patologie, e prendere atto delle disgrazie eventualmente occorse. Si conteranno duplici incidenti mortali, incendi, suicidi, almeno una morte per avvelenamento ed un’altra da arma da fuoco – in una sede che sarebbe peccato spoilerare – accanto a molteplici tentativi di assassinio per mezzo di maldestri riti voodoo. Immaginate una vita intera in cui non ci si libera mai dei propri compagni di scuola, con rancori, invidie, amori repressi, e desideri di rivalsa al seguito. Forse, basterebbe questo per volere la morte di qualcuno, anche al netto del jackpot.

Una narrazione distaccata e ironica

L’autore non fa mai aperte deduzioni, in questo senso, si limita a delineare i propri personaggi in modo piuttosto bidimensionale, connotandoli con un paio di caratteristiche fondanti (il cognome per tutti, un attributo vergognoso per molti), per piazzarli sulla scacchiera della Riffa e muoverli a proprio piacimento. Da un punto di vista strettamente formale il libro è raccontato da un io narrante onnisciente, tutto accade nelle sue mani. Non ci sono dialoghi, si prende atto dei fatti e di come si svolgono lungo l’asse temporale attraverso una narrazione in terza persona, asciutta e grottesca. Mari fa sfoggio di un’ironia distaccata, dissemina citazioni come fossero perle – alcune preziose, altre in realtà alla portata di tutti – e rende i lettori edotti sulla toponomastica della città di Milano, non mancando mai di segnalare via e numero civico esatti di ogni accadimento. Forse, a darsi la pena di unire i puntini della scacchiera / cartina su cui si muovono i 30 compagni di scuola si troverebbe una qualche raffigurazione: il viso stilizzato di Gene Hackman, il profilo perso nella bruma di un castello in Ungheria, oppure quello di una donna in sedia a rotelle.

Poco importa, qui scadiamo nel possibilismo, mentre ne I convitati di pietra tutto è come appare, al netto del personaggio della Podesta, quasi un cameo oracolare nella narrazione. Abbiamo onanisti ad oltranza, truffatori, giocatori d’azzardo, dominatori e schiavi fuori tempo massimo, e via così in un catalogo assai variegato. Questo spietato realismo, basato per altro su un presupposto che mette a dura prova la sospensione dell’incredulità (perché dei ragazzi così giovani dovrebbero pensare alla senilità e alla morte?), tende a mettere l’autore sotto una luce di altezzosità che può rendere la lettura disturbante. Un giudizio che vale per buona parte del romanzo, ma visto che il libro conta meno di 200 pagine, l’invito è quello di andare avanti fino alla fine, come fanno i suoi protagonisti. Non solo per scoprire il nome dei 3 vincitori (ci sarà un bel colpo di scena), ma per godere della ritrovata umanità dell’autore che,  alla fine, concede ai suoi personaggi, complice forse la senilità, il lusso dell’amicizia e della compassione, e la gioia inestimabile del ricordo. E se qualcosa ancora può finire bene, lo farà.

Laura Boerio

Michele Mari, I convitati di Pietra, pp. 168, Einaudi, 2025; Euro:17,50

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