
Due partiture poematiche, due luoghi reali e mitici e un tema che attraversa l’intero libro. Il tema è quello dell’esilio, il libro è Le corrispondenze di Francesco Dalessandro, fondatore con altri autori della rivista romana Arsenale nel 1984, traduttore versatile di poeti di diversa ispirazione, da John Keats, a Wallace Stevens. Ma l’avvio del percorso è straordinariamente più remoto. Dalessandro racconta nella nota autoriale di aver seguito la suggestione di un saggio che racconta l’esilio di Ovidio, un allontanamento voluto da Augusto e di cui non si hanno ragioni documentate. Da qui la prima parte del poema, Tomi (la residenza obbligata di Ovidio sulla costa del Mar Nero), mentre le altre “corrispondenze” saltano i secoli e si collocano nel XX, in un altro posto speciale, cioè nel Cilento ma rinominato qui col nome dell’antica cittadina romana, Velia. Un rispecchiamento e un artificio che si accompagna d’altra parte con una seconda ispirazione autobiografica perché Dalessandro immagina che da Velia giungano le parole di un altro poeta, Alessandro Ricci (1943- 2004), suo amico fraterno e come Dalessandro fondatore della rivista Arsenale.
Il lungo, continuo canto
Fin qui la struttura del libro, mentre ciò che avvolge il lettore è soprattutto la voce di Dalessandro che inizia con un endecasillabo perfetto e un rotondo linguaggio classico e romantico, per concludere, nella seconda sezione del libro, con una lingua colloquiale di registro basso. Ma non è tutto, poiché il più autentico filo conduttore del libro è inscrivibile nella metrica utilizzata e di cui l’autore è ben consapevole. Si comincia con l’endecasillabo a maiore (con accenti fissi sulla sesta e decima sillaba) ma questa versificazione apre soltanto la sezione con il titolo Esilio in quattro strofe di cui la prima, emblematica, dice:
Dove volate rondini, nel sole
che si abbruna? con l’ansia sulle piume
nella luce matura dove andate?
quale assillo vi chiama dalle rame
dei pini alle torri dei quartieri?
dove vi spinge a quale avara gioia
lontana l’aria fresca della sera
mentre salpa la nave del mio esilio?
Così la prima ottava: il lessico si modella sulla classicità e sulla memoria romantica più eclatante con l’enfasi dell’interrogazione retorica e lemmi come abbruna, assillo e rame o locuzioni come avara gioia. Abbandonato l’endecasillabo, si mantiene il registro nel seguito: come nella virtuale ovidiana lettera “Alla moglie” dove il poeta discorre della solitudine e della lontananza irrimediabili:
senza amore e stelle
in questo inverno (gelido
averno di miniere
e cave e fossi) quando
la notte
svuota le strade di parole
e di sguardi: occhi muti
nel buio di cupi
tuguri nella tenebra di atre
dimore
dove i morti sono
la solitudine dei vivi
(…)
La voce è rotta, l’enjambement dilata la voce. E proprio questa sarà la costante dei testi, come in definitiva lo è dell’autore. Ne scrive Domenico Adriano nella prefazione che cita a proposito un maestro della sospensione del verso, Attilio Bertolucci ammirato dal «lungo, filato, continuo canto» di Dalessandro. Allitterazioni, assonanze forti e rime scivolano del resto frequenti da queste sincopi: inverno e averso, muti e cupi, i fonemi in “r”.La corrispondenza da Velio è ugualmente impostata ma l’aura lirica della prima parte è ridotta da una colloquialità che ha timbro ondivago, benché nel migliore esito proponga:
Ti scrivo da un paese
antico
e lontano da una spiaggia
ad arco leggero mentre un vento
cauto a tratti solleva
il foglio dove appunto
questi pensieri eleatici tradotti
in parole di poca
o nessuna intensità
se non fatte
carne viva o ignoranti nel
sentimento non dico
gli occhi ma la sua
nuca lo spazio liscio
fra l’orecchio e i capelli dove avrei
per l’ultima volta voluto
baciarla
(…)
Dalessandro cita il Pavese di Dialoghi con Leucò che sembra davvero fare scorta ai temi inattesi di questo libro con le parole della maga Circe: «L’uomo è il ricordo di ciò che porta e il ricordo che lascia.»
Marco Conti
Francesco Dalessandro, Le corrispondenze, pp. 93, Passigli Editori, 2025; euro 12,50