Fabrizio Dall’Aglio, La mia epopea

Gianni Stefanon, Crocevia, 1997. Copertina per “La mia epopea”

«La mia epopea è un bottino di ladro»: così scrive Fabrizio Dall’Aglio nel poemetto che dà il titolo all’antologia bilingue  dalle edizioni Eikon di Bucarest, Epopeea Mea con la traduzione di Eliza Macadan. Elegante, svelto libro, dove pochi testi, dal 1988 al 2016 raccontano per evidenze successive un itinerario avviato appunto a metà degli anni Ottanta. Ma la citazione vale anche per aggiungere un indizio, non secondario, di questo percorso. Il bottino di cui parla Dall’Aglio ha a che fare con la posizione stilisticamente defilata dell’autore rispetto sia alla Storia, sia rispetto ai passi più eclatanti della poesia contemporanea. Lo disse con parole non equivocabili Mario Luzi presentando Hic et nunc nel 1999: «Una vena di ironista patetico e affabulatore come quella di Fabrizio Dall’Aglio è rara nelle lettere italiane: e semmai si dà a un livello facile di parodia che non è certo questo serio e lucido delle sintesi maliziose e sorprendenti dei regesti e degli antefatti  dell’io, il quale governa, sia pure dubitativamente, questa raccolta e insiste poi proprio sull’hic et nunc». A proposito Luzi citava gli affini, tra ironia e metafisica, di Laforgue e Jarry, voci eccentriche rispetto al fluviale corso delle forme dominanti.  In quel verso citato (e molti altri ne potrebbero seguire a conferma) non c’è solo la positura di chi non si  fa conforme al tempo diurno, ma di chi è discosto e quindi indipendente al fiume roboante della Storia. La poesia di Dall’Aglio bordeggia controvento questi scogli e quella costa. «Avevo cambiato pianeta./ Continuavo la mia vita/ sulla terra,/ ma avevo cambiato pianeta» è l’incipit di un altro testo dell’antologia la cui prima stesura porta la data del 1990: «dal mio nuovo pianeta mi osservavo/ ed ero io a camminare/ sopra il vecchio pianeta,/ io in tutto uguale/ alla mia vita prima della morte.»

Vita e Storia, lirica e ironia

Se si dovesse tentare di individuare, in una sorta di analisi retrospettiva, i punti fermi di questo itinerario, credo si troverebbero due temi in coppia che danno luogo ad una corrispondente disposizione letteraria: vale a dire “vita” e “storia” che si riflettono e suddividono in incanto e disincanto per approdare alla lirica e all’ironia. Un lascito, diceva bene Luzi, che stempera le Dimanches di Laforgue  in una partitura  (diversamente da Laforgue) dove il discorso sostituisce il movimento più propriamente narrativo. Ma certo il dettato è scandito con energia come accade in “C’era un suono”(2006):

C’era un suono, e mi sembrava
il vuoto di una casa, porte aperte,
tutto aperto, cassetti, ante, finestre,
un suono che passava, i quadri
che battevano nei muri, le tende
gonfie d’aria, avviluppate,
e fogli, fogli pieni di parole
un castello di carte senza senso,
pizzi, bottiglie, piatti, tovaglioli
tutto disperso, tutto senza posto
un suono scritto come voce,
e inchiostro, inchiostro sopra il pavimento.

Lo scorcio testimonia la parte per il tutto lasciando all’immagine l’eloquio, altrove più articolato e diretto.  Chi scrive si vede scrivere, si osserva nella contingenza come nel cuore di una mondanità non voluta. In  “Questo silenzio” (2005) ancora una specie di umbratile epifania:

Questo silenzio
non ha più stranezze.
Soltanto poche schegge del mio tempo
a parlare. Schifezze.
Ci vivo sopra,
faccio qualche passo e saluto
disinvolto, come mai sono stato,
il poeta muto appollaiato
sul mio corpo distratto.
Ascolto, certo, ascolto
la ciurma d’aria che lo circonda
e l’onda sovrana
della mia voce assente
che lo inghiotte, che sprofonda
pesante, lontana.
Datemi la notte
e un solo istante
per sparire.

Nel segno dell’attesa

L’ultimo tempo di questa poesia incede con una pronuncia più netta  per ogni singolo verso.  Nel segno dell’attesa (edito in prima battuta in Romania nel 2025, e ancora con la versione romena di Macadan) scandisce  il dettato senza rinunciare ai parallelismi del suono ma lasciando in sordina quella voce che, del distacco ironico, faceva spesso il fulcro del discorso. Il mondo vi appare sempre come una valigia senza destinazione,  in un tempo ora circoscritto e stringente (“Alla tua bocca”):

Alla tua bocca ho dato
la mia voce.
Non me ne pento
e in questo tempo escluso
sogno un mondo ancora più chiuso
il mare aperto racchiuso
fra le sponde del letto.
Io diletto reietto sposo
fra le sue onde
a bere il sale
del tuo piacere.


Così il dialogico “Ma lascia entrare”, spende il proprio disincanto in un’unica frase ipotattica fatta di cadenze:
Ma lascia entrare questo fondo opaco
è il mondo che ti appare dietro i vetri
filtrato,
è il mondo che ti preme alle pareti
di casa,
il mondo, i suoi sonagli, la tua rabbia
inesplosa,
e tu lucidi le sbarre della gabbia,
piangi
e richiudi.

Come era da aspettarsi per chi, senza l’ipotesi di un altrove, guarda e traguarda le stagioni prolisse del nuovo secolo, la poesia di Dall’Aglio ora sembra far sua in maniera perentoria la valenza etica in “Per un bambino” con l’imperativo «Ascolta i mille suoni dell’albero/ la foglia che si stacca/ la corteccia/ l’ immobile sbracciarsi delle fronde», «dove il tempo dorme, si nasconde/ chiudendo le finestre alla giornata.» Per l’appunto, il tempo con le sue cadenze d’inganno (se è concessa la citazione) e il destino rispetto al quale questa poesia ha un ostinato desiderio di evasione come racconta in un testo del 2015 “Il volo di Icaro”, un volo salvifico in una sfera «dove la notte e il giorno si dileguano/e il tempo si racchiude in un istante/ che non comincia e non può finire».

Le allegre carte

Poesia, aforismi e prose, racchiuse nel volumetto Le allegre carte è la  curiosa controra del work in progress di DallAglio.  Edito nel 2017 da Valigie Rosse (ma vi sono riuniti testi scritti tra il 1984 e il 1985), il libro è accompagnato da una nota di Paolo Maccari in cui accanto «all’alto tasso di leggibilità» e divertimento ne segnala «l’alta malinconia».  Humor nero che si sostanzia con il sorriso del disincanto e  dove la scrittura diventa  accorta falsificazione con lo pseudonimo e irridente autore de Le Rime di Isidoro Cordeviola, per Ascanio Bino Vallelunga: opera di sirventesi  in costante  rima o assonanza alternata (ab, ab) ed endecasillabi,  in cui ogni testo è un acrostico e ha come controcanto un aforisma. Il primo intitolato “Poetica” è: «Molti iniziano scrivendo poesie. Alcuni ci finiscono». Il registro è ironico e calibrato come questo:

Intatto, amico mio, non c’è che dire,
Son così intatto che mi tocco poco,
Intatto al punto che potrei sparire
Da un giorno all’altro, senza fare vuoto.

Il cuore di tanta allegria è proprio in questa deflagrazione delle vanità a iniziare da quelle letterarie. Tanto che l’aforisma di accompagnamento risulta essere: «Persino da vivo lasciava un vuoto incolmabile nella cultura contemporanea» e più avanti insistendo sul tema: «Aspirava alla vanità postuma». Quasi un’epigrafe per il nostro tempo.

Marco Conti

Fabrizio Dall’Aglio, Epopeea mea-La mia epopea, Eikon, Bucarest, 2019; Nel segno dell’attesa- Sub semnul aşteptării; Eikon-Cosmopoli, Bacău, 2025; Le allegre carte, Valigie rosse, Vecchiano, 2017; Hic et nunc, Passigli, Firenze, 1999













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